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- di Leonardo Salvato

La Bellezza salverà il mondo


Una riflessione spontanea su ciò che ci è stato regalato, al termine della 18ª giornata di Serie A, da chi dovrebbe accompagnarci a godere il meglio tutto ciò che il nostro campionato ha da offrire, magari ricamandolo, scandagliandolo nei suoi meati più profondi e intimi, per poi infiocchettarlo e rendere così il prodotto ancora più piacevole e appagante.


Mercoledì con la ripresa della nostra amata Serie A abbiamo tirato un sospiro di sollievo, visto che questa lunghissima sosta natalizia stava iniziando a far saltare i nervi a tutti noi amanti del pallone, ma anche di qualcuno (illuminato, mi si permetta questo aggettivo) fra gli addetti ai lavori.

Talmente grande era la mancanza del nostro sport preferito (che le iniezioni di Premier League e Liga proposte da Sky hanno solo attenuato, ma non curato), che questo 2016 calcistico è iniziato coi botti, molto più fragorosi di quelli sparati la notte di San Silvestro: prima di tutto ci ha regalato un mai banale derby della Lanterna (che avevamo già presentato nelle sue numerose sfaccettature), nel quale un eroico Pavoletti al ritorno da 3 lunghe giornate di squalifica è quasi riuscito a raddrizzare una partita maledetta messasi sul 3-0 per i blucerchiati; per passare poi per un indomabile Chievo che rimonta ben due volte il risultato e ferma sul 3-3 la Roma. Ma soprattutto ci ha offerto le perle raffinatissime sfornate da Dybala, Ilicic Insigne.

Dopo le grandi abbuffate natalizie, Juventus e Fiorentina pensano di concludere questo ipotetico pranzo con questi due autentici pasticcini.

https://youtu.be/v1QVfCaJXJk

https://www.youtube.com/watch?v=w1I7SE06EZo

Gioia per gli occhi, ma soprattutto per chi ha l'arduo compito di commentare ciò che accade sui campi. Compito gravoso, che prevede quando possibile anche la possibilità di elogiare gesti tecnici di alta fattura. Cosa storicamente difficile se ti ritrovi a fare l'opinionista in serie A, campionato bellissimo per chi fa parte del gioco, alla luce dell'esasperato tatticismo che vige sui nostri campi e nelle menti dei nostri trainer (che, a costo di attirarmi il disappunto di molti che leggeranno questo pezzo, reputo ancora oggi fra i più competenti del panorama calcistico europeo), in virtù del quale spesso il genio, l'estro, la giocata vengono sacrificati in virtù del mettersi a specchio dell'avversario, per annullarne le mosse e sfruttare al meglio le ripartenze, figlie il più delle volte di sbavature degli avversari.

E a vedere la classifica pare che questo atteggiamento stia pagando, visto che l'Inter, la squadra antispettacolare per eccellenza (senza voler in alcun modo denigrare nessuno: d'altronde ognuno fa quel che può per giungere alla vittoria, a maggior ragione se rispetta con puntualità svizzera il proprio piano gara), riesce a mantenere quel punto di vantaggio grazie al nono 1-0 del suo campionatofrutto dell'efficacia sotto porta di Icardi, del trasformismo settimanale del Mancio, di una buona dose di sofferenza e dell'unico, vero fuoriclasse a disposizione di Mancini: Samir Handanovic.

Eppure, invece di approfittare di questa insolita bulimia di gesti tecnici fantastici - in linea però, vale la pena sottolinearlo, con gli standard di una stagione in cui più d'uno si sta distinguendo per le loro proposte di gioco sopra la media - i nostri opinionisti hanno preferito trascurarli, per lasciare spazio alla solita, trita e ritrita, polemica inutile e sterile. 

Ingrediente che è solo un corollario del gioco del calcio (del quale il sottoscritto farebbe volentieri a meno), ma che al di qua delle Alpi diventa un assioma, del quale non si può proprio fare a meno. E così, al termine dell'ultima partita del 18° turno di campionato, gli opinionisti di punta della massima azienda televisiva italiana in materia sportiva, invece di soffermarsi sul match e gli infiniti spunti di discussione che ha offerto - fra i quali la manovra corale del Napoli che sembrava essere, più che un'azione di gioco, una sinfonia di Beethoven, conclusa da un assolo sublime che ha elevato a livello platonico e iperuranico il lavoro dei compagni - eccoli tutti a parlare del post partita, di come la squadra non si sia subito abbandonata a una bella doccia calda nello spogliatoio, ma si sia prima intrattenuta sotto la Curva B (per chi non conoscesse l'architettura del San Paolo, la curva è un passaggio obbligato per raggiungere il campo dagli spogliatoi e viceversa, visto che la via di accesso dal prato verde allo spogliatoio si trova proprio nel ventre del settore più caldo dell'impianto di Fuorigrotta) per restare un po' in compagnia dei tifosi e - perché no - dividere con loro la gioia per una vittoria importante che continua ad alimentare il sogno tricolore.

Sembrerà strano, ma c'è davvero chi trova "fuori luogo" e un buon pretesto per scaturire un'inutile e vacua polemica un gesto scaturito da una gioia genuina e spontanea per il risultato conseguito. Magari dopo aver detto che "lo stadio non è più posto per bambini" e che "bisogna riportare le famiglie allo stadio"

Quella che per molti è una di quelle cose che rende umano il calcio, e avvicina finalmente questi due mondi, quello dei calciatori e quello dei tifosi, a volte assurdamente e innaturalmente distanti anni luce fra loro, per qualcuno - che tra l'altro a calcio ci ha anche giocato (e ad altissimi livelli, e il rammarico che a cadere in questa spirale di qualunquismo sia caduto proprio uno degli opinionisti che maggiormente sa di calcio fra quelli che vediamo in TV è davvero enorme) - è fuoriluogo.

Insomma, anche in questo caso si è preferito ricorrere alla retorica spicciola e vacua, tipica di un certo modo di fare che è diventato purtroppo di tendenza non solo nei bar sport, ovvero quello di dover dire a tutti i costi qualcosa di unico, anche a costo di risultare ridicoli e banali, purché possa regalare un po' di notorietà in più. Sacrificando una volta ancora il calcio nella sua essenza più profonda, che ci ha fatto innamorare di questo gioco.

D'altronde come contrastare questo fenomeno, se anche la classe arbitrale è succube di questo modus operandi, e condanna con l'espulsione Ventura e Sarri, i tecnici di Torino e Napoli, senza ombra di dubbio fra i più bravi e i più amati fra tutti i colleghi, rei il secondo di aver abbandonato, nella foga agonistica che lo pervadeva, l'area tecnica, il primo per un gesto di stizza quasi meccanico per un errore di un proprio calciatore. Una reazione tipica di un uomo di calcio, ma che quel mondo falso e ipocrita che è nato attorno al gioco più bello del mondo, che cerca di essere assurdamente politically correct deve assolutamente stigmatizzare, mentre magari altri atteggiamenti che davvero ledono gravemente all'immagine del calcio (ho forse parlato delle mazzette intascate dalla FIFA e da chi la guidava?) vengono tollerati fin quando non si viene colti con le pive nel sacco. D'altronde John Lennon ce lo diceva già quasi quarant'anni fa che "viviamo in un mondo in cui ci nascondiamo per fare l'amore, mentre la violenza e l'odio si diffondono alla luce del sole".

I due tecnici cacciati dall'arbitro Di Bello.

Insomma, ieri è sembrato che si facesse di tutto per far passare in secondo piano, quasi a occultare, il bello di questa serata di calcio.
Che peccato mortale! Perché davvero in quei secondi attorno al quarto d'ora di gioco del posticipo serale dell'ormai tradizionale turno dell'Epifania c'è qualcosa di cui si dovrebbe stare a parlarne e scriverne per ore. C'è innanzitutto una palla che viene appoggiata semplicemente dal portiere Reina ad Hysaj, che dà il via al giro palla fra difensori e centrocampisti. Lopez, Hysaj, Albiol, Ghoulam, Koulibaly, di nuovo Albiol, poi Valdifiori, e ancora Albiol, Koulibaly... Apparentemente non succede nulla, in realtà si muove la sfera in orizzontale e verticale al fine di scombinare l'apparato difensivo avversario.

Fin quando il movimento degli attaccanti e del capitano Hamsik non approfittano dello spazio che si viene a creare tra le maglie granata, e il momento che tutti gli azzurri aspettavano finalmente giunge: Callejon dalla fascia destra si è abbassato fino alla linea mediana per ricevere e dare di prima a Valdifiori, nel frattempo anche Higuain, da calciatore totale quale è diventato, si è abbassato decentrandosi verso destra, e offrendo una comoda linea di passaggio all'ex Empoli. Il castello di Ventura inizia a scricchiolare...

Da questo momento in poi la scena la rubano il genio di Higuain, dotato di occhi anche dietro la nuca, l'abnegazione di Callejon nell'andare in velocità a prendere quella palla ed aprire a memoria di prima per l'argentino, e la furbizia da vero "scugnizzo" di Insigne nel colpire quel pallone volante di collo. E nel punire così il mal posizionato Padelli con un delicato pallonetto. Spettacolo puro.

Un gol che solo banalmente è l'1-0 del Napoli sul Torino: è innanzitutto il manifesto di un modo diverso di far calcio rispetto al classico "gioco all'italiana", più spettacolare, veloce sia nel pensiero che nell'esecuzione. Un gol che potremmo - con le dovute contestualizzazioni ovviamente, ma senza timore di risultare blasfemi - definire "da Barcellona": c'è infatti un abbozzo dell'idea catalana di fare calcio, ovvero quella di toccare il pallone molte volte (ben 27!)di coinvolgere tutti gli elementi (solo Hamsik non ha toccato fisicamente la sfera di gioco in quest'azione, pur risultando anche lui fondamentale col movimento senza palla che ha aperto il bunker granata), mantenendo così non solo il possesso ma facendo muovere gli avversari, in modo da poter usufruire del più letale fra i centravanti possibili, lo spazio, e una volta apertosi accelerare repentinamente il gioco e andare a colpire.

Un gol totale insomma, ma soprattutto un gol bellissimo. Un gol che in un certo senso rappresenta il calcio nella sua interezza e nella sua bellezza. Un gol che travalica ogni polemica, ogni chiacchiera inutile, ogni discussione su rigori non concessi e fuorigiochi millimetrici. Un gol che dovremmo star sempre a vedere e rivedere, per riapprezzarne ogni volta una nuova sfaccettatura, ma soprattutto per redimerci ogni qual volta stiamo per vacillare anche noi sotto i colpi di ciò che è diventato il nostro amato gioco attraverso i media.

Un gol come ancora di salvataggio: d'altronde lo disse anche Dostoevskij per bocca del principe Miškin, protagonista del suo capolavoro "L'idiota" che, in realtà, "La Bellezza salverà il mondo".


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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