Interventi a gamba tesa

Milano rossonera: segnali di ripresa? Ma anche no


L‘essere milanista oggi è fonte di effetti devastanti su psicologia e sviluppo della persona, soprattutto se l’individuo si è formato nell’epoca d’oro berlusconiana e della Seria A CampionatoPiùBelloDelMondo. Non è difficile: se la prima maglia che compri è del Genio Savicevic, se il primo idolo è il Cigno di Utrecht, se i primi gol visti a San Siro sono di Sheva non è affatto male. Soprattutto se causa motivi anagrafici non hai sviluppato anticorpi a eventi come un ko interno in B con la Cavese o a veder dettati i movimenti d’attacco da Egidio Calloni. Ma come disse Hornby “tutto si ripete continuamente, e c’è sempre un’altra stagione. È confortante se ci pensi.”


La vita del tifoso è scandita da fatti reali, ma è soprattutto formata di aspettative e speranze. Nelle noiose e molli giornate estive la speranza che quel 9 argentino preso dal Rosario Central possa superare i tuoi famigliari nella lista “persone fondamentali della tua vita” è quasi più importante del fatto che poi lo diventi o meno. O che il pensiero di un bel gol un piovoso-lunedì-novembrino possa essere il punto più alto della tua giornata. In mancanza di estetica e in mancanza di sogni, resta l’ultimo grande baluardo: una maglia sudata, sia materialmente da chi è in campo, sia, concettualmente, da chi dietro le quinte ricava dal giocattolo preferito dagli italiani potere, prestigio e soldi.   

Niente di tutto questo: il milanista di oggi si è rassegnato alla vita di provincia, suo malgrado e senza averla assimilata. Parte il calciomercato e sai che sarà mediocre (non sei fallito, non sei in B, non ti hanno bloccato il mercato: sei solo mediocre, il peggio che possa capitare). Parte il campionato e sai che sarà mediocre (fischi qualcuno che ha deluso le tue aspettative, esalti qualcuno che le ha superate: te la puoi davvero prendere con uno in cui non nutri aspettative, con un Abate per un cross sbagliato?). Sai che la dirigenza dirà-farà-proporrà qualcosa, e sarà mediocre: la diatriba Balotelli tra Liverpool e Milan ricorda un po’ le scene della ricerca del decimo del calcetto il lunedì sera ad un’ora dall’inizio della partitina. Onesti mestieranti come Kucka e De Jong sono di gran lunga quelli che si guadagnano più applausi e stima da parte dei tifosi. Il che è tutto un programma.

I due-tre che spiccano per qualità tecniche (Donnarumma e Bacca, ad esempio) si sa già che alla prima offerta dal Merseyside, dalla Casablanca o da Londra addio e tanti saluti. Acquisti che venivano presentati in pompa magna come lungimiranti e funzionali dopo un’epoca di parametri zero vecchi e bacucchi vengono dismessi in mesta maniera nel mercato di gennaio (Luiz Adriano, Honda e Cerci). Una marea di rami secchi senza valore da sfoltire (Ely, Abate, Mauri, Nocerino…) che hanno il solo valore di alibi societario: siamo prigionieri dei loro contratti, se non esce nessuno non entra nessuno.

La contestazione della curva sud durante la passata stagione.

Le speranze quindi restano poche ed costellate di nubi, ma sono comunque una speranza: che i giovani non vengano schiacciati dalla pressione di una platea ancora esigente (Romagnoli, Donnarumma e Bertolacci su tutti), che il fondo cassa delle eventuali uscite venga sfruttato decentemente. Che il mister serbo acquisti più autorità tattica e non venga sacrificato come i suoi predecessori. Che Boateng e Balotelli non ricadano nel ruolo di personaggi più mediatici che di campo, in quella che può essere per entrambi l’ultima grande occasione. Che ci sia chiarezza societaria, sul fronte interno (Barbara-Galliani), sul fronte manageriale (stadio), e sul fronte esterno (acquirenti o partecipanti). Che finalmente si è tornati a spendere qualcosa, possa essere un segnale di un cambio di rotta. Sono speranze tenui, ma possono essere speranze.

E poi ci si mette pure quel burlone di Luiz Adriano, che si trasferisce in Cina per 14 milioni, salvo poi fare marcia indietro e tornare a Milanello.


Certo, le 4 corazzate europee non sono neanche paragonabili. Le altre big europee, stesso discorso. In Italia Napoli e Juve (e il giorno che la Roma troverà la quadratura del cerchio) hanno una rosa infinitamente superiore già adesso (e di infinito valore economico superiore: il giorno che le suddette società apriranno un nuovo ciclo, quanto renderanno le cessioni dei vari Dybala, Pogba, Insigne o Higuain, soprattutto se a compierle sono due club che reinvestono gli introiti praticamente al 100%?). Quindi è finita la Milano da bere, bisogna tornare alla Milano operaia: su le maniche, zero svolazzi, gente che suda e che corre. Per lo spettacolo in Italia sintonizzarsi sui Sarri-Boys o sullo Stadium; per le altre leghe si vada per le solite città (Londra, Madrid, Monaco e Barcellona).

Quindi: spettacolo e vittorie per il momento lasciamoli ad altri. In via Aldo Rossi invece, piuttosto che vivacchiare alla giornata, che si torni a far crescere dei giovani con un senso della maglia (non erano forse “canterani” i vari Baresi-Maldini-Costacurta-Tassotti, Albertini?). Che si coltivi uno spogliatoio che sia il primo punto di forza del gruppo (con Montolivo capitano, spifferi di spogliatoio, giovani che si atteggiano e faide interne, ora non è affatto così), si faccia quadrato intorno all’allenatore e non se ne faccia una vittima sacrificale (vittime lo sono state due bandiere come Inzaghi e Seedorf, figurarsi se non può accadere per un ex-simbolo interista).

In mancanza di soldi emiri, in mancanza di idee rivoluzionarie in salsa catalana, in mancanza di una dirigenza lungimirante, se il Diavolo vuole un futuro, non resta che una via: quella che da qualche anno è tracciata sul Manzanarre, sponda Calderon: il Cholismo: Correre di più, saltare di più, mordere di più, trascinare con questo atteggiamento un ambiente che non vede l’ora di tornare a scaldarsi. E Sinisa, che ha già vissuto Milano e conosce la Serie A, se adeguatamente assecondato e  spalleggiato, può essere il giusto interprete di un nuovo corso, di un fiero ed orgoglioso ritorno al passato. Un passato da “casciavit”.                                          


 

'89, brianzolo non praticante, un passato ignorante in Curva del Milan (più Nick Hornby che John King, più Abatantuono che ICF), tendente a un allegro e sereno alcolismo. Grandi passioni: calcio, birra, viaggi, musica, cultura casual popolare inglese e lettura. Crede nel furtogrill, nel Borghetti, nella grigliata di ferragosto, nel coro becero e in Martin Palermo.