Interventi a gamba tesa

Conte, amore e odio

Foto scattata durante l’amichevole Italia-Olanda


C’è chi non leggerà questo articolo perché, visto il titolo, si aspetterà il solito anti-juventino che si rimangia la parola sul CT della Nazionale con frasi di circostanza su quanto fosse odioso da avversario. C’è chi non lo leggerà perché penserà invece al solito juventino sfegatato che non ha mai perdonato a Conte l’addio frettoloso del 15 luglio 2014 e che guarda al suo ex-allenatore con un mix di tensione erotica ancora pulsante e sentimento di abbandono e di rivalsa.

Vi assicuro che la realtà è ben diversa da queste due interpretazioni: se possibile, è persino peggio…


Spiego i miei sentimenti. Sono un “contiano” (o “contista”? Boh) della primissima ora. Mi esaltava il suo Bari e lo avrei voluto già nell’estate 2009 alla Juve, per guidarne la ricostruzione. Mi esaltava poi, una volta approdato in bianconero con due anni di ritardo, vedere i movimenti codificati così tipici del suo calcio interiorizzati dalla squadra già durante la noiosissima tournée americana di metà estate.

L’amore vero e proprio è scoccato alla 6a giornata, Juve-Milan 2-0 (stagione 2011-’12, ndr), il trionfo dell’organizzazione sul talento (vi dice qualcosa?). Già allora iniziava però a comparire sui media la retorica del calcio “operaio”, dell’umiltà, la fame, la Juve provinciale, che in sostanza ha impedito al sistema calcio in Italia di godersi la squadra più moderna che abbia calcato i campi di Serie A.

Secondo il modello di Michael Caley, la Juventus di Conte “accomplished the quickest and most impressive turnaround in high-level soccer this decade” (approfondimento)

stat conte

Sarebbe bello se tutti quelli che si sono “riappropriati” di Conte durante questo Europeo venissero inchiodati a una sedia e costretti a vedere, una dopo l’altra, le prime 20 partite di Conte sulla panchina della Juve. Ma non so se si accorgerebbero delle coperture preventive di Barzagli a 50 metri dalla sua porta, del contropressing furioso in zona pallone, del doppio regista Pirlo-Vucinic a far giostrare un esercito di corridori disciplinatissimi e in costante movimento senza palla, delle combinazioni di prima sulle catene laterali mandate a memoria. Non so se apprezzerebero la bellezza di quel calcio, al di là dei fattori puramente agonistici che certo contribuirono a rendere quella squadra un monolite inscalfibile.

Puro amore. Che partita Mirko Vucinic da falso centravanti.

Mai avrei immaginato, al termine della prima stagione trionfale – lo scudetto più bello della mia vita da tifoso – che quel famoso 15 luglio avrei provato una specie di sensazione di liberazione. Certo, liberazione nascosta dietro allo smarrimento, che era comunque una reazione emotiva inevitabile: Conte, per il tifoso juventino, significava sentirsi protetti, sentirsi rappresentati, sentirsi vincenti. Eppure il grande allenatore della rinascita iniziava a sembrarmi prigioniero dei suoi dogmi, allergico al cambiamento: ammetto che è servito lo shock dell’allontanamento per rendermene conto appieno.


Vedere l’Europeo dell’Italia di Conte mi fa esaltare e incazzare al tempo stesso. Mi scuso se continuo a fare salti nel tempo, ma sono necessari. Nella squadra che domina Belgio e Spagna e fatica persino a imbastire un’azione da gol contro Svezia e Irlanda rivedo tutti i difetti della Juventus europea di Conte, capace di partite pazzesche contro avversari di livello che le lasciavano spazi (Chelsea, Real Madrid, Roma di Garcia) e poi di non trovare la via della rete contro avversari di caratura inferiore, ostinandosi a giocare con 3 centrali difensivi e due terzini sulla linea degli attaccanti. Analogia nell’analogia: in Nazionale, come alla Juve, Conte ha vissuto una fase sperimentale in cui ha cambiato assetto tattico alla ricerca degli equilibri migliori; in Nazionale, come alla Juve, ha finito per rifugiarsi nella scelta più conservativa possibile, il 3-5-2, senza più abbandonarla.

In realtà, se devo essere preciso, l’incazzatura era cominciata già con le convocazioni. Ok, non abbiamo tanto talento a disposizione e di fenomeni non ne sono rimasti a casa; ma nella fissazione per il gruppo a tutti i costi e per certi giocatori-feticcio ho rivisto il Conte che fa comprare Ogbonna e Giovinco, il Conte che si presenta con Peluso titolare all’Allianz Arena in un quarto di finale di Champions di 3 anni fa. Privilegiare la solidità e la familiarità alla qualità è stato un tema costante del secondo e del terzo anno dell’allenatore pugliese in bianconero e la musica non è cambiata in azzurro.

Il legame Conte-Giovinco nella rivisitazione comico-parodica de “Gli Autogol” assume i connotati di un rapporto padre-figlio.

Dunque è per questo che mi incazzo: l’allenatore che mi ha rapito il cuore non ha saputo imparare dai (pochi) errori che ha commesso, va dritto per la sua strada, convinto di avere ragione sempre e comunque. Il bello è che spesso ce l’ha, perché a insegnare il suo calcio è un fenomeno. Quando non ha il braccino e, come contro la Spagna, sceglie un atteggiamento ultra-offensivo nella fase di recupero palla, le sue squadre sono uno spettacolo da guardare: organizzazione maniacale, spaziature perfette, movimenti coordinati, il tutto si traduce in una produzione industriale di potenziali occasioni da rete.

Il problema è la dogmaticità di tutto ciò che accade nell’universo-Conte. Ad esempio: il suo 3-5-2 presuppone che le punte vincano sistematicamente i duelli con il rispettivo avversario. Devono arrivare prima sul pallone, saperlo proteggere con il fisico. Cosa succede se le punte sono in giornata no, oppure i difensori semplicemente sono più forti? Qual è il piano-B? Purtroppo il piano-B non esiste. La squadra continua a sviluppare le stesse linee di gioco, a chiamare le stesse combinazioni dall’altissimo coefficiente di difficoltà; le manovre finiscono in un vicolo cieco alla prima verticalizzazione e non c’è modo alternativo di arrivare in porta.

Oppure si pensi alla dichiarazione di intenti pre-Europeo: “le mie squadre non giocano in contropiede”. Ma manco Guardiola si sarebbe spinto a tanto! È comunque vero che le sue squadre giocano un calcio ragionato, persino monocorde, ma tremendamente efficace. Un calcio che vive sulla forza della reiterazione: una combinazione imparata a memoria ed eseguita 10 volte prima o poi pagherà…

Prima o poi.

Puoi anche portare 6 uomini sopra la linea della palla, ma se non riescono a comunicare fra di loro e la maggior parte dei passaggi che effettuano sono all’indietro è difficile creare occasioni da rete. Le ricezioni statiche, specie sugli esterni, sono da sempre uno dei cul de sac del 3-5-2 di Conte.

La mia incazzatura ha toccato nuove vette durante Italia-Irlanda, forse il momento più non-sense dell’escalation di Conte verso il conservativismo (o meglio, la paura del cambiamento). Una partita del tutto inutile, in cui fa ruotare quasi tutta la rosa, ma non rinuncia alla difesa a 3 anche a costo di schierare il suo uomo migliore, Bonucci, diffidato. E non rinuncia al centrocampo a 5, schierando anzi un terzino (De Sciglio) sull’esterno sinistro e tenendo in panchina El Shaarawy e Insigne. Ma non solo: il primo cambio, nonostante un’Italia totalmente incapace di produrre un’azione offensiva, è Darmian per Bernardeschi: un vero e proprio 5-3-2, per difendere non si sa quale risultato.

Alla fine l’Italia ha perso e nel peggiore dei modi possibili, cioè sprecando una partita che poteva essere quantomeno un buon allenamento per sperimentare altri moduli e altre fonti di gioco. E, se conosco Conte, sono sicuro che avrà pure rosicato tantissimo per la sconfitta. Io invece ho rosicato per la sua testardaggine.

Poi, la partita successiva, con lo stesso 3-5-2 zeppo di uomini difensivi (ma un atteggiamento completamente diverso), ha eliminato la Spagna. Ma ce ne rendiamo conto?!

Il sistema di marcature a uomo a tutto campo (con annesso baricentro alto) con cui gli azzurri hanno surclassato gli iberici.

ita spa f dif

Questo è decisamente l’anno degli -ismi nel calcio, poteva forse mancare il “Contismo”? La felicissima – e puntualissima, del resto Conte lo scopriamo oggi, no? – definizione è di Marione Sconcerti, che l’ha rivendicata anche con un certo orgoglio. Ho pensato che sarebbe stato bello chiudere questo pezzo con una lista delle 4 regole del Contismo, sperando di non discostarmi troppo dall’interpretazione originale.

  1. L’ordine costituito è sacro. Se proprio devi cambiarlo, toccalo il meno possibile o il più tardi possibile.
  2. Meglio sbagliare un’esecuzione che sbagliare un’idea.
    1. Corollario: meglio sbagliare 100 esecuzioni che sbagliare un’idea.
  3. Il risultato è sempre il frutto diretto del lavoro.
  4. La casualità e l’improvvisazione non esistono.
    1. Corollario: e se esistono mi danno un fastidio cane.

Non so se intendeva questo, io ci ho provato.

Vai Antò, portaci in finale, poi vai al Chelsea a vincere la Premier League. Un giorno o l’altro tornerai alla Juve, ne sono certo. Chissà se mi farai ancora incazzare… Io nel frattempo continuo a tifare per te.


 

Cresciuto a pane e spinaci, sono allergico agli spinaci. Ciononostante mi piace tanto la musica: ne parlo, ne scrivo, la scrivo, la suono. Tifoso di Juventus e Peter Sagan. Nel calcio non c'è nulla di più bello di un passaggio filtrante.

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