Interventi a gamba tesa

C’era una volta il numero 7


Nell’ultimo decennio il calcio ha subito una fisiologica trasformazione. Tra gli altri aspetti, di pari passo con l’abbandono quasi totale del 4-4-2, mutato in 4-2-3-1 simile per molti aspetti, si sta estinguendo una tipologia di giocatore che mi ha sempre affascinato, l’esterno o ala. Insomma il mitico numero 7. Sostituito pressoché in toto dal trequartista esterno o dal famigerato esterno invertito. Tanto apprezzato, quanto abusato.


Chi era il numero 7?

Tra gli anni ’60 e ’90 ci sono stati forse i maggiori esponenti di questo ruolo, ali quasi completamente omesse dalla fase difensiva con compiti strettamente offensivi: da Best a Garrincha, passando per Gento e il nostro Bruno Conti. Negli gli anni ’90 grazie all’egemonia del 4-4-2 e relativa rivoluzione sacchiana, il ruolo del “fantasista” che agisce dietro le punte è obbligato a cambiare: o rimanere nel centro del campo e diventare un attaccante (tra gli altri Baggio, Del Piero, Zola, Bergkamp e Mancini) o spostarsi lateralmente sulla linea dei centrocampisti e trasformasi in ala. Talento e tecnica da numero 10, ma velocità e resistenza da podista. L’età dell’oro del numero 7 specializzato nell’assist: da Donadoni a Beckham e poi ancora Giggs, Overmars e Figo.

Se poi hai un destro telecomandato è tutto più facile.

 L’era dell’esterno invertito

Nel calcio contemporaneo, dove la ricerca della polivalenza (avete presente i famosi centrocampisti-che-sanno-fare-tutto?) viene prima di tutto (a scapito quindi della specializzazione), si sta arrivando all’inesorabile estinzione dell’ala 90’s, soppiantata dal già citato esterno invertito.
Stesse caratteristiche tecniche della vecchia ala, ma fascia d’azione opposta rispetto al proprio piede forte (in parole povere, i destri a sinistra, i mancini a destra) e di conseguenza compiti offensivi totalmente ribaltati. Non più cross e assist, ma tiri e gol. Robben, Cristiano Ronaldo, Hazard, Di Maria e Ribery sono i principali attori, ma ormai quasi ogni squadra ne possiede (o almeno prova a possederne) uno.

Questa nuova interpretazione del ruolo a mio parere ha stravolto il mondo del calcio: la voglia di avere un’ala da 20 gol a stagione ha scombussolato una generazione di buoni esterni, passati così a giocare sul lato del piede debole. Perché questa affermazione? Perché l’esterno invertito è un ruolo estremamente complicato, che solo in pochi eletti come quelli menzionati qui sopra possono eseguire facendo la differenza. E giocatori che sarebbero potuti essere ottime ali sono stati castrati brutalmente da questa pseudo moda.

Le difficoltà tecniche del ruolo

Giocare a piede invertito comporta numerose difficoltà tecniche che potranno sembrare banali, ma in uno sport dove si decide tutto sulle frazioni di secondo sono importantissimi questi dettagli. Innanzitutto un ingresso frequente dentro al campo in uno spazio intasato da un maggior numero di maglie, che costringe poi l’ala 2.0 a lasciare sguarnita la porzione laterale di campo.

Primo esempio: Arjen Robben, essendo mancino, mentre punta il difensore, conduce la palla col suo piede “forte”. Ma questo aumenta notevolmente la possibilità del difensore di riconquista, visto che la palla è tendenzialmente scoperta. Cosa che non accadrebbe ad esempio se fosse destro: infatti ci sarebbe il corpo più la gamba sinistra a proteggerla.

Oltre alla conduzione palla, un altro gesto tecnico che risulta più complicato è il controllo palla o stop. In effetti sui palloni più difficili, d’istinto, si tenderà a cercare di controllare la sfera col piede “preferito”, scelta o necessità che renderà l’impresa spesso più ardua del previsto.

Juventus-Milan, Cerci prova a destreggiarsi in un controllo di sinistro ad alto coefficiente di difficoltà. Risultato? Palla persa. Avesse provato ad addomesticarla con l’interno del destro, oltre alla minor complessità del gesto tecnico, il contatto col pallone sarebbe avvenuto ad altezza quasi dimezzata. In più, ricollegandoci alla didascalia precedente, stoppandola col destro manterrebbe coperta.

Altra difficoltà, strettamente tattica, applicando i principi di tattica individuale, un difensore si posizionerà sempre fra palla e porta. E tendenzialmente quindi coprirà a priori la giocata favorita, ovvero l’accentramento.

Sempre Arjen, questa volta in contropiede. Un 7 classico sarebbe andato a nozze con tutta la fascia scoperta e la punta 1 vs 1 col centrale, invece l’olandese, attaccando l’area, è costretto o ad inventarsi un dribbling dei suoi in mezzo a 3 maglie verdi, o aspettare la sovrapposizione del compagno (per la cronaca, in questa azione si è infilato in mezzo ai 3 e a momenti segna. Però non sono tutti fenomeni come lui).

robben

Vorrei anche proporvi un esempio opposto, Bale riportato a sinistra vista l’assenza di Ronaldo nella finale di coppa del Re del 2014 contro il Barcellona, che segna uno dei gol più belli della carriera, con una galoppata da cavallo di razza che ha stupido il mondo. Vorrei farvi notare una particolarità che a mio parere ha reso possibile questa magnifica rete.

Nell’ultimo replay si nota come Bale, una volta rimontato da Bartra, riesca a proteggere palla conducendola col suo piede “forte”, vanificando così il tentativo di intervento del blaugrana e riuscendo a concludere senza scoprire la sfera. Sul lato opposto sarebbe stato tutto molto più complesso.

Forse sarò troppo cinico, ma mi auguro che finisca questa “moda” dell’esterno invertito a tutti i costi, in luogo di un ritorno della specializzazione del ruolo dell’ala e al cross non solo dai terzini. Di cui potrebbero beneficiare di pari passo anche i centravanti vecchio stampo. Questo ruolo così complicato spero rimanga ascritto solo a pochi fenomeni. Ridatemi i numeri 7 che tanto mi facevano innamorare da bambino.


 

nato a San Marino nell' aprile del ’91, mezzo sangue italo-sammarinese. Titolare di una gelateria di professione, ma malato di qualsiasi sport per passione, tifoso bianconero e allenatore dilettante Uefa B. La malattia per il calcio nasce da un gol pazzesco in Germania di un ragazzo 21enne nel lontano 1995. La partita era Juventus-Borussia Dortmund: se amo il bianconero è solo per Del Piero.

3 Responses to “C’era una volta il numero 7”

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