Interventi a gamba tesa

The Gers are back!


La grande notizia, nell’ambito del calcio d’Oltremanica meno conosciuto, ovvero quello scozzese, è che i Rangers FC, la gloriosa società rappresentante la parte protestante e fedele alla corona inglese di Glasgow, battendo per 1-0 il Dumbarton si è assicurata la vittoria della Scottish Championship e la promozione alla prossima Scottish Premier League (d’ora in poi SPL), campionato dal quale manca dal lontano 2012, anno dell’estromissione per il fallimento della vecchia società.


Martedì 5 aprile è giunto un momento che in molti attendevano anche al di qua del Vallo di Adriano, l’antica fortificazione d’età romana che divideva la provincia britannica fedele a Roma dalla Caledonia non soggiogata dall’impero e passato a dividere per antonomasia l’Inghilterra dalla Scozia. La rete di James Tavernier, che ha deciso una partita di un torneo di secondo livello di un paese nel quale anche il massimo campionato è sì ricco di fascino per il tifo sempre acceso, ma decisamente povero sotto qualsiasi altro punto di vista lo si vada a guardare, e quindi decisamente lontano dai pensieri di investitori, sponsor e pay-tv (anche se proprio quest’anno Mediaset Premium, forse per sopperire alla rescissione del contratto con Fox Sports, ha ottenuto la trasmissione in esclusiva della SPL per i prossimi 3 anni).

Questo gol tuttavia vale molto di più di una semplice promozione al massimo campionato: esso sancisce infatti il ritorno dei Rangers di Glasgow nel loro habitat naturale.

Una cornice del genere ce la sogniamo noi in serie A dove, per quanto il nostro calcio sia in crisi, siamo anni luce avanti rispetto alla SPL. Figuriamoci se essa merita di essere confinata nella più sconosciuta periferia scozzese come Stirling, avversario dei gloriosi Gers in Third Division. Con tutto il rispetto per William Wallace, che proprio a Stirling distrusse gli inglesi “con palle di fuoco dagli occhi e fulmini tonanti dal culo” (cit.)

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La lunga strada verso il ritorno a casa dei Rangers comincia nell’agosto 2012, dopo un’estate tribolata iniziata il 14 giugno, quando la società venne messa in liquidazione, e durante la quale si era assistito anche al tentativo, rovinosamente fallito, di ammettere la newco appena formatasi dalle ceneri della vecchia direttamente in SPL, costringendo quindi i blu di Ibrox Park a ripartire dall’inferno della Third Division, quarto e ultimo livello del calcio professionistico scozzese.

La risalita, rivelatasi tutt’altro che semplice vista anche la sconfitta contro il Motherwell nei playoff promozione dello scorso anno, si è conclusa come detto martedì scorso, ma affonda le sue radici in questa estate: al termine di una stagione decisamente travagliata, conclusasi come detto nel peggiore dei modi sia in campo che fuori, che oltre ad aver regalato la primissima delusione sportiva alla nuova società, si era trascinata fuori dal terreno di gioco con una squadra allo sbando che nei sette mesi che vanno da dicembre 2014 a giugno 2015 ha perso ben 21 giocatori.

I Rangers ripartono scommettendo su un volto decisamente nuovo per il ruolo di allenatore (il quarto in meno di un anno: numero decisamente alto, anche se fa sorridere rispetto alla folle gestione Zamparini in questa stagione) l’inglese Mark Warburton, assolutamente sconosciuto al calcio scozzese e con un passato di self-made man proveniente da un altro mondo (la pagina dedicata a lui su Wikipedia ci dice che precedentemente svolgeva la professione di trader bancario) che, quasi come se fosse una “versione d’Oltremanica di Maurizio Sarri”, lascia tutto per dedicarsi al campo.

Warburton e il suo assistente David Weir, fondamentale nel fare da collante fra il tecnico (col quale ha già collaborato anche al Brentford) e l’ambiente Rangers, ben conosciuto dall’allenatore in seconda dall’alto delle sue 227 presenze in maglia blu nell’arco di 5 stagioni.

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Scommessa assolutamente vinta in quanto, pur costruendo una squadra totalmente aliena al mondo calcistico delle highlandsal punto che durante la prima partita della stagione contro l’Hibernian qualcuno ironizzò sul fatto che i supporters dei Rangers conoscessero più i giocatori avversari che i propri, Warburton è riuscito a scrivere un piccolo record nella storia dei Rangers, vincendo le prime 11 partite stagionali fra campionato e coppe, e conoscendo la prima sconfitta – limitandoci al campionato – soltanto a novembre.

Record che è stato solo il preludio a quest’annata trionfale: titolo della Championship conquistato con 4 turni di anticipo, vittoria della Scottish Challenge Cup conquistata domenica scorsa battendo per 4-0 il Peterhead nella finale ad Hampden Park, e semifinale di Scottish Cup da giocare domenica contro gli acerrimi rivali del Celtic, in un assaggio dell’Old Firm che l’anno prossimo tornerà a scandire regolarmente la vita del calcio scozzese.

Il tutto raggiunto come detto grazie a un progetto nuovo e rivelatosi finora vincente targato Warburton, che ha attinto a piene mani da un ambiente a lui ultra-familiare come le serie minori inglesi (prima di giungere in Scozia il tecnico ha allenato l’Academy del Watford ed il Brentford, col quale centrò una memorabile promozione in Championship) ingaggiando diversi volti nuovi che sono andati a costituire la spina dorsale della squadra: fra questi sono degni di menzione il terzino destro James Tavernier, autore di ben 9 reti (un numero inaudito per un difensore), fra i quali il già citato gol promozione contro il Dumbarton, e di 16 assist; il centravanti Martyn Waghorn, capocannoniere del torneo con 20 golil portiere Wes Foderingham e il centrale di centrocampo Andy Halliday.

La partita che ha garantito la promozione: pur dovendo far fronte ad un’assenza pesante come quella del bomber Warghorn, i Rangers dimostrano la loro evidente superiorità sugli avversari schierando il canonico 4-3-3, rivelatosi una volta di più decisamente ordinato. E che ha consentito alla squadra di avere un netto dominio territoriale (il 78% di possesso palla non mente) e di sfruttare al meglio sia le fasce (vedasi i continui scambi sulla sinistra fra Forrester e McKay) e la superiorità numerica in mezzo al campo per arrivare con continuità al tiro. La partita è divenuta ben presto un assedio Rangers al fortino ben difeso dal Dumbarton, bucato solo dall’inserimento di Tavernier che, seppur giochi terzino destro, in occasione del gol si trova al centro dell’attacco a spingere in rete un pallone pervenutogli da sinistra col tempismo del centravanti vero.

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Questi volti nuovi, rivelatisi come detto fondamentali, sono stati uniti in maniera quasi alchemica allo zoccolo duro della vecchia guardia rappresentata dal capitano Lee Wallace (l’unico calciatore rimasto dei Rangers che giocarono il loro ultimo campionato in SPL) e dalla leggenda Kenny Miller, tornato ad Ibrox nel 2014 dopo l’esperienza in MLS coi Vancouver Whitecaps, che a 36 anni suonati ha saputo dare il suo contributo con 13 reti, fra le quali spicca la tripletta realizzata lo scorso 2 gennaio al Dumbarton, che lo ha reso il più vecchio calciatore dei Rangers a riuscire nell’impresa.

In questo mix fra tradizione e nuovo che avanza si è creato, oltre che un equilibrio tattico e un organizzazione di gioco davvero invidiabili, specie se rapportati a un contesto così poco attento ad aspetti che non siano il puro agonismo e l’attaccamento alla maglia (elementi alla base dei loro bellissimi stadi sempre pieni, nonostante lo spettacolo proposto sia decisamente scarno, se confrontato con gli altri palcoscenici europei) come quello scozzese, anche un certo affiatamento nel gruppo, che ha consentito a molti giovani – che non possono mai mancare in squadre dove si punta a una rinascita e dove i soldi scarseggiano – di affacciarsi con risultati più che discreti alla prima squadra.
Fra questi spiccano i nomi di Dominic Ball, centrocampista scuola Tottenham che Warburton già ebbe alle sue dipendenze ai tempi dell’Academy del Watford, e di Gideon Zelalem, interno destro dal doppio passaporto americano e tedesco proveniente dall’Arsenal, già paragonato a un altro prodotto recente delle giovanili dei Gunners, Cesc Fabregas.

Premesso che c’è sempre poco da fidarsi dei filmati di Youtube quando si parla di un giovane talento (o di un presunto tale), questa compilation di giocate del classe ’97 possono già dire qualcosa sulle sue qualità, certamente da affinare se vuole sfondare a livelli più alti della SPL: un calciatore con pochi fronzoli, sempre in movimento per offrire ai compagni una linea di passaggio comoda, uno che gioca affidandosi il più delle volte a giocate semplici, quasi banali, ma efficaci. Vedendolo, più che a Fabregas ho pensato a Jorginho.

I Rangers dunque, dopo una stagione durante la quale hanno dimostrato senza se e senza ma di essere i più forti, e che le serie minori scozzesi stanno loro decisamente troppo strette, si apprestano ad affrontare con entusiasmo la prossima stagione in SPL, una delle più importanti della loro storia: il materiale di base da cui partire c’è, anche se abbastanza grezzo, e non manca di certo, da parte di tecnico e dirigenza, la voglia di migliorarsi con investimenti sempre all’insegna della sostenibilità , poiché le ferite del fallimento sono relativamente fresche e bruciano ancora.

Insomma, difficilmente vedremo i Rangers tornare a essere, già dall’anno prossimo perlomeno, quella squadra che sotto la presidenza del mecenate Murray collezionava campioni (o gente che tale sarebbe diventata in futuro) come Gattuso, Brian Laudrup, Kanchelskis e Gascoigne, o comunque giocatori di livello superiore per i parametri scozzesi come Lorenzo Amoruso e Marco Negri alla ricerca di un’affermazione europea: ma un ambiente così naturalmente ambizioso (e come potrebbe non esserlo una squadra la cui bacheca contiene 54 titoli scozzesi, 33 coppe di Scozia, 17 coppe di lega e una storica Coppa delle Coppe conquistata nel 1972 ai danni della Dinamo Mosca) è sicuramente l’ideale per crescere e tornare pian piano (difficilmente già dal prossimo anno i Rangers riusciranno a mettersi davanti al Celtic, ma il livello delle altre, giunto negli ultimi anni ai minimi storici, potrebbe dare una mano ai neopromossi per giungere immediatamente dietro ai biancoverdi) ai livelli che gli competono. 

Ovvero la leadership incontrastata in Scozia (dove l’ultimo campionato sfuggito alle due di Glasgow risale al lontano 1985, quando finì davanti a tutti l’Aberdeen di un giovane e sconosciuto manager di nome Alex Ferguson) e la presenza fissa nelle competizioni internazionali, perlomeno a livello dei gironi di Europa League.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.