Interventi a gamba tesa

Memorial Fernando Torres


L’idea di scrivere il testamento spirituale di Fernando Torres è scattata quando ho letto che l’Atletico Madrid, complice il blocco del mercato imposto dalla Fifa, poi sospeso, non avrebbe avuto intenzione di riscattare il niño, arrivato un anno fa in prestito dal Milan. D’accordo il suo crollo verticale negli ultimi 6 anni, ma non c’è più spazio per lui neanche a casa sua? Neanche come rincalzo? Un quesito che, allargando lo zoom, ne ha alimentati a stretto giro di posta altri due: è davvero già finita l’avventura di Torres nel calcio che conta? A 32 anni compiuti lo scorso 20 marzo? La domanda (retorica) mi ha quindi indotto a evadere dal presente e rifugiarmi in un passato glorioso, per stilare una top 10 dei suoi gol e rivivere quindi la carriera di un giocatore che ormai non esiste più. Esercizio a metà strada tra l’estasi panica e l’autolesionismo, per chi come me ha amato Fernando Torres più della sua stessa vita.
Ps: il fatto che nelle ultime settimane abbia racimolato un buon minutaggio (e 3 gol) è figlio della cessione di Jackson Martinez e della mancanza di alternative pesanti in attacco, più che di un’improbabile rinascita o dell’altrettanto inverosimile fiducia che Simeone è tornato a riporre in lui. 


Passando in rassegna tutti i suoi 268 gol, mi sono reso conto, al di là di un repertorio estremamente ricco e variegato, a riprova della completezza del suo campionario a livello realizzativo (e più in generale di un’eleganza mai fine a sé stessa), che per una rete se ne trova sempre un’omologa. Il che mi lascia pensare che i suoi colpi non siano mai estemporanei o al di sopra delle sue possibilità, bensì il frutto di una certa consapevolezza nei suoi mezzi, almeno nella sua prima parte di carriera. Prima di iniziare questa carrellata, premetto che non ho stilato questa classifica in base a canoni estetici in senso assoluto (anzi, ne ho dovuti lasciare fuori diversi belli, a malincuore), ma in base alle mie preferenze, filtrati attraverso i miei ricordi adolescenziali, in modo da inserire gol il più possibile diversi tra loro, per analizzare al meglio la profondità del talento dell’attaccante spagnolo. L’ordine è prettamente cronologico.

1) Curve adolescenziali

Levante-Atletico Madrid 2-4, 7 febbraio 2002, Segunda Division.

All’epoca di questo gol, Fernando Torres ha 17 anni, ma è nella prima squadra dell’Atletico Madrid già dalla passata stagione. Sono anni durissimi per i colchoneros, retrocessi in Segunda Division nel 2000 in seguito –e qui cito wikipedia – ad un tracollo tecnico-societario. Per il prodotto della cantera rojiblanca la serie B tuttavia rappresenta un prologo più soft al calcio dei grandi, oltre che un’opportunità di ritagliarsi più spazio. In quel 2001-’02 che spalancherà al club madrileno le porte della Primera Division, Torres infatti giocherà 36 partite (“non un bell’anno dal punto di vista personale” recita però la biografia sul suo sito), segnando 6 reti.

Due di queste le siglerà proprio nel match del video postato qui sopra. Il primo è un saggio di velocità e intelligenza nello stretto clamoroso , il secondo un lob di tottiana memoria con cui fissa il punteggio sul definitivo 4-2. Un pezzo ricorrente, ma soltanto nella prima avventura all’Atleti (vedi qui e qui), che ipotizzo negli anni a seguire sia stato “soppiantato” dal dribbling al portiere per la sicurezza che ne è derivata dallo strapotere atletico. Tornando all’azione del gol contro il Levante, il numero 9 esegue il più classico dei “dai e vai”: prima si abbassa portando fuori posizione il marcatore e, una volta scaricata la palla, attacca lo spazio liberato dal difensore. Il tocco sotto non è un preziosismo da compilation su youtube (tra l’altro, nel 2002 non era ancora nato), bensì la risultante delle parole “efficacia” ed “essenzialità”. Perché portandosi la sfera sul destro sarebbe entrato nell’orbita del centrale di sinistra, mentre chiudendola sul mancino, considerata poi la verosimile uscita del portiere, avrebbe ridotto sensibilmente l’angolo di tiro. La soluzione si chiama quindi pallonetto. E tanto di cappello.

2) The Spanish express

 Marsiglia-Liverpool 0-4, 11 dicembre 2007, Champions League.


Leggere delle perplessità sollevate dai media inglesi nell’estate del 2007, quando si è trasferito dall’Atletico Madrid al Liverpool per 20 milioni di sterline più il cartellino di Luis Garcia, col senno di poi sembra ancora più grottesco. Perché il Torres che in Liga non è mai arrivato a 20 gol in una stagione come non è mai stato capace di portare l’Atleti in Europa, al suo primo anno in Gran Bretagna disputerà la migliore stagione della sua vita.

Sospinto da una brillantezza atletica pressoché aurea (che non lo accompagnerà più negli anni a seguire), il suo 2007-’08 ha la forma di un camion che tira sotto qualunque ostacolo si frapponga tra sé e la porta. Esaltato dal gioco estremamente diretto di Benitez, in un 4231 dove i 3 dietro di lui vivono alle sue dipendenze fornendo ampiezza e profondità alla squadra, l’ex biancorosso il meglio di sé lo dà nei secondi tempi – al punto da mettere a segno ben 24 dei 33 centri complessivi (record per un debuttante straniero in Premier, eletto a fine torneo secondo miglior giocatore della lega dopo Cristiano Ronaldo) nei secondi 45’ – quando la partita si strappa e le squadre si allungano. Attaccando la porta con una forza esplosiva e muovendosi nella situazione di gioco con un anticipo tale da farmi pensare che in video viaggi in modalità accelerata rispetto alle altre sagome. Il tutto senza trascurare l’eleganza nelle movenze.

Fatevi una full immersion dei suoi gol per capire che razza di animale fosse in quell’annata (tra gli altri, segnalo questo gol, questo e questo), una sorta di reincarnazione – in tono minore – del Ronaldo ’96-’98. Dominante in campo aperto, ma su attacco posizionale: se all’Atletico talvolta riceve in posizione laterale per poi dribblare l’uomo grazie alla sua finta “a manico d’ombrello” con cui si porta la palla sull’altro piede ed entra dentro al campo aumentando le frequenze della corsa, il primo Torres inglese, oltre ad andare nello spazio, è solito uscire dall’area e cercare una ricezione fra le linee, che gli permetta di puntare la porta partendo da posizione frontale.

È il caso di quest’azione (minuto 0:23), in cui raccoglie il passaggio di Kewell all’altezza del vertice dell’area, e grazie ad un buon controllo orientato riesce ad anticipare un avversario, che si era mosso per coprirgli il destro. A questo punto tra l’attaccante in corsa e Rodriguez del Marsiglia ci sono 6-7 metri per sprigionare la propria velocità. Il malcapitato difensore accorcia timidamente abbassandosi sulle gambe e, vuoi perché terrorizzato dall’idea di concedere un altro rigore, vuoi perché forse si aspetta che lo spagnolo vada sul suo piede forte, vuoi per manifesta inferiorità, viene sfilato quasi passivamente, mentre alza il braccio reclamando non so cosa. La punta andrà in rete spostandosi la palla (adesso sì) sul destro, la soluzione meno rischiosa per battere Mandanda con un rasoterra sul palo scoperto .

3) Outisde the box 

Middlesbrough-Liverpool 1-1, 12 gennaio 2008, Premier League.

Uno degli aspetti che da sempre mi ha affascinato di Fernando Torres è la qualità del suo calcio. Su quasi 300 gol, si contano sulle dita di una mano i tiri sporchi o i gol casuali, in cui la palla assume traiettorie incoerenti rispetto al linguaggio del suo corpo. E dire che stiamo parlando di un giocatore contingentato prevalentemente agli ultimi 20 metri, che vive a contatto con le difese. Il che denota, oltre ad una forza fisica che gli permette(va) di resistere agli urti degli avversari, un controllo dello spazio ed un equilibrio dinamico considerevoli. E risalendo a monte, una pulizia tecnica grazie alla quale calcia quasi indifferentemente con entrambi i piedi, dalla breve come dalla medio-lunga distanza.

I tentativi da fuori area in termini assoluti non sono così fitti, ma nemmeno sporadici, se si considera che di professione fa il centravanti (in Liga, tra gli altri, osservare questo gol al Villareal e questo al Bilbao, in Premier questo, sempre al Middlesbrough e sempre nel 2007-’08 e questo al Sunderland il campionato successivo).

Ho scelto questa marcatura al Middlesbrough perché evidenzia bene il connubio tra abilità balistica e propriocezione. Il numero 9 qui si abbassa per fornire una linea sicura a Babel, che lo serve. Il controllo però risulta infelice: anziché portarsi avanti la palla, la stessa rimbalza sul sinistro, provocando la caduta dell’attaccante. Ciò nonostante, ripristina l’equilibrio, effettua un tocco, accorcia la rincorsa e scocca un destro secco che il portiere riesce malapena a sfiorare. Il tutto in meno di 3 secondi. La difesa esce in colpevole ritardo, sia perché l’ex Atletico costruisce il tiro in un lasso di tempo allucinante, sia perché non si aspetta dallo spagnolo questo tipo di scelta ad una ventina di metri dalla porta: un proiettile di collo interno che prende subito quota e velocità, incocciando sul palo interno prima di terminare in porta.

4) Il cacciatore di secondi

Liverpool-West Ham 4-0, 5 marzo 2008, Premier League.

Il concetto di controllo dello spazio inevitabilmente si interseca con quello del tempo. Il centravanti iberico, grazie al lavoro portato avanti con Benitez, ha sviluppato un sincronismo coi compagni così affinato (in testa Kuyt e soprattutto Gerrard), da leggere le traiettorie dei loro cross con anticipo ed esasperare il timing dell’attacco dello spazio, arrivando a finalizzare nonostante un angolo di tiro ridottissimo. Tanto che contro il West Ham coglie di sorpresa pure la regia televisiva, che quasi si perde la sua girata.

Di questo gol mi impressionano:
a) il tempo con cui si fionda sulla sfera. Ribadito che, con ogni probabilità si tratta di una giocata a memoria, non è Fernando a dettare il passaggio con un taglio proattivo sul primo palo, semmai è il contesto favorevole (la porzione di campo compresa tra l’area grande ed il dischetto sgombra) ad innescarla. Kuyt la mette all’altezza del dischetto del rigore invitando il compagno ad inserirsi nello spazio libero, ma il tempo di reazione dell’iberico dal tocco dell’olandese è così breve da indurmi a pensare che ne abbia anticipato persino le intenzioni. Per avere un riferimento concreto, guardate con quanto anticipo legge quella palla rispetto al difensore, il quale, non potendo più contendergliela, prova ad ostacolarlo);
b) il fatto che sia riuscito a girarla sul secondo palo. Ho pensato subito al golden gol del carneade Ilhan Mansiz ai mondiali del 2002 in Turchia-Senegal, che ha dovuto compiere sì una torsione ancora più importante in quanto spostato tutto sul primo palo, ma il turco si trovava comunque più vicino alla porta e relativamente libero. La punta del Liverpool invece è marcata, e teoricamente avrebbe a disposizione solo il primo palo. E invece…

5) Un gol, una suoneria

Liverpool-Arsenal 4-2, 8 aprile 2008, Champions League.

Ho scelto questo gol non tanto per motivi stilistici o per il peso specifico dello stesso, quanto perché ha fatto parte della mia quotidianità, a spanne direi tra il 2011 e il 2012. L’audio del commentatore Sky Massimo Marianella “dall’altra parte il niño Torres si gira, ehhhhhhh… Un gol bellissimo el niño! Solo lui può fare un gol così! E poi scivola, come un torero, sotto la Kop! Liverpool in vantaggio…” è stata infatti la suoneria del mio Nokia N70 per quasi un anno. Rispondevo sempre mal volentieri alle chiamate, perché spingere il pulsante verde significava interrompere la scarica di adrenalina provocata da quella sequenza di frasi che so tuttora a memoria, e ripiombare alla cruda realtà. Col tempo però ho imparato ad apprezzare di anche il commento della tv inglese, in particolare l’enfasi del cronista sul “he is unstoppable!” pronunciato dopo il provvisorio 2-1 del numero 9 nel ritorno dei quarti di Champions League con l’Arsenal, sconfitto 5-3 nell’aggregata.

Più riguardo quest’azione, e più mi lascia allibito la leggerezza di Kolo Tourè: prima si fa superare passivamente dal pallone spizzato da Crouch, poi, nello scambio di posizioni con Senderos – uscito sullo spagnolo per sopperire alla sua disattenzione, ma subito mandato fuori tempo dal controllo verso il centro dell’area di Fernando – anziché raddoppiare la punta, si limita a presidiare la zona lasciata libera dal centrale. Evidentemente non considerava la torsione immediata con annesso destro di collo interno sul secondo palo (l’unico angolo di tiro disponibile) del niño un’opzione credibile.

6) Il paradosso del vincente

Spagna-Germania 1-0, 30 giugno 2008, campionato europeo.

Se diamo un’occhiata al palmares del niño, troviamo:
una Champions League;
un’Europa League;
una supercoppa europea;
una FA Cup;
2 europei;
un mondiale.

Addirittura, assieme a Juan Mata si può fregiare di essere l’unico a detenere contemporaneamente, seppur per una decina di giorni, mondiale, europeo, Champions ed EL. Eppure, nella maggior parte di queste vittorie, la punta ha offerto un contributo trascurabile o quasi. Fatta salva un’Europa League vinta grazie alle sue 6 reti nella fase ad eliminazione diretta – dove parliamo comunque di un Torres già in fase calante, decisivo per gol ma non per prestazioni – nell’accoppiata FA Cup-CL del 2012 è la riserva di Drogba, ad Euro 2012 viene insignito sì del platonico titolo di capocannoniere (3 reti contro Irlanda ed Italia), ma dopo le prime 2 partite viene sacrificato in luogo di un Fabregas versione falso nueve (o Negredo), mentre nel 2010 gioca un mondiale pessimo a causa dei postumi dell’intervento al martoriato ginocchio destro.

Meglio l’europeo del 2008, in cui ha realizzato due centri, di cui uno nella finale 1-0 con la Germania. Non ingannino però il gol partita ai tedeschi e la nomination nella rosa dei 23 migliori della manifestazione stilata dall’Uefa, per lui è stato un torneo di sofferenza.
Innanzitutto mentale, perché in nazionale fino a quel momento è sempre stato condannato a dover dimostrare qualcosa alla discretamente folta schiera di detrattori, a maggior ragione dopo una stagione da 33 reti nel suo club.
E tecnica: sia per la convivenza con David Villa in attacco – forzata, per uno che ha sempre riempito l’area da solo – ma in particolare per lo stile di gioco diametralmente opposto rispetto al calcio vertiginosamente verticale praticato al Liverpool che gli permetteva di attaccare gli spazi liberi. È quella infatti la prima Spagna del tiqui-taqa ante litteram, col triangolo Xavi-Senna-Iniesta a scandire i tempi di una manovra palleggiata che obbligava gli avversari a schiacciarsi e il numero 9 ad uscire dallo specchio della porta per guadagnare ricezioni spalle alla porta sicure ma svantaggiose. Non è un caso che Fernando abbia tratto giovamento dall’ingresso di Fabregas al posto dell’infortunato Villa in semifinale con la Russia. Perché il passaggio al 4-1-3-1-1 con l’allora centrocampista dell’Arsenal alle sue spalle, ha garantito a Fernando un rifinitore essenziale, vicino per certi versi all’amato Gerrard, nonché un ruolo più centrale nei giochi offensivi delle furie rosse.

L’1-0 alla Germania incarna al tempo stesso l’abc del calcio secondo FT9 (verticalizzazione del compagno e attacco alle spalle della linea difensiva) ed il lieto fine nonostante una genesi travagliata, in una rivisitazione post moderna di una fiaba dei fratelli Grimm. Lo stop successivo all’assist di Fabregas in effetti è abbondante, tuttavia si rivela il miglior viatico per circumnavigare senza palla Lahm di slancio e bruciare Lehmann con un pallonetto. Palla in rete, e vissero tutti felici e contenti. Almeno in Spagna.

7) Il contorsionista

Liverpool-Blackburn 4-0, 11 aprile 2009, Premier League.

All’interno della categoria “tiri in porta”, il gol più “torressiano” (neologismo appena approvato dall’Accademia della Crusca) che esista. Perché se da un lato è vero che costituisce un unicum nel suo genere (gli unici vagamente somiglianti, almeno nell’avvitamento, sono questo e questo), dall’altro ne sublima l’essenza del profilo tecnico in un’opera straordinaria ma non per questo eccezionale. Dentro a quella torsione no look è racchiuso infatti il campionario già snocciolato sopra: il controllo orientato e dello spazio, la qualità del calcio, l’abilità balistica, la propriocettività e più di tutti l’eleganza della torsione – quasi una piroetta degna di un danzatore che si libra in aria – con cui si costruisce l’angolo di tiro per concludere sul palo più lontano (attenzione all’ultimo replay).

Una rete personalmente resa ancora più fantastica dal fatto che ignori la porta. Da bomber di razza, la sente, non c’è bisogno di guardarla se sei padrone dello spazio. Il suo sguardo è fisso sul pallone.
E poi l’impatto del collo del piede con la palla. Violento, ma non brutale.

8) “Mamma guarda sembro Del Piero”

Liverpool-Sunderland 3-0, 28 marzo 2010, Premier League.

In apparenza questa tipologia di rete pare presa in prestito da Del Piero. Per come converge e disegna la parabola a scavalcare il portiere sul secondo palo mi ricorda poi incredibilmente la gemma di Pinturicchio a Dortmund nel lontano 1995. Spulciando tuttavia l’elenco dei gol del niño, ne ho trovati altri, siglati anche a distanza di anni (qui ai tempi dell’Atletico, qui con la Spagna in Confederations Cup nel 2009 qui al Chelsea in FA Cup). Capiamo quindi che quello al Sunderland non è un exploit isolato alla Birindelli, bensì la dimostrazione della sensibilità della superficie interna del piede e quindi di come il tiro piazzato rientri pienamente nelle sue corde. Che gli garantisce un’opzione B al tiro di potenza, da lui prediletto.
Notare inoltre la biomeccanica del corpo, finalizzata ad imprimere alla sfera una traiettoria arcuata.

9) Il futsal applicato al calcio

Chelsea-Newcastle 2-0, 25 agosto 2012, Premier League.

 

Dai e vai con Hazard, taglio esterno-interno con cui si libera di Santon e puntata sotto l’incrocio stile futsal con cui toglie il tempo di intervento a Coloccini e Krul. Sarebbe bello partire da questo gol per raccontarvi la storiella di un calciatore che, al netto di una flessione atletica, ha preso coscienza dei suoi nuovi limiti, trasformandosi in un attaccante più essenziale ma ugualmente efficace. Peccato soltanto che il campo abbia detto tutt’altro.

Lo spagnolo ha provato nella seconda parte della sua carriera a replicare quelle giocate con cui ai tempi del Chelsea e del Liverpool spaccava le difese, risalendo palla al piede il campo e superando in allungo gli avversari. Ma la progressione non rappresentava più un pezzo forte del suo repertorio, bensì un tallone d’Achille.

La sua testardaggine nel riproporre schemi ormai fallimentari, mi ha portato a rivalutare negativamente la sua capacità analitica. Ma quindi il Torres che, ad esempio all’Atletico Madrid era solito svariare sul fronte offensivo per guadagnare una ricezione frontale e puntare la porta in prima persona, giocava in questo modo in quanto era consapevole della propria prestanza fisica superiore e – e del fatto che fosse la giocata più redditizia per arrivare al gol – o perché si tratta(va) di un giocatore monocorde? Situazioni come questa, questa, oppure questa, non possono che alimentare i dubbi, ma anche denotare un difetto di umiltà nel riconoscere ciò che il tempo ha portato via (la si può leggere anche come un’ambiziosa ricerca del “Fu Fernando Torres”, figlia dell’auto imposizione di standard molto alti), nonché una conseguente dose di frustrazione.

Se sono però arrivato a parlare del secondo Fernando Torres, a questo punto non posso più girare attorno al domandone da un milione di dollari: cosa ha determinato il suo crollo a partire dal 2010-’11? Più che un quesito, pare un rebus senza una risposta univoca che mi ha tolto il sonno per tante notti. Di seguito trovate una serie di motivazioni che ho elaborato nel corso degli anni.

  • Gli infortuni: il madrileno inizia ad accusare i primi problemi al bicipite femorale destro nel 2008, seguiti da un infortunio al tendine rotuleo dello stesso arto. Prima a febbraio, poi ad agosto, ottobre e novembre. Nella sua autobiografia, uscita nel 2009 – “Torres. El Niño: my story”, mai pubblicata in italiano – descrive così quel periodo: “Fu una vera e propria mazzata. La prima volta che ti succede pensi che sia una cosa normale, e vai avanti. La seconda volta ti fermi, ti prendi più cura di te stesso, ed inizi a domandarti cosa stia succedendo. La terza ti blocchi; inizi a pensare che ci siano cause sottovalutate e lavori in maniera estenuante per assicurarti che non ti capiti ancora. Era ancora più importante nel mio caso perché era il mio flessore che mi stava causando tutti quei problemi: il muscolo per il quale vivevo, quello che ti dona accelerazione e velocità”. Nel 2010 il colpo di grazia, con due interventi di pulizia della cartilagine del ginocchio destro a gennaio ed aprile. La risultante di questa spirale di malanni è una perdita di brillantezza nei 20-30 metri, a dispetto di uno spunto nei primi metri tuttora discretamente efficace.
  • Il cambio di stile di gioco dal Liverpool al Chelsea: se in riva al Merseyside costituiva il fulcro di una manovra che viveva di transizioni dirette, innescate spesso e volentieri dal suo amico Gerrard, con cui aveva instaurato un’intesa quasi telepatica; la musica è cambiata al Chelsea, dove non solo aveva perso la centralità del gioco, ma sempre più raramente aveva la possibilità di attaccare alle spalle la linea difensiva. “Colpa”, al di là dei problemi di ambientamento a Londra, di un calcio più posizionale, fatto di occupazione statica dell’ultimo terzo di campo e di interscambi di posizione tra i tre trequartisti, in cui lo spagnolo, più che il finalizzatore, costituiva la boa cui appoggiarsi. La quale, abbassandosi, scompaginava l’equilibrio difensivo avversario, favorendo dunque gli inserimenti dei compagni.
    Al centravanti classe ’84 ad ogni modo vanno riconosciuti gli sforzi per adeguarsi a questo nuovo stile di gioco, ma di base ha pagato il fatto di soffrire gli spazi stretti e di non essere un giocatore associativo. Tutto ciò si è tradotto in una crescente alienazione dal gioco e un minutaggio sempre più basso in favore dei vari Drogba, Demba Ba ed Eto’o. Stesso discorso al Milan, in cui era costretto a muoversi quasi esclusivamente spalle alle porta.

Intermezzo: gli anni passano, ma il viso è sempre identico. Di qui, come tutti sapete, l’origine del soprannome el niño.

fernando torres da piccolo

  • La condizione mentale: di questo giocatore a livello mentale sono arrivato a pensare che in fondo è una prima donna, che se non viene coccolata da allenatore e compagni, va giù di testa. In questo senso, le dichiarazioni successive ad esempio alla vittoria della Champions League 2011-’12 contro il Bayern Monaco – poi ritrattate – in cui si è sfogato perché Di Matteo non l’ha inserito nella lista dei rigoristi – ripeto, il giorno dopo aver alzato la Coppa dei Campioni – mi lasciano tuttora basito.
    Allargando lo zoom, sono convinto che, al netto di un’autostima già intaccata dagli infortuni e dalla scarsa vena realizzativa (un circolo vizioso devastante), abbia sofferto tutti quegli allenatori che non hanno più riconosciuto il suo status di fuoriclasse intoccabile (abbastanza utopistico del resto da 5 anni a questa parte considerarlo tale, a meno che non ti chiami Roman Abramovich, l’unico che, forse per l’investimento consistente, ha sempre creduto in lui). Ultimo della lista Simeone, che si aggiunge a Mourinho, Villas Boas e persino il suo mentore Benitez.
    E poi chissà quanto il peso dei 50 milioni di sterline scuciti dai blues nel gennaio del 2011 per acquistarlo dal Liverpool lo abbia condizionato…
  • La precocità del talento: oltre a questo interessantissimo pezzo di Daniele Manusia sul niño, scandagliando la rete ho trovato un altro approfondimento tra il serio ed il faceto che, come me, si interroga sulle cause della decadenza del mio mito. In mezzo a tante suggestioni fantasiose, mi ha colpito il paragone con la meteora Michael Owen. Denominatore comune: una carriera sbocciata prestissimo, appassita bruscamente in quello che per un giocatore dovrebbe costituire il periodo della maturità (ossia la fase tra i 26 e i 30 anni).
    Due scattisti probabilmente bruciati da una tipologia di gioco (logorante) fondata sulla spasmodica ricerca della velocità, nonché da un altissimo numero di partite disputate in età precoce. Per rendere un’idea, Torres ha 32 anni e conta tra club e nazionale 736 presenze. Due tra i più forti attaccanti recenti dal panorama italiano, Totti e Del Piero, 40enne il primo e 42enne il secondo (fermo però dal novembre 2014), ne hanno collezionate rispettivamente 809 e 836.
    Aggiornamento: nel novembre del 2018 il 34enne Fernando Torres ha eguagliato il numero di presenze di Del Piero. 

10) Illusioni ad alta quota

Empoli-Milan 2-2, 23 settembre 2014, serie A.

Nella sua parentesi di 4 mesi al Milan, questo colpo di testa all’Empoli è il primo nonché unico gol in Italia. Sebbene Torres in rossonero paia un nobile decaduto alla corte di un casato a sua volta prigioniero del glorioso passato, da questa incornata trasuda lo spirito del bomber di razza.

Nonostante il traversone di Abate corto e leggermente arretrato, l’ex Chelsea si stacca dalla marcatura di Tonelli grazie ad un taglio sul primo palo, con cui si guadagna quel vantaggio spaziale – anche qui ritroviamo i concetti della lettura delle traiettorie anticipata e dell’esasperazione del timing d’impatto col pallone – che gli permetterà di girare indisturbato la sfera di testa sul secondo palo, colpendola con la parte sinistra della fronte, l’unico punto possibile per indirizzarla in porta. La sorpresa di Sepe nell’osservare la palla che s’insacca, è pari forse a quella dei tifosi del diavolo, che in quella notte avranno pensato di avere tra le mani un attaccante decisivo. Un’illusione fugace, che però mi ha aiutato a contestualizzare la dimensione della punta classe ’84 a livello aereo.

Perché l’ultima parte della sua carriera, in cui ha segnato pochissime reti di testa, mi aveva erroneamente convinto che in fondo in questo fondamentale non eccellesse, sulla falsa riga di altri top della Premier, come Henry e Van Persie.

Scorrendo invece i video delle sue reti, ne ho trovate una quarantina abbondante siglate in questo modo (questa e questa le mie preferite), di cui 17 realizzate con la maglia dell’Atletico Madrid. Nel dettaglio, addirittura 6 centri tra i primi 16 da professionista, probabilmente perché al tempo non era ancora un attaccante totale, ma un “semplice” finalizzatore one touch che viveva negli ultimi 16 metri, capace di imprimere ora potenza, ora precisione alle sue testate.


Con questo gol si chiude il mio tributo a Fernando Torres. Se anche voi come me siete stati assaliti dalla malinconia, voglio smorzare questo clima proponendovi il niño che si prende gioco del malcapitato Ciani in un Francia-Spagna del 2010. Uno degli ultimi scampoli del real Fernando Torres.

“Non ce la faccio, troppi ricordi” (cit.).


 

classe ‘90 formatosi a Rimini. Calciofilo per inerzia, volleyballista (inteso come raccontaballe) per passione. Collaboratore al “Corriere di Romagna” dal 2009 al 2014, la Lega Pro da ormai troppo tempo è diventata il suo pane quotidiano. Valentina Arrighetti la sua dea, tradita soltanto per qualche sveltina con Fernando Torres e Earvin Ngapeth. Caporedattore Sportellate.it