Interventi a gamba tesa

La Cina è vicina? Lo strano caso del Jiangsu


C’è una misteriosa forza che ha vivacizzato il mercato invernale della serie A, regalando titoli e articoli ai media, nonché sogni di affari milionari a società e tifosi. Una forza capace di attrarre a sé i giocatori del nostro campionato per poi spaventarli col suo lato più sfuggevole e volatile. Una forza che dalla Cina spinge verso l’Italia un vento d’Oriente fatto di Yuan. Una forza chiamata Jiangsu Suning.


Il Jiangsu è la principale rappresentante calcistica della gloriosa città di Nanchino, enorme polo commerciale secondo solo a Shanghai, e prende il nome dalla provincia di Jiangsu, nella quale si trova Nanchino. La squadra fu fondata infatti dal governo provinciale, nel 1958. La sua dimensione è sempre stata quella della “piccola”: ad oggi sono più le stagioni disputate in seconda che in prima divisione. Si trovava però nel massimo campionato quando, nel 1994, il calcio cinese prese la strada del professionismo. Questo passaggio ebbe le sue fisiologiche ripercussioni nella vita del piccolo club: la storica denominazione di Jiangsu Provincial Team lasciò il posto a nuove nomenclature a seconda dell’azienda proprietaria di turno, la più longeva delle quali è stata quella di Jiangsu Sainty (dal 2000 al 2015), e agli inizi degli anni 2000 iniziarono ad arrivare i primi giocatori e tecnici stranieri. Ma questi cambiamenti non interessarono il livello tecnico della squadra, che continuò a navigare prevalentemente nei mari della serie cadetta e a vedere vuota la propria bacheca dei trofei.

Una prima lieve svolta giunse nel 2007, quando la società riuscì a permettersi di pagare al comune di Nanchino l’affitto dello Stadio Olimpico, impianto da oltre 60 mila posti costruito per i Giochi Nazionali di Cina 2005, abbandonando il vecchio Wutaishan Stadium da “soli” 18.500 posti. Era il segno di una situazione finanziaria decisamente in salute, come confermato dai graduali progressi nelle stagioni successive: nel 2008 la promozione nella massima serie, nel 2012 il secondo posto in campionato dietro al Guangzhou Evergrande pigliatutto di Marcello Lippi, nel 2013 il trionfo in Supercoppa contro lo stesso Guangzhou, nel 2015 l’ingaggio come allenatore di un ex nome di prestigio del calcio europeo come Dan Petrescu e la susseguente vittoria della Coppa nazionale, sconfiggendo in finale lo Shanghai Shenhua dei vari Papadopoulos, Momo Sissoko, Demba Ba e Tim Cahill. Tale escalation ha suscitato l’interesse della Suning, una delle maggiori catene commerciali del Paese, specializzata in elettrodomestici ed elettronica: a dicembre, questa sorta di Euronics cinese ha sborsato una cifra equivalente a quasi 73 milioni di euro per acquisire il club, che ha assunto così il nome attuale di Jiangsu Suning.

Pillola di calcio cinese… ecco il gol di Sammir ai tempi supplementari che ha deciso la finale di FA Cup 2015 in favore del Jiangsu

Certi nomi e certe cifre si collocano in un ampio processo che sta investendo il calcio cinese dagli albori del nuovo millennio, andando di pari passo con l’apertura del Paese verso i mercati esteri e con l’avanzata dell’economia nazionale a suon di percentuali in doppia cifra. Un inizio simbolico di questa evoluzione potrebbe essere individuato nella prima ed unica partecipazione della Cina ai Mondiali, nel 2002. Ma, per stessa ammissione dell’allora CT Bora Milutinovic, quella qualificazione fu un autentico miracolo sportivo slegato da una pianificazione strategica, e i risultati in Corea e Giappone furono in effetti disastrosi: 0 gol fatti e 9 subiti nelle 3 partite del girone, senza mettere in mostra nessun particolare talento.

Tuttavia, proprio quell’anno la Federcalcio decise di imprimere la sterzata decisiva alla propria lega, che si tradusse in una serie di mosse e progetti che vanno avanti tuttora. Gli obiettivi primari dei vertici del calcio cinese erano e sono: adeguare il proprio sistema agli standard occidentali, ossia quelli del “calcio che conta”; infiammare l’interesse del pubblico cinese, rapito più dal suddetto “calcio che conta” che da quello locale; acquisire credibilità agli occhi della comunità internazionale per alimentare fecondamente il proprio business del pallone. Il sogno a lungo termine, dichiarato l’anno scorso nientepopodimeno che da Xi Jinping (presidente della repubblica), ben conscio della capacità di questo sport di catalizzare gli umori del popolo, è riuscire ad ospitare un mondiale. Possibilmente – aggiungono molti addetti ai lavori – disponendo di calciatori di qualità in patria senza dover più ricorrere alle superstar straniere. Come ottenere tutto questo?

Innanzitutto, nel 2004 il massimo campionato fu ribattezzato Chinese Super League per suonare più simile alle leghe europee e affini, facendo così il paio con la Coppa nazionale, già istituita nel 1995 e chiamata significativamente FA Cup per copiare gli inglesi; la seconda e la terza serie diventarono rispettivamente League One e League Two, ancora in ossequio al british football. Contestualmente a ciò, fu inaugurata la pratica di avere uno sponsor ufficiale del campionato da affiancare al nome della competizione: da allora in effetti si sono alternati brand di respiro internazionale a importanti realtà made in China. Venne anche introdotto il campionato riserve e furono “ristrutturati” i campionati giovanili.

Negli anni successivi, poi, furono profusi ingenti sforzi per stanare l’annosa corruzione che dalla fine degli anni novanta produceva uno scandalo via l’altro: l’ultima ondata di arresti risale a 4 anni fa. Gli organi federali hanno inoltre avviato una serie di riforme graduali e diluite nel tempo, imprescindibili per aumentare certi standard calcistici: è stata plasmata una classe di manager specializzata (pare che fino a 10 anni fa nessuno da quelle parti sapesse cosa fosse la legge Bosman, tanto per fare un esempio), è stata contemplata la figura del procuratore, sono state introdotte formule contrattuali alternative al semplice accordo per un anno e sono state stipulate diverse partnership tra società cinesi e straniere, sportive e non, sia per organizzare tournée estive dei top team occidentali favorendo flussi monetari e ritorni d’immagine, sia per agevolare gli scambi tecnici tra la Cina e le altre realtà più avanzate ed incoraggiare la creazione di academy, in modo da sfruttare al meglio l’immane bacino demografico a disposizione per formare generazioni di talenti all’altezza delle ambizioni (il Guangzhou ha già aperto una scuola in collaborazione col Real Madrid e a partire dal 2017 il calcio entrerà nei programmi didattici al pari delle altre materie canoniche).

Ma tra tutti i fenomeni che caratterizzano questo balzo in avanti ultradecennale (scusa per il copyright, Mao) quello più evidente, soprattutto in Occidente in quanto legato più strettamente ai risultati sul campo e ai rapporti diretti col nostro calcio, è l’incremento quantitativo e qualitativo degli acquisti di giocatori e allenatori stranieri, incoraggiato da concessioni pian piano più larghe sul numero di non-asiatici in rosa, oggi fissato a 4. Dapprima vi furono timidi affacci, con operazioni a costi contenuti legate a nomi di bassa caratura dall’Europa e dal Sud America, puntellati giusto qua e là da ingaggi prestigiosi di vecchie glorie a carriera finita: Ruben Sosa allo Shanghai Shenhua nel 2002, Jancker nella medesima squadra nel 2006, Olisadebe tra il 2006 e il 2008 all’Henan Construction, il nostro Tommasi nel 2009 al Tianjin Teda, Kallon nel 2010 allo Shaanxi Chanba; in mezzo, un’avventura sulla panchina del Tianjin per Giuseppe Materazzi nel 2003.

Damiano Tommasi con la maglia del Tianjin Teda.

damiano tommasi

Il vero boom arrivò a partire dal 2011 e contribuì a collocare la Cina nello scacchiere calcistico asiatico, seppur solo a livello di club. Nel mixer politico-economico dell’epoca si frullavano un’inusitata sovrabbondanza di capitali e l’adozione da parte delle grandi aziende di strategie di differenziazione orizzontale verso settori redditizi e “internazionalpopolari” per far fruttare al massimo suddetti capitali. Aggiungiamo che da quelle parti non esisteva, e non esiste tuttora, nessun Fair Play Finanziario. Spolveriamo infine un tocco di pulizia da calcioscommesse e dintorni. Pensare di investire nel pallone è un attimo! Ciò che esce dal mixer è servito su un ricco tavolo: sponsor del campionato convinti a mettere sul piatto cifre molto alte a stagione (da 5 milioni di euro a 9 nel 2011 e addirittura a 21 negli ultimi due anni; si pensi che Liga e Serie A prendono da Bbva e Tim 25 milioni a testa), colossi dell’economia cinese invogliati a comprare società di calcio e impegnare nel mercato e nei contratti budget mai visti prima a quelle latitudini.

Ecco come, nell’arco di 5 anni, la Chinese Super League ha potuto annoverare a peso d’oro gente come Drogba, Anelka, Muslimovic, Misimovic, Hoarau, Leòn, G. Asamoah, S. Keita, Kanouté, Barrios, Diamanti, Gilardino, Robinho, Paulinho, Gudjohnsen, Jucilei, Alan, Salihovic, Diego Tardelli, Edu, Beqiraj, Nano, Michel, Vagner Love, Goulart, Klèber, oltre ai già citati Papadopoulos, Sissoko, Ba, Cahill e chissà chi mi sfugge ancora. Pochissimi giocatori “finiti”, quasi tutti con qualcosa ancora da dare, alcuni addirittura in età abbastanza giovane. Per non parlare di chi è stato strapagato senza essere un top player: fece scalpore nel 2011 trovare il trequartista argentino Dario Conca nella top 10 dei calciatori più pagati al mondo. Poi ci sono gli allenatori: Lippi, Cannavaro, Scolari, Luxemburgo, Batista, Gillot, Tigana, Zaccheroni, Eriksson, Haan, Troussier, Contra, Manzano, Camacho, Perrin, il già citato Petrescu, in più non mancano all’appello neppure imprenditori che nel frattempo hanno messo le mani in pasta in Europa: si pensi al gruppo immobiliare Dalian Wanda che detiene il 20% dell’Atletico Madrid e all’uomo d’affari Xiadong Zhu che è proprietario del Pavia.

A beneficiare nel breve termine di questa esplosione delle potenzialità calcistico-economiche cinesi è stato soprattutto il Guangzhou Evergrande, protagonista di un quinquennio d’oro in cui ha vinto 5 campionati consecutivi (è tuttora la squadra detentrice del titolo), una FA Cup, una Supercoppa e ben 2 Asian Champions League. Ma ci sono altre formazioni che stanno vivendo il loro apice calcistico grazie alla situazione in atto. Una di esse, per l’appunto, è il Jiangsu Suning.

Per rendere l’idea del bacino d’utenza cui la Cina può attingere e di quali siano le scuole calcistiche più in vista da quelle parti: il calcio inglese in termini di diffusione mondiale “fa un campionato a parte” grazie al suo marketing all’avanguardia, ma tra gli altri movimenti possiamo notare come Italia e Brasile siano i Paesi più gettonati…

Ci ricongiungiamo così alla storia di queste prime settimane del 2016. Mercato di riparazione per noi europei, mercato “principale” per la Cina, dove le stagioni vengono scandite per anni solari quindi a gennaio ci si allestisce per la nuova annata. Annata che per il Jiangsu comprenderà anche la Champions asiatica, in virtù del successo in FA Cup nella finale – come detto – contro lo Shanghai. Non stupisce che la nuova proprietà abbia deciso di prendere di mira un campionato considerato tra i top. E tra i top, quello italiano è forse quello dove si può andare più a botta sicura: le difficoltà economiche in cui versano i nostri club rispetto ad Inghilterra, Spagna e Germania rendono più ammalianti le pingui offerte in Yuan e dunque meno difficili le trattative.

La tattica è semplice: riempire le casse delle società e i conti in banca dei giocatori, convincendo questi ultimi con accordi triennali. Il giochino sembra funzionare quasi subito. Il club cinese scalda i motori con un tentativo per Eder, che però rifiuta per non rischiare di perdere chance in chiave Euro 2016. Buona la seconda: il 12 gennaio, nel giro di poche ore, si chiude una trattativa-lampo col Milan per Luiz Adriano. Le cifre si aggirano sui 15 milioni di euro ai rossoneri e 8 annui all’attaccante brasiliano. Questa irruzione così decisa e insolita nel nostro mercato invernale, solitamente una sonnecchiante girandola di delusi in cerca di riscatto, lascia talmente sorpresi i media che i giornalisti quel pomeriggio parlano genericamente di un’offerta dalla Cina.

Il nome del Jiangsu Suning riecheggia solo nelle ore successive, quando il treno continua la sua corsa con le allettanti offerte a Guarin (18 mln all’Inter + 7,5 annui a lui) e Gervinho (12 mln alla Roma + 8 annui a lui), oltre i sondaggi per Doumbia, tornato a Trigoria e attualmente fuori rosa. Le operazioni sembrano sul punto di concludersi e non potrebbe essere altrimenti: per i fortunati team di serie A coinvolti ci sono in ballo capitali totalmente inattesi in grado di generare plusvalenze e far girare la giostra del mercato di riparazione; per i giocatori si prospettano esperienze nuove in un mondo in crescita, con stipendi ancor più da capogiro rispetto a quelli già mica tanto bassi del vecchio continente. Ma qualcosa va storto…

Speriamo in Cina non abbiano mai visto questo video.

20 gennaio, la data simbolo di questo pazzo mercato invernale. Luiz Adriano, ormai da giorni un ex giocatore del campionato italiano, rientra a Milano: è saltato ogni accordo col club cinese. A quanto pare, a Nanchino non sono stati in grado di fornirgli le garanzie necessarie per portare definitivamente a compimento la trattativa. L’effetto domino è prevedibile: Guarin, Gervinho, Doumbia, l’Inter e la Roma bloccano tutto, vogliono vederci più chiaro. S’innesca una telenovela che potrebbe lasciare il Jiangsu Suning a mani vuote. Di sicuro, la società cinese ha perso tutta la sua credibilità nel nostro paese, e per questo ha deciso di indirizzare le sue sirene vero nord, oltre la Manica: è di queste ore la notizia di un’offerta di quasi 25 milioni di sterline al Chelsea per Ramires. Frattanto, su Guarin si è fiondato lo Shanghai Shenhua, che sembra poter portare a casa il centrocampista colombiano dando all’Inter 12 milioni di euro, mentre Gervinho si sta per accasare all’Hebei Fortune con un incasso per la Roma di 15 milioni.

Ma qual è il motivo del clamoroso dietrofront di Luiz Adriano? Circolano versioni discordanti: le due spiegazioni più probabili, che peraltro non si escludono a vicenda, sono l’eccessiva rilevanza dei bonus rispetto alle componenti fisse nello stipendio previsto e la riluttanza dello Jiangsu a mettere nero su bianco i termini contrattuali. Siano vere entrambe o solo una, si tratta di due facce della stessa medaglia: l’insicurezza economica. Per quanto riguarda la seconda ipotesi, l’associazione a questo fattore è immediata: non ho basi finanziarie abbastanza solide, allora temporeggio avanzando offerte “a parole” ed evito di formalizzare qualcosa che non posso realmente promettere. Il legame tra insicurezza economica e percentuale fisso/variabile nella composizione dello stipendio è leggermente più elaborato.

Generalmente, infatti, ci si affida alle componenti variabili (nel caso specifico dei contratti calcistici, i bonus) quanto più sono alti i rischi del settore: garantire componenti fisse vuol dire garantire cifre sicure indipendenti dai risultati, mentre vincolare delle cifre all’effettivo conseguimento di obiettivi specifici permette di limitare le perdite. Chiaro, dunque, che meno sicurezze ho e più mi tutelo privilegiando il variabile sul fisso. Ecco smascherata la (presunta) fragilità del castello edificato dal club di Nanchino, che per colpa di questa poca disposizione a presentare seri accordi economici, si potrebbe ritrovare nella situazione di affrontare una stagione caratterizzata dall’impegno continentale dovendo puntare sulle stesse star dell’anno scorso: gli islandesi Kjartannson e Ottesen, il giapponese naturalizzato Escudero, il croato-brasiliano Sammir, le stelle locali Ren Hang e Wu Xi…

La trattativa con Luiz Adriano era avanzata già fino a questo punto…

La meteorica parabola del Jiangsu Suning nel mercato italiano lascia aperto un interrogativo: è il caso isolato di una condotta poco solida da parte di un singolo club o è un “vaso di Pandora” che può gettare qualche ombra sulla marcia del calcio cinese? È vero che una rondine non fa primavera e che – come accennato poco sopra a proposito di Guarin e Gervinho – altre squadre cinesi in questi giorni sembrano in grado di mandare in porto delle trattative con giocatori di Serie A. Tuttavia qualche dubbio è lecito farselo, se procediamo a un’attenta analisi.

Torniamo ad esempio sul rapporto tra preminenza dei bonus sulle cifre fisse e incertezza economica: secondo il giornalista franco-cinese Alain Wang, quella di privilegiare il variabile nei contratti è una prassi consolidata in Cina. Non è quindi un azzardo pensare che tutto il movimento in fondo sia sottoposto a un discreto tasso di rischio sul lungo termine: in effetti, la forza economica cinese poggia molto su speculazioni e finanziamenti, gonfiando bolle destinate a scoppiare. Se da una parte abbiamo il boom degli ultimi 6 anni grazie al quale diversi club cinesi hanno potuto fare una spesa di qualità all’estero, disponendo di budget impensabili anche per certi team blasonati europei, dall’altra abbiamo i crolli borsistici iniziati l’estate scorsa e proseguiti rovinosamente nelle prime due settimane del 2016. Per valutare reali incidenze di questa situazione sulla crescita del calcio cinese è ancora presto, ma può bastare per farsi due domande sulla stabilità di un sistema che si regge su simili basi.

Ma non è solo l’economia a non convincere del tutto in questo grande balzo in avanti. C’è anche un discorso tecnico. Se torniamo a scorrere la lista dei nomi di prestigio transitati dalla (e transitanti nella) Chinese Super League, ci accorgiamo che sono tutti ruoli dalla cintola in su. Del resto, sono i centrocampisti e gli attaccanti a stuzzicare maggiormente gli appetiti della massa tifosa; puntare su quel tipo di giocatori va nella direzione di un business finalizzato più alla spettacolarità che all’effettiva crescita tecnico-tattica, un calcio nel quale i difensori restano dei birilli senza una chioccia, in balia dei campioni stranieri che dovrebbero a modo loro contribuire all’innalzamento di livello, ma finiscono per innalzare soprattutto i fatturati delle grandi compagnie che possiedono le squadre.

In un contesto così “offensivefriendly” e tatticamente poco sviluppato, non stupisce che la nazionalità predominante tra gli acquisti dall’estero sia quella brasiliana: atteggiamento “allegro”, tecnica ed estemporaneità al potere, difese fragili… Ma ecco a tal proposito stagliarsi all’orizzonte l’ultimo neo nell’avanzata cinese. Recentemente alcuni club brasiliani, tra cui Corinthians e Santos, hanno denunciato un’abitudine alquanto discutibile di certe società cinesi per accaparrarsi i talenti brazileiri: interpellare i giocatori senza rivolgersi alle società, sulle quali vengono poi esercitate pressioni per la rescissione da parte degli stessi giocatori e dei loro procuratori, complici del club cinese di turno. In barba al Regolamento FIFA.

Immagine fortemente iconica sul periodo finanziariamente difficile vissuto dalla Cina nel passato più recente.

Equilibri finanziari nazionali traballanti, scelte di mercato molto spettacolari e poco tecniche, condotta scorretta. Se la Federazione e i club non si affretteranno a completare il lodevole processo riformistico instaurato in questi anni, specialmente in materia di giovani, e non acquisiranno dall’Europa solo i vecchi campioni ma anche la giusta mentalità manageriale, il campionato del Paese del Dragone, anziché diventare una “nuova MLS”, rischia nel medio-lungo periodo di fare un buco nell’acqua. O in una bolla.


 

Classe 1992, mezzo palermitano, mezzo milanese, ma nato in America. Da quando ha 12 anni, alla domanda "cosa vuoi fare da grande?" risponde "commentatore sportivo". Laureato in Lettere Moderne e specializzando in Comunicazione presso l'Università Cattolica, per lui non c'è nulla di più stimolante che scrivere di calcio libero da catene formali e banali stereotipi! Il suo Dio: Federico Buffa Il suo Re: Roger Federer