Interventi a gamba tesa

Dalla foglia morta alla maledetta: come calciare una punizione


Il calcio di punizione è a mio avviso il gesto tecnico più difficile e di maggiore spettacolo a cui uno spettatore di una partita di calcio possa assistere. Certo, bellissimo il calcio di punizione direte voi, ma vuoi mettere con un gol in rovesciata o un tacco volante alla Crespo/Mancini/Zola che fa infervorare le folle? Se siete di quest’idea non preoccupatevi, ho una risposta per voi: avete assolutamente ragione, ma l’esecuzione di un calcio di punizione è “superiore” a questi gesti istintivi ed estemporanei, in quanto richiede un talento tecnico, un allenamento e una predisposizione massimali. Rendendo così la sua esecuzione estremamente selettiva.  


Mi spiego. Coloro che ci illustrano colpi di classe come rovesciate, sforbiciate, rabone e acrobazie varie sono, a mio modo di vedere, da considerarsi come geni del football. La loro capacità di realizzare giocate stupefacenti deriva da caratteristiche genetiche e propriocettive fuori dal comune.
I tiratori di calci di punizione sviluppano invece la loro tecnica di tiro con il tempo, frutto di un lavoro sopraffino e ricco di attenzione. Ecco perché i fenomeni del calcio piazzato sono da considerarsi come degli esseri mitologici, perché le loro leggende nascono dal lavoro e dal sudore, dal talento e dalla tecnica. Per questo sanno regalare emozioni che gli altri calciatori non riescono nemmeno ad immaginare, sensazioni uniche che ti permettono di leggere il futuro con speranza o paura. Perché quando vedi il tiratore avvicinarsi al pallone, sai già che il portiere passerà dei brutti secondi (naturalmente si sta parlando degli specialisti in materia).

Se avrete voglia e tempo di proseguire la lettura, delineerò le caratteristiche per realizzare un perfetto calcio di punizione a seconda della tipologia di tiro che volete effettuare.

E poi ci sono schemi su punizione studiati e coordinati nei minimi dettagli. Ma non è questo il caso.

Avevo pensato di iniziare questa rassegna con l’inventore del calcio di punizione a “foglia morta” Mariolino Corso. Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di vedere né in televisione né allo stadio uno dei suoi tiri a giro che scende dopo aver superato la barriera. Solo attraverso i video su YouTube ho capito come “Il sinistro di Dio” calciasse le sue famose punizioni “a foglia morta”.

Innanzitutto una doverosa premessa: i palloni che venivano usati negli anni ’70 del gioco erano molto più pesanti di quelli attuali. Ecco perché Corso merita di essere inserito in questa platonica “Hall of Fame” dei tiratori. Arrivando ora ad analizzare il gesto tecnico: rincorsa leggermente obliqua, in modo da delineare una curva rispetto alla palla. L’interno collo del piede deve colpire la palla esattamente nell’angolo tra la stessa e il terreno. L’inclinazione del corpo per il trio alla corso può essere di 2 tipi: retto con la testa curva sulle spalle se si vuole far cadere la palla dietro la barriera, mentre se si vuole aggirare la barriera il corpo deve essere più “ingobbito”, affinché la sfera rimanga bassa quasi a contatto con il terreno. Per questo tiro bisogna anche avere una curvatura maggiore della corsa, al fine di far rientrare la palla nello specchio della porta.

Naturalmente la foglia morta è stata una delle chiavi dei successi della grande Inter del mago Helenio Herrera.

La “foglia morta” che diede il là alla rimonta dell’Inter nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni contro il Liverpool.

La foglia morta con gli anni si è evoluta, grazie anche al maggiore effetto impresso ai palloni, divenendo sempre più rapida. Al giorno d’oggi questa tipologia piazzato è stata ribattezzata la “maledetta” (o knuckleball) ed è stata brevettata dal brasiliano Juninho Pernambucano ai tempi del Lione.

La “maledetta” di Juninho Pernambucano in una delle sue ultime apparizioni

Il brasiliano ha inventato questa tecnica di tiro così particolare e imprevedibile, che ha ispirato anche lo stesso Pirlo (qui la prima “maledetta” di Andreino da Brescia) e non solo. Ma in cosa consiste la “maledetta”? Si tratta di un tiro carico di spin, che all’improvviso si abbassa, talvolta rimbalzando davanti al portiere, diventando pressoché imparabile. In alternativa la palla può persino viaggiare al di sopra della linea della traversa, per poi scendere repentinamente.

La prima maledetta (?) di Juninho Pernambucano, datata 1998. La palla sale, sale, sale, poi scende, scende, scende… e s’infila in porta.

La tecnica di tiro in questione è molto difficile da replicare, perché oltre alla postura del corpo, da mantenere in posizione eretta con una leggera inclinatura della parte alta del tronco bisogna colpire la sfera sulla valvola, in modo che la traiettoria assuma un’ulteriore dose di imprevedibilità. Spiega Andrea Pirlo nella sua autobiografia “Penso quindi gioco”: “La palla andava calciata da sotto, usando le prime tre dita del piede (in alcuni tutorial in rete, viene consigliato di calciare anche con l’interno collo, ndr). E il piede andava tenuto il più dritto possibile e poi rilasciato con un colpo secco. In quel modo la palla in aria restava ferma e, a un certo punto, scendeva velocemente verso la porta, girando con l’effetto. Senza saperlo, eccola la “maledetta”, come qualcuno avrebbe poi ribattezzato quel tiro”.

Il pallone in particolare va calciato mantenendo il piede il più vicino possibile al terreno, bloccando la gamba subito dopo l’impatto col cuoio. Come rincorsa, la posizione di partenza è leggermente laterale rispetto alla sfera, spostata dalla parte opposta del piede con cui si calcia. Passi brevi piuttosto lenti e si tira! 

Chi meglio di Gareth Bale, uno dei discepoli del Pernambucano, ci può spiegare come si eseguono questa tipologia di punizioni?

Pernambucano, come del resto gli altri maestri della maledetta, sfruttano l’effetto fisico denominato effetto Magnus, sintetizzato nella tabella qui sotto (volendo ci possiamo affidare anche all’onnisciente Caressa).

magnus

Prima di loro, a sfruttare la suddetta legge dei fluidi, ci avevano pensato i brasiliani Roberto Carlos e Claudio Branco, celeberrimi per le loro punizioni calciate “con le 3 dita”. Per definizione, si calcia impattando il pallone con la parte esterna del collo del piede, in particolare le tre dita laterali del piede, lasciando andare la gamba. La rincorsa per questo tiro è perpendicolare rispetto la palla ed è scandita, al di là di una distanza piuttosto importante dalla zona palla, da ampie falcate, cosicché si riesca a calciare con le 3 dita finali del piede imprimendo una notevole dose di potenza (e di effetto) alla palla. Attenzione a non mantenere la postura del colpo troppo eretta o addirittura inarcata all’indietro, altrimenti si rischia di tirare fuori dallo stadio: il tronco va inclinato in avanti.

La punizione di Branco che regalò la qualificazione in semifinale al Brasile nei mondiali statunitensi del 1994.

Oltre a queste modalità più stravaganti e di difficile replica troviamo il classico “tiro a giro” o “leaf kick”I padri di questa tecnica vanno ricercati in Brasile, ed in particolare ci riferiamo a Didi e Rivelino, oltre che al loro erede Zico. La punizione “a giro” è forse la più facile da calciare, ma non per questo è meno spettacolare da vedere. Il concetto di base di questa tipologia di calcio è semplice: la palla deve aggirare (o scavalcare) la barriera.
Per farlo occorre effettuare una conclusione d’interno piede e impattare il cuoio nella parte bassa in posizione decentrata. La punta va tenuta verso l’esterno e rivolta verso il basso. Il tutto per far acquisire alla palla una traiettoria curvilinea, che può rientrare od uscire rispetto al punto di battuta.

Uno dei pochi video che ho trovato su Didi.

La posizione del corpo può variare a seconda che si voglia tenere la palla alta o a filo d’erba, quindi partirò da una posizione più retta e “rigida” fino a ingobbirsi sempre più per far correre il pallone rasoterra. Fondamentale la curvatura della rincorsa rispetto alla sfera, questa può essere perfino perpendicolare alla palla, ma parallela alla porta come erano soliti fare Beckham o Ronaldinho. Naturalmente in questo tipo di conclusioni si privilegia la precisione a scapito della potenza.

Fin qui si è parlato spesso di potenza, e proprio su questa modalità mi voglio soffermare ora. Non c’è un vero e proprio pioniere del tiro di potenza, in quanto si calcia di collo fin dagli albori di questo gioco. Il gesto tecnico non è di difficile realizzazione di per sé, in quanto basta colpire la palla centralmente di collo piede per imprimere alla stessa tutta la potenza che si ha in corpo. Anche la rincorsa non prevede inclinature o posizioni strane, ma va presa perpendicolarmente rispetto al pallone.

Il difficile semmai è non eccedere con la forza: se il giocatore ci riesce il gioco è fatto. Per centrare la porta e quindi mantenere la palla abbastanza bassa, di fondamentale importanza è la postura del corpo: il corpo deve essere incurvato su sé stesso e mai retto, altrimenti uscirà un tiro alla Cesar Prates o alla Fredy Guarin. E i piccioni nei pressi dello stadio non ringrazieranno.

Zlatan Ibrahimovic ci illustra come si calcia una punizione di potenza.

E in tutto ciò, dove si pone Lionel Messi? La pulce calcia di interno collo, tuttavia, quando deve tirare in particolare dalla media distanza, non opta per il classico “leaf kick”, bensì per il deep curve ball”, una sorta di variante che prevede, oltre ad una rincorsa breve, un impatto con la palla nella zona tra il primo metatarso e l’alluce, in modo da imprimere maggiore potenza e di conseguenza più effetto a scendere e a rientrare al pallone.

Tiri a giro che sembrano tiri di collo. Messi può.


 

 

Nato nel 1994 a Treviglio (BG), laureato in Management presso l'Università L. Bocconi. Tifoso interista dalla nascita e amante del calcio, un poco di buona musica non guasta mai. Collaboratore @Sportellate.