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- di Leonardo Salvato

Pato 2.0


Una sessione invernale di calciomercato fra le più povere che si ricordino per la nostra serie A, si è rivelata tale anche nel resto dell'Europa dove, esclusi gli affari - già messi a segno precedentemente e ratificati solo a gennaio per la nota penalità inflitta dall'UEFA - Turan e Vidal al Barcellona, non si sono registrati quei colpi grossi in grado di accendere l'entusiasmo dei tifosi, tanto meno di sconvolgere gli equilibri già delineati durante la prima parte di stagione. C'è stato però spazio per una grande suggestione: un Chelsea in evidente difficoltà in classifica che ha preso in prestito dal Corinthians l'ex Milan Alexandre Pato.


È stato un colpo realizzato in un irreale silenzio, passato quasi inosservato (forse perché i blues non hanno dalla loro un Pellegatti messo lì apposta per elogiare l'ingaggio di vecchie figurine che starebbero meglio in un album Panini che in un campo di calcio). Perfettamente in linea con il suo addio al Milan, nel gennaio 2013, in direzione Brasile, per vestire la maglia del Timão: quanta differenza con gli squilli di tromba e il rullo di tamburi che lo accolsero nell'estate del 2007, quando era solo un ragazzino non ancora maggiorenne (che però aveva già segnato un gol al mondiale per club, diventando il più giovane marcatore internazionale del calcio, superando in questa speciale classifica il connazionale Pele), che per i successivi quattro mesi avrebbe potuto solo allenarsi a Milanello!

Pato ancora diciassettenne al suo primo scatto in rossonero. Quante cose sono cambiate: Pato ancora mingherlino, la faccia da adolescente che forse manco ha completato lo sviluppo, Galliani che ancora riusciva a fiutare un vero affare...


Pato però non può passare sotto silenzio: non per chi, al suo arrivo in Italia, rimase folgorato dalla discrepanza esistente fra le due essenze che convivono in lui. Fra il ragazzino forse anche un po' sfigatello a una prima impressione, con quella sua faccia spruzzata di brufoli, l'apparecchio ai denti e quell'aspetto di chi non viene di certo scelto dalle ragazzine al ballo della scuola, e quel calciatore magnifico, maestoso e imponente, leggero eppure inarrestabile nel suo incedere, umile quanto sfrontato sul rettangolo verde, che si toglie lo sfizio di segnare alla sua primissima partita in Italia (come d'altronde ha sempre fatto ad ogni esordio nella sua carriera), contro il Napoli.

Era in un certo senso la dimostrazione, per tutti gli adolescenti che annaspano fra le loro insicurezze cercando disperatamente di restare sulla linea di galleggiamento, che da brutti anatroccoli ci si può trasfigurare in bellissimi cigni.

E poi diciamocelo: come si fa a non innamorarsi sotto sotto di uno che manda cuoricini a destra e a manca?

Sembra l'inizio di una favola, che però finisce lì, non riservando alcun lieto fine. Pato segna in ogni maniera: di destro, di sinistro, di classe, di potenzain acrobaziada consumato bomber d'area, ma soprattutto segna tanto (9 reti nella prima metà stagione rossonera, 18 in 42 partite il secondo anno), lasciando attorno a sé un alone di magia che aumenta sempre di più allorquando andiamo a leggere, come magneticamente attratti, la sua carta d'identità che recita 2 settembre 1989 - 20 anni alla fine del 2008-'09 - e inevitabilmente nasceva l'idea: "Cosa sarà Pato a 25 anni?"

Questo forse il momento in cui Pato è stato più vicino alle enormi aspettative riposte in lui: dopo soli 24 secondi di gioco contro il Barcellona di Guardiola Pato è già con le braccia larghe a respirare l'atmosfera surreale degli attoniti tifosi catalani. Poco prima aveva ricevuto palla e, con un solo tocco, era scappato via in velocità a Mascherano, volando leggero e inarrestabile verso la porta avversaria, difesa solo da un Valdes che già sapeva di non avere scampo. Quella sera la sfida Pato-Messi, simbolo dell'eterna rivalità Brasile-Argentina, sembrò più equilibrata del solito...

Ma è proprio allora che qualcosa all'improvviso si rompe, e i muscoli iniziano a fare i capricci, costringendo il campione a soste via via sempre più lunghe e sempre più frequenti ai box (ben 13 in poco più di due anni, secondo i dati Transfermarkt), fino agli ultimi periodi in rossonero, quando erano più le partite viste dall'infermeria che giocate in campo. In più l'amore che un po' tutti nutrivano nei suoi confronti, si trasformò ben presto in antipatia: Pato infatti stava cambiando, e da bravo ragazzo che tutti avrebbero voluto come genero si stava trasformando in arrogante prima donna che in campo provocava gli avversari tecnicamente meno dotati (nella fattispecie Vergassola e Del Grosso al termine di un Siena-Milan di inizio campionato) dall'alto del suo talento cristallino che, seppur messo costantemente a dura prova dalla fragilità fisica del calciatore, era sempre lì, indiscutibile.

E che fuori sembrava sempre scostante, lontano, insensibile all'affetto dei tifosi, un insopportabile "cocco della maestra" in virtù della relazione con Barbara Berlusconi, love-affaire che i maligni vedono pesantemente invischiato nel fallimento del trasferimento al PSG del brasiliano nel gennaio del 2012, che è costato l'acquisto, da parte dei rossoneri, di quel Carlos Tevez che, pochi mesi dopo, avrebbe fatto le fortune della Juventus.

Se poi inizi anche a litigare platealmente in campo con Gattuso, cosa già pericolosa di suo anche non volendo considerare il suo status di senatore e leggenda milanista, allora la tua buona dose d'odio generale te la vai pure a cercare...

Durò solo un anno quella sorta di "immunità": il 3 gennaio 2013, quando la parabola di Pato al Milan era in picchiata ormai da tempo, e il ruolo di ragazzino prodigio gli era stato usurpato dall'El Shaarawy dei 14 gol in 19 partite del girone d'andata, "il papero" salutò (male) tutti, prendendosela in particolar modo con gli esperti di Milan Lab. E fra il silenzio indifferente dei tifosi lasciò l'Europa.

Lasciandosi alle spalle, nei fatti, molto più della squadra rossonera nella quale aveva militato per 5 anni: Pato in quel momento gettò la spugna, e tutti noi che sognammo insieme a lui, ci ritrovammo catapultati in maniera brusca nella disincantata realtà: l'attaccante brasiliano è stato né più né meno di uno di quei venditori disonesti, che ci ha fatto solo intravedere quello di cui era capace, promettendo che "il meglio deve ancora venire". Promesse però non mantenute, e lo stesso Pato, una volta capito che era ormai l'ombra di sé stesso, decide che quello non era più il suo posto e fa le valigie.

"Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno". Pato sembra essere uscito dalla penna di J.R.R. Tolkien, e come il suo alter-ego Frodo lascia tutto e raggiunge Valinor/il Brasile, dove andarono già altri portatori dell'"anello" - un talento calcistico smisurato ma mai espresso del tutto - a rigenerarsi

https://youtu.be/4MOBw5ycYlo

Ma se le cose stanno così, perché adesso Pato ritorna? Si tratta di un colpo di coda nostalgico del Chelseache quest'anno ha completamente cannato la stagione e tenta così, ringiovanendo l'attacco (nonostante siano lontanissimi i tempi della next big thing del calcio mondiale, coi suoi 26 anni è comunque l'attaccante più giovane attualmente a disposizione di Hiddink) e scommettendo sull'effetto "He's back" che, pure se non funzionerà sul campo, potrebbe dare comunque i suoi frutti in sede di marketing. Oppure è un moto d'orgoglio di un campione ormai stufo di sentirsi dire che è finito a un'età in cui tutti i calciatori sono all'apice della loro carriera?

Nessuno, forse, sa dare una risposta (anche se le ultime notizie suggeriscono una direzione...): l'unica certezza che abbiamo è quell'alone di malinconia che avvolge Pato ogni qual volta si parla di lui. Di malinconia e di nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Un po' come se "il papero" non fosse più "solo un calciatore", ma il simbolo della "giovinezza che sì fugge tuttavia", di tutte quelle speranze, quei sogni, quelle prospettive che tali resteranno, come l'idea entusiasta del Pato del futuro creata quando il Pato del passato incantava in rossonero, "la risposta brasiliana a Messi" che ha clamorosamente mancato l'appello, e il divario esistente fra l'albiceleste e la selecão, forse mai così ampio come adesso, ne è testimone: ve lo immaginate il Brasile padrone di casa nel 2014, con Neymar a suggerire per QUEL Pato e non per Fred o Jo? Con magari l'altro grande rimpianto del calcio anni 2000, tale Adriano Leite Ribeiro, come centravanti di esperienza da sfruttare "alla Klose" a partita in corso...

Un rapporto, quello con la Selecão, mai decollato del tutto. Eppure anche quello era iniziato, come del resto quello con l'Internacional di Porto Alegre e il Milan, nel miglior modo possibile, ovvero con un gol all'esordio al 72' di Svezia-Brasile (era il 26 marzo del 2008), dopo essere subentrato al 58' a Luis Fabiano.


Ma questa d'altronde è solo un'altra meravigliosa idea rimasta confinata nella sua dimensione iperuranica e mai materializzatasi nel mondo reale. Per cui bentornato nel calcio europeo Pato: ma stavolta eviterò di seguirti e farmi fregare di nuovo. Sono ancora scottato dal ricordo dello Schumacher-bis in Mercedes per sperare che questo ritorno porti a qualcosa di buono: del resto i ritorni in grande stile - con tanto di mondiale e pallone d'oro - dopo le cadute più rovinose, che mettono davvero a repentaglio la carriera, sono cose da Fenomeno, mica per tutti.


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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