Interventi a gamba tesa

Odio eterno alla retorica su Guardiolismo, Cholismo e Ranierismo

MADRID, SPAIN – FEBRUARY 26: Head coach Josep Guardiola (L) of Barcelona shakes hands with head coach Diego Simeone of Atletico Madrid prior of the La Liga match at Vicente Calderon Stadium on February 26, 2012 in Madrid, Spain. (Photo by Angel Martinez/Getty Images)


La retorica, ci spiega wikipedia, “è l’arte di parlar bene. Essa è la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare la lingua naturale (non simbolica) secondo un criterio per il quale a una proposizione segua una conclusione”. Lo scopo della retorica è persuadere il pubblico o l’interlocutore, anche attraverso l’utilizzo di figure retoriche, ossia (e riprendo nuovamente wikipedia) di “qualsiasi artificio nel discorso volto a creare un particolare effetto”.

Tali artifici venivano utilizzati nei mezzi di comunicazione inizialmente per spiegare, o ancora meglio sintetizzare, causa difetto di caratteri (mezzo stampa) o tempo (mezzo video), concetti complessi in altri più immediati attraverso il ricorso a figure di contenuto quali similitudini, metafore, sinestesie o perifrasi. Nel tempo però l’uso si è trasformato in abuso, al punto da ridurre i servizi sportivi in uno sfoggio ampolloso del lessico da parte del giornalista di turno, a scapito di un contenuto fumoso. Naturalmente generalizzare è semplicistico e dunque sbagliato, ma non posso esimermi dal denunciare i picchi di retorica melensa e superficialità diffusa con cui sono stati (mal)trattati nelle ultime due settimane il Leicester di Claudio Ranieri, il Bayern Monaco di Guardiola e l’Atletico Madrid di Simeone da una fetta più o meno ampia dei media.


Il Guardiolismo

Temevo che la terza eliminazione in semifinale di Champions League in altrettante stagioni alla guida del Bayern Monaco catapultasse Guardiola di default nel calderone mediatico, associando il suo nome alla parola “fallimento”. Salvo qualche eccezione, nessuno invece ha sparato sul tecnico catalano. Probabilmente, come lui stesso ha affermato alla vigilia della partita di ritorno con l’Atletico Madrid, senza Champions il suo ciclo in Baviera si è chiuso sì positivamente, ma senza punto esclamativo. Anche se, è bene rimarcarlo, parliamo di una competizione estremamente equilibrata, che nessuno vince per due anni consecutivi dai tempi del Milan di Sacchi (1988-’90), determinata, oltre che dai valori assoluti e dalle prestazioni dei 22 in campo, dalle contingenze, dai sorteggi ed in particolare dagli episodi, che nel corso di sfide da 180 minuti assumono un peso ancor più rilevante. E che, al netto di tutto ciò, il tecnico catalano dal 2008-’09, ossia da quando allena, ha portato a casa nel 2009 e nel 2011, piazzandosi poi nelle rimanenti 5 edizioni sempre nelle 4.

Ciò che più mi infastidisce quando si parla di Guardiola, è il fatto che si continui ad appiccicargli addosso l’etichetta di “profeta del tiki taka” nonostante in Germania abbia variato il suo stile. Il controllo del pallone (inteso sia come possesso, sia come conduzione) resta una conditio sine qua non, ma rispetto ai tempi del Barcellona, in cui il suo gioco mutuato dal calcio di posizione era scandito da un possesso nello stretto frutto di un’elevata densità sulla zona palla, costruito dal triangolo “rotante” Xavi-Iniesta-Messi (a cui viene delegata ampia libertà di azione nell’ultimo terzo di campo, come brillantemente illustrato da Thierry Henry), e di una spiccata predilezione per la porzione centrale del campo, la mission del Bayern al contrario è focalizzata sulla ricerca ossessiva dell’ampiezza del campo.

Il video, oltre a mostrare la centralità del triumvirato Messi-Xavi-Inesta, palesa come il Barca allarghi il campo semplicemente per muovere palla da un lato all’altro, al fine di scompensare la fase difensiva avversaria. Solo con Luis Enrique Dani Alves diventerà a tutti gli effetti un perno della manovra blaugrana a cui affidare la risalita della palla.

In parole poverissime i tedeschi possono essere destrutturati a questa strategia: ricerca dell’ampiezza> generazione della superiorità numerica/geografica da parte dell’ala> scivolamento dell’avversario sulla zona palla> cambio di gioco sul lato debole/traversone a centro area. Basti vedere il secondo gol segnato all’Atletico mercoledì.

Oppure basti ripensare ad alcune versioni estreme del suo Barca con 5 centrocampisti centrali in campo contemporaneamente (Mascherano al centro della difesa, Xavi, Busquets e Fabregas in mediana, Iniesta in attacco), e a questo Bayern, con 4 esterni in pianta stabile in campo (con Alaba difensore centrale o Douglas Costa dietro alla punta, Pep è arrivato anche a 5).

Queste due heat map evidenziano come i flussi di gioco siano cambiati. La prima immagine risale alla sfida col Milan nel 2011-’12, la seconda al già citato return match contro i colchoneros. Altro dato: i blaugrana della stagione 2010-’11 effettuavano 3,3 cross a partita, questo Bayern 6,7. Più del doppio.

barca guardiola

bayern guardiola


Il Cholismo

La sconfitta del Guardiolismo è il rovescio della medaglia del successo dell’Atletico Madrid, che approda in finale di Champions per la seconda volta in 3 edizioni. Successo che ha rimato con l’elogio del Cholismo. Il problema è che nell’enunciare i dogmi di questa corrente, o meglio ancora “stile di vita” si esce dal contesto tecnico e si sconfina nella mitologia epico-cavalleresca, al punto dal far apparire gli uomini di Simeone quasi una sublimazione del catenaccio di matrice italica, reinterpretata da un ammasso di delinquenti strappati al braccio della legge.

Il genere di post attira like su Facebook. Che poi con Maran il Chievo ha iniziato pure a portare pressione in fase di non possesso. Però, come dice Einstein, “è più facile spezzare un atomo di un pregiudizio”.

retorica dio è del boca

Oltre a speculare su valori psico-morali come “gruppo”, “cattiveria”, “cuore”, “spirito di sacrificio” e “voglia di vincere” (quasi fossero condizioni sufficienti per raggiungere l’obiettivo) il messaggio che certuni vogliono far passare è che la vittoria del Cholo su Guardiola testimonia che, in fondo “nel football si inventa poco: e gli allenatori (specie i più bravi) sono i primi a saperlo. Quando mettono le freccette sulla lavagna, recitano una parte; a uso e consumo di quel sottobosco che dal calcio ne trae il pane quotidiano, scrivendone sui giornali o parlandone in tv (articolo completo qui). Allargando la prospettiva del suddetto pensiero, gli allenatori che vogliono conferire un collettivo una struttura definita o elaborare un piano gara meticoloso, non sono altro che venditori di fumo che si perdono in sovrastrutture evanescenti.

E allora viva la vittoria del calcio pane e salame, quello dei guerrieri  senza macchie e senza paura capaci di impartire una severa lezione all’estetismo fine a sé stesso. “Non è piaciuto agli esteti e agli interessati il trionfo dei materassai madrileni. Vedere undici leoni in campo che, invece di dilettarsi nell’estenuante melina menano più mazzate di Bud Spencer in una tavola calda di Los Angeles non è spettacolo per palati fini ma per cuori caldi. Il Cholo è autentico spirito argentino che non si incarna nel visino carino del globalizzato Leo Messi ma nell’epopea di sangue e arena, dei difensori assassini cantati da Osvaldo Soriano, degli occhi della tigre, del pubblico che s’esalta per una vittoria strappata con le unghie e con i denti piuttosto che per le percentuali di possesso palla o le touch map. Viva, dunque, Diego Pablo Simeone. Perché il calcio non è uno sport per signorine” (articolo completo qui). Dopo essermi ribaltato dalla sedia, mi piace sottolineare come, per (s)fortuna, dietro ai risultati dell’Atletico si celi qualcosa di leggermente più sofisticato e meno monodimensionale di quanto si voglia far credere.

E non stavo parlando dei capelli del Cholo.

simeone

Innanzitutto c’è un fenomeno che ha saputo sopperire alle partenze nel corso degli anni dei vari Falcao, De Gea, Courtois, Diego Costa, Miranda e Arda Turan, che se riesce a contendere la Liga a corazzate a livello di organico nettamente superiori e a qualificarsi per la finale della massima competizione continentale pur regalando agli avversari Augusto/Tiago e Torres (e ve lo dice il più grande amante del Niño), allora immagino sappia anche spremere il sangue dalle rape.

E poi c’è una squadra che difende l’area come nessun altra al mondo (in 258 sfide con l’allenatore argentino sulla panchina dei “materassai”, addirittura 136 senza subire gol, fonte @SCUtweet), che ha impostato i quarti col Barcellona e le semifinali col Bayern secondo una strategia conservativa non perché è l’unico piano gara conosciuto da Godin e compagni o perché così vuole il vangelo del Cholismo (ammesso che esista), ma al contrario perché è l’unico efficace (come giustamente fa notare questa pagina Facebook) al cospetto di avversari dal valore assoluto più elevato. E che, allargando il campione di indagine a tutta l’annata, ha dimostrato di saper alternare – ebbene sì – difesa posizionale a pressione alta, transizioni positive rapide a possessi più conservativi.

Atletico-Rayo Vallecano 1-0 dello scorso 30 aprile. Nell’immagine si può notare la pressione portata dalle due punte più Kranevitter uscito alto sul portatore di palla. Perché l’Atletico non vive di sola difesa bassa.

Atletico Madrid pressione

Anche i numeri confermano l’idea di una formazione più associativa di quanto la si voglia dipingere, specie se rapportati a quelli di due stagioni fa, in cui la squadra per risalire il campo cercava direttamente Diego Costa sulla figura o in profondità. Dal 2013-’14, il numero di passaggi completati a partita è passato da 387,84 a 441,22, il numero di intercetti da 15,87 a 20,04, mentre il numero dei rinvii è sceso da 27 a 21,85. Se poi aggiungiamo che i biancorossi sono penultimi in Liga per numero di tiri effettuati su azione di contropiede e terzi per numero di conclusioni eseguite su possesso consolidato, ammesso che tre indizi facciano una prova, ecco che una tesi semplicistica contingentata a 360 minuti è bella che smontata. Perché il Cholismo è pazienza, spirito di adattamento alle situazioni e capacità di rendere ben oltre le proprie possibilità.


Il Ranierismo

Il Leicester campione d’Inghilterra ha aperto le porte ad un’altra vittoria ben più annunciata, quella della retorica melensa su social e media. Di fronte ad un miracolo sportivo di questa portata, calcare la mano sulle doti psico-morali già snocciolate sopra al fine di giustificare le ragioni che hanno condotto gli uomini di Ranieri sul trono della Premier ha rappresentato un esercizio tanto inflazionato quanto superficiale.

Editoriale della Gazzetta di martedì 3 maggio “La cavalcata del Leicester (…) celebra la normalità (…) e gli straordinari traguardi che consente di raggiungere quando esalta la saggezza, la concretezza, la determinazione. Solo così si spiega perché (…) abbia potuto dominare più ricco e arduo del pianeta”. Non esistono quindi altre interpretazioni che possano sfuggire a motivazioni di carattere sentimental-populista.

editoriale gazza

Addirittura c’è chi ha cercato nel trionfo delle Foxes interpretazioni quanto meno forzate, caricando quest’impresa di connotazioni filosofico-politiche al punto da elevarla ad “un progetto sociale e sportivo che dimostra come nel pallone neoliberista un altro calcio sia possibile”, o persino chi ha coniato il termine “Ranierismo”, come il Corriere dello Sport, che nel suo editoriale sempre del 3 maggio, lo definisce “fede, passione, intelligenza, concretezza, garbo e stile”, o come Marco Bellinazzo.

Per fortuna c’è anche chi come l’ottimo Emanuele Atturo di Ultimo Uomo ha fotografato il miracolo Leicester nella maniera più lucida e competente possibile.

atturo UU

Non da meno Leonardo Capanni (articolo completo qui), uno dei primi a denunciare questo spettacolo inverecondo.

capanni ranieri

All’approfondimento tecnico una buona fetta della critica ha preferito la caccia ai racconti pregni di predestinazione e riscatto sociale, gli aneddoti da libro Cuore e ancora i pezzi di colore contenenti interviste improbabili di parenti/conoscenti/simpatizzanti del Claudione nazionale. Per carità, tutto ciò può passare per i media generalisti che dedicano spazio allo sport per celebrare eventi eccezionali come questo, ma chi fa critica sportiva penso si sarebbe dovuto interrogare sul perché l’ex tecnico della Roma abbia vinto con una formazione che l’anno prima si era salvata a stento, e non limitarsi a gridare al miracolo ricadendo in cliché stantii.

Si potrebbe obiettare che voler razionalizzare una favola potrebbe significare sporcarne l’alone di romanticismo, d’altro canto spingersi oltre al risultato numerico ritengo sia un esercizio doveroso da parte di chi fa informazione. Che ha scisso il concetto di collettivo, carpendo i singoli per trasformarli in un ammasso di stereotipi a lungo andare irritanti (Vardy=ex operaio, Mahrez=promessa scartata dalle big, Kante=sette polmoni, Morgan=adolescenza in un quartiere criminale, Huth=uomo di fiducia di Ranieri, Schmeichel=figlio d’arte).

Come provare dunque a spiegare questo miracolo?

Premesso che non sono in grado di argomentare una spiegazione sufficientemente approfondita, cercherò di sintetizzare alcuni concetti a mio avviso rilevanti.

In un campionato come la Premier League 2015-’16 dalla proposta di gioco scadente (le uniche eccezioni il Tottenham, lo Stoke ed il West Ham), in cui si tende a sopravvalutare il peso delle fasce e il mito dell’intensità è fumo negli occhi buono giusto per celare la disorganizzazione del pressing, hanno fatto la differenza l’efficienza delle transizioni offensive e negative. Le prime delegate negli ultimi due terzi di campo al talento di Mahrez e Vardy (parliamo infatti della terza formazione della lega per tiri effettuati in contropiede e dell’ultima per conclusioni giunte su azione consolidata), figlie pure dell’abilità nel ribaltare il fronte da parte dei centrali di centrocampo Drinkwater e Kante, un uomo da 4,66 intercetti, 3,59 tackle vinti e 2,02 clearances ogni 90 minuti. Un mostro.

Del francese in particolare, che grazie a quest’annata si è guadagnato la convocazione per gli europei, mi impressiona la caparbietà nello “switchare” dalla fase difensiva a quella offensiva.

Kante prima si alza sopra il centrocampo avversario per ricevere palla e, una volta che il Leicester perde il possesso, aggredisce il lato forte, riconquista la sfera e ripulisce il possesso scaricandola su Morgan.

Il classe ’91, nelle movenze selvaggio ma in possesso di letture di primo livello, domina lo spazio in maniera clamorosa, al punto da difendere fuori posizione in avanti e lateralmente (in questi casi Drinkwater lo spalleggia scivolando nella zona liberata dal collega di reparto). Kante sale in pressione più o meno isolata, o ancora meglio nella zona del compagno, in modo da raddoppiarlo. Questo concetto si ricollega a stretto giro di posta a quello relativo alla densità sulla zona palla nelle transizioni negative, una delle chiavi di volta in un torneo in cui si gioca in spazi larghi, che gli uomini di Ranieri propongono nei 90 minuti sì sporadicamente ma con ottimi dividendi.

Anche i numeri confermano in un certo senso la qualità della densità del Leicester in zona palla.

Se poi l’avversario riesce ad eludere l’aggressività nello stretto, le “volpi” scappano verso la propria porta difendendo con un blocco basso.

10 uomini in 20 metri. Non fa eccezione neppure la mezza punta Okazaki.

Leicester corto e stretto

Attenzione però a mitizzare la fase difensiva in termini assoluti. È vero che il Leicester ha fatto registrare 8 clean sheet nelle ultime 11 sfide casalinghe, subendo appena 10 reti nelle ultime 19 giornate. Tuttavia, numeri alla mano, risulta la terza rosa che ha subito più tiri subiti dalla danger zone, la seconda per numero di tiri concessi su passaggi filtranti, ma la sestultima per conclusioni in porta subite.

Il che, incrociato con i dati relativi alla differenza reti attesa (+15,4) e quella effettiva (+30) fornisce l’idea di una formazione overperforming, la cui efficacia ha sopravanzato l’efficienza.

E in tutto questo, dove collocare Claudio Ranieri?

L’allenatore romano ha dimostrato una volta di più le sue doti di gestore, specialmente dal punto di vista mentale. Perché da un lato è riuscito a mantenere il profilo basso a dispetto dei risultati dando la sensazione quasi di “vivere alla giornata” e di pensare partita per partita, dall’altro ha elogiato a più riprese il gruppo e ricamato sul mito della favola al fine di caricare i tifosi. Emblematico il passo della lettera aperta pubblicata ad aprile “voi sognate per noi, noi non sogniamo, lavoriamo duro”.

Soprattutto però il suo merito principale è stato quello di sgravare la pressione su un gruppo col passare dei mesi sempre più intensa. In che modo? Prendendosi il centro della scena nelle varie conferenze stampa, un po’ com’è solito fare il suo vecchio nemico Mourinho. Ma non per alzare la voce o creare complottismi, semplicemente per vestire i panni del vecchio signore un po’ autoironico che, dall’alto della sua esperienza, dispensa battute ai giornalisti e pillole di saggezza da dare in pasto alla stampa.

E così si è arrivati a giocare quasi più sulle sue lacrime dopo una vittoria al Sunderland, o sul pranzo con la mamma il giorno di Chelsea-Tottenham, che sulle vicende di campo.

Ranieri one man show.

Le sue dichiarazioni hanno assunto poi sfumature a tratti tragicomiche anche a causa della sua padronanza perfettibile con la lingua inglese. Su tutte quella del famigerato “Dilly ding, dilly dong”.

Scendendo invece nel tecnico, l’ex tecnico del Cagliari innanzitutto ha invertito i ruoli dei suoi attaccanti: se l’anno scorso Vardy agiva come centravanti di manovra, ad aprire gli spazi per Ulloa (11 reti per l’argentino contro le 5 dell’inglese), in questo magico 2015-’16 il numero 9 è stato sfruttato principalmente come finalizzatore (da 1,93 conclusioni ogni 90’ a 3,28), mentre gli Ulloa o gli Okazaki di turno hanno arretrato il loro raggio d’azione, lavorando sulle seconde palle o sul consolidamento del possesso.

Mahrez invece dalla trequarti centrale è stato allargato sulla fascia destra, libero di generare superiorità numerica (quasi il 52% di duelli vinti, contro il 42% del campionato precedente!) e di prendersi qualche pausa in fase difensiva (va comunque sottolineata la sua applicazione più costante in fase di non possesso rispetto al campionato con Pearson in panchina).


Conclusioni fallaci

Le imprese di Leicester e Atletico Madrid hanno portato in ultima analisi i media a veicolare messaggi più o meno consapevolmente fallaci. Ossia a filosofeggiare sulla presunta superiorità del nostro “catenaccio e contropiede” – l’unico modo che abbiamo per ritenerci ancora all’avanguardia rispetto agli altri paesi che da anni trionfano in Europa e nel mondo – su un calcio all’insegna del controllo del pallone e di una maggiore supremazia territoriale.

Prendo in prestito le parole di Fernando Torres pubblicate sulla Gazzetta del 13 maggio per esemplificare il mio pensiero. “Non c’è uno stile migliore di altri per trionfare. Io ho vinto giocando in maniera molto diversa, penso alla nazionale di Aragones e Del Bosque e al Chelsea di Di Matteo. La virtù di un allenatore è quella di scoprire qual è lo stile meglio che si adatta ai suoi giocatori e applicarlo con convinzione. Nel Chelsea non avremmo vinto col possesso palla così come con la Spagna non lo avremmo fatto con difesa e contropiede. Ma c’è una cosa che lega quelle due squadre: avevano un’idea per arrivare alla vittoria e l’hanno seguita senza dubitare. Aragones e Del Bosque hanno usato alla perfezione gli uomini che avevano a disposizione (…); Simeone sa perfettamente cosa chiedere alla sua squadra”.

Altrimenti, se esistesse una strategia vincente in termini assoluti, la applicherebbero tutte le squadre. Ma alla fine tutte le partite finirebbero in parità. Non è vero?


 

classe ‘90 formatosi a Rimini. Calciofilo per inerzia, volleyballista (inteso come raccontaballe) per passione. Collaboratore al “Corriere di Romagna” dal 2009 al 2014, la Lega Pro da ormai troppo tempo è diventata il suo pane quotidiano. Valentina Arrighetti la sua dea, tradita soltanto per qualche sveltina con Fernando Torres e Earvin Ngapeth. Caporedattore Sportellate.it