Interventi a gamba tesa

Rinascere dalle proprie ceneri


Dopo un anno che potremmo definire “sabbatico” (e chissà in quanti vorrebbero poter definire come tale una stagione comunque conclusa con 29 reti realizzate), il 2015-’16 di Gonzalo Gerardo Higuain si è aperto in maniera a dir poco straripante.


13 luglio 2014, Rio de Janeiro, Estadio do Maracanà: tutti i gli occhi del mondo sono rivolti qui, poiché si sta svolgendo l’evento più importante del pianeta calcio, che ciclicamente si ripropone ogni quattro anni: la finale della Coppa del Mondo. Di fronte Germania e Argentina, ovvero la squadra più completa del torneo contro l’attacco più forte del mondo, nonostante gli infortuni. Un reparto composto da Aguero, Di Maria, Lavezzi e soprattutto da Messi e Higuain. Il torneo di entrambi è stato in chiaroscuro: se la pulce è stata devastante nel girone eliminatorio con quattro gol per poi giocare da “calciatore normale” dai quarti in poi; il pipita è andato al contrario via via migliorando dopo una prima fase da ectoplasma, pur andando in rete solo ai quarti contro il Belgio.

In finale bastano 3 minuti e mezzo affinché Higuain, raccogliendo un pallone rinviato via male da Boateng, si renda pericoloso con un diagonale da posizione defilatissima che solo per pochissimo non finisce alle spalle di Neuer. La partita di Higuain si snoderà attorno ad altri due momenti cruciali. Uno di questi cade al 29′: Messi controlla il pallone a centrocampo e subito apre tutto a destra, dove Lavezzi è solo quanto un eremita nel deserto. Il pocho fa partire un traversone preciso verso il centro dell’area, dove puntualissimo arriva Higuain, sbucato al centro fra Lahm e Hummels, che la tocca col sinistro quel tanto che basta per battere Neuer. Goalanzi no: la bandiera di Stefani, assistente di Rizzoli designato per dirigere il massimo incontro calcistico, è giustamente alta, a segnalare una netta posizione di offside del centravanti partenopeo.

Nove minuti prima c’era già stato il principale Higuain-moment: Gonzalo è avanzatissimo e ritarda e rientrare, nel mentre a metà campo la Germania cerca di consolidare un confuso possesso palla. È proprio questo il momento in cui il destino sembra scegliere lui per compiersi: Kroos, centrocampista che durante la kermesse mondiale è stato semplicemente perfetto, commette forse il suo primo errore da quando è in Brasile, e colpisce di testa all’indietro, scavalcando la sua difesa e servendo sciaguratamente Higuain, ora chiaramente in posizione regolare. Il numero 9 è solo, davanti a Neuer, e deve solo trasformare l’harakiri del centrocampista bavarese.

Ma piuttosto che provare un controllo orientato e portarsela sul sinistro, in modo da frapporre il suo corpo tra palla e il rientrante Hummels, forse perché ritiene il difensore troppo vicino, o forse perché preferisce andare al tiro della vita con il suo piede forte, il destro, la fa rimbalzare due volte. E calcia di prima. Una conclusione però figlia della frettolosità e di un angolo di tiro limitato, che si spegne goffamente un paio di metri al di là del palo.

Higuain si piega sulle ginocchia, mentre tutti gli altri si mettono le mani nei capelli: non è un errore da lui, che ha letto male la situazione e calciato peggio, fallendo di fatto un rigore in movimento. Tenete presente questo concetto, ritornerà.

La palla perfetta, quella che sogni da quando hai iniziato ad amare il calcio, che coincide probabilmente con quando hai iniziato a camminare. Non devi fare altro che segnare, uno dei gol meno complicati di tutta la tua carriera… Higuain ha avuto il pane, ma non i denti.

4 luglio 2015, Santiago del Cile, Estadio Nacional: nella capitale andina si sta giocando la finale della 44ª edizione del torneo continentale più antico di tutti, la Copa America. A sfidare i padroni di casa c’è, come un anno prima al Maracanà, l’Argentina. La squadra – nonostante abbia aggiunto al suo parco attaccanti lo juventino Tevez, assente in Brasile – ha raramente dato prova di essere brillante ed affiatata, ma è comunque lì a giocarsi ancora una volta un titolo, il quindicesimo a livello sudamericano. La partita, dopo due occasioni iniziali capitate sul piede di Vidal e la testa di Aguero, rimane bloccata e si incattivisce (un classico della kermesse).

Il cileno Gary Medel dà il benvenuto a Leo Messi nella sua terra con la consueta benevolenza.

Per svegliarsi dal torpore bisogna aspettare il minuto 83, quando il destro di Sanchez finisce di poco a lato della porta difesa da Romero. Nel grigiore generale è entrato in campo anche Higuain (inizialmente escluso) al minuto 74, ma non se ne accorge quasi nessuno. Fino al 92′: contropiede argentino guidato da Messi, che va in progressione per vie centrali, attira su di sé Silva, che nel tentativo di chiudere lo spazio per la discesa della pulce apre una pericolosa linea di passaggio per Lavezzi, liberissimo sulla sinistra.

L’ex Napoli, puntualmente servito, a sua volta alza la testa e mette il pallone rasoterra sul secondo palo. 356 giorni dopo di nuovo Higuain primo sorteggiato sulla ruota del calcio internazionale, come in Brasile, ma come già successo un anno prima il pipita dà buca al destino che sempre lo sceglie, e su quel pallone arriva troppo tardi, quando la sua spaccata, che sembra una disperata ricerca del tempo perduto, è buona solo per cambiare la direzione del pallone e far morire la sua corsa sull’esterno della rete. L’ex River e Real ha avuto la palla per chiuderla lì e portarsi la Coppa a casa, ma adesso bisogna andare ai supplementari.

Errare humanum est. Perseverare autem diabolicum. O forse “Higuainicum”?

È un errore che lascia tanto amaro in bocca, e che pochi minuti dopo potrebbe costare carissimo, quando Mascherano cicca uno dei pochissimi (più unici che rari, e non per fare retorica) palloni della sua carriera, permettendo a Sanchez di involarsi indisturbato verso la porta argentina. Il fato però, quasi come una donna innamorata che resta fedele al suo amato, nonostante costui la respinga, non si concede alle avances dell’ex Udinese, e il pallone termina alto.

Il destino pare che abbia baciato Higuain, il suo prediletto, e voglia solo lui per materializzarsi: pochi minuti più tardi il pipita si presenta dal dischetto, per il secondo tiro di rigore dell’albiceleste nella fatidica lotteria dagli 11 metri. È il momento decisivo, cruciale, ed arriva sotto forma di calcio di rigore, che qualcuno disse essere nient’altro che mettere sé stessi nell’impossibilità di fallire. La rincorsa è pesante, affrettata, nervosa, carica in un certo senso di un miliardo di fantasmi che lo hanno perseguitato per un anno intero: da quel rigore in movimento calciato troppo in fretta davanti a Neuer, passando per un campionato all’insegna della discontinuità, dove gol di pregevole fattura e serate da autentico trascinatore (la Supercoppa vinta lo scorso anno praticamente da solo contro la Juventus) si sono perfettamente alternati a delusioni cocenti (in testa l’eliminazione nelle semifinali di Europa League contro il Dnipro), nonostante abbia provato in ogni modo a raddrizzare la stagione dei partenopei.

Hamsik riceve palla fra le linee e scucchiaia; Higuain arpiona il pallone con il destro, finta di andare a sinistra ma poi se ne va tra due uomini portandosi la palla sul destro. L’angolo di tiro è pressoché nullo, in quanto il corpo è rivolto verso la linea laterale, ma grazie ad una torsione irreale fa partire un diagonale che termina la sua corsa nell’angolino alla destra di Iraizoz. Il numero 9 prova a risollevare le sorti del Napoli portandolo sull’1-1 e giocarsi tutto al ritorno dei play-off di Champions League, ma questa perla sarà vanificata dalla brutta sconfitta di Bilbao. E conseguente declassamento in Europa League.

Quello che preoccupa di più sono i sempre più frequenti momenti in cui il suo nervosismo latente è prevalso sul suo smisurato talento (perché se in un’annata considerata dai più da dimenticare, un centravanti riesce a metterne comunque 29, vuol dire che stiamo parlando di un bomber di categoria superiore), e Gonzalo è risultato quasi un peso per la squadra.

Un 2014-’15 salutato con la maggiore delle delusioni, ovvero la mancata qualificazione alla Champions League. Un fallimento che Higuain sente proprio, una sconfitta che brucia da morire poiché, in essa, ha recitato un ruolo chiave. La partita conclusiva, e proprio per questo cruciale, della stagione del Napoli arriva il 31 maggio: il Napoli ci arriva in posizione di svantaggio rispetto alla Lazio, terza contro ogni pronostico, alla quale basta non perdere contro i partenopei per qualificarsi ai preliminare della vecchia Coppa dei Campioni.

È una partita da non fallire per nessuna ragione al mondo, come ne hanno giocate (e fallite, vedasi Bilbao, Palermo, Torino, Parma e soprattutto le due semifinali di Europa League) tante gli uomini di Benitez nel corso dell’anno. La gara si mette molto male per gli azzurri: prima Parolo e poi Candreva raggelano il San Paolo, ponendo fine a ogni sogno di gloria. Eccetto quelli di Higuain, che ancora una volta si carica di tutta la squadra sulle spalle, e con una doppietta riapre il discorso Champions. Sul 2-2 il Napoli ci crede, spinge molto e va più volte vicino al 3-2, fin quando la pressione offensiva non produce un calcio di rigore.

Una spada di Damocle dell’annata azzurra e nello specifico di Gonzalo, il rigorista già tre volte ipnotizzato da Bardi, Sportiello e Diego Lopez, con i primi due errori che sono costati tre punti tanto sanguinosi quanto preziosi per questa disperata rincorsa alla terza piazza.

Ecco che il Pipita, l’eroe di mille battaglie del Napoli, diventa uno di quegli eroi drammatici, fragili, insicuri, perseguitati dalle proprie debolezze, quasi donchisciottesco. Così umano rispetto all’extraterrestre che a volte sembra essere.

Rincorsa molle, corpo sbilanciatissimo all’indietro e tac, il pallone raggiunge l’Apollo 13: “Houston, abbiamo un problema”.

Il resto è storia: Onazi e Klose termineranno l’opera, ma il Napoli e le sue speranze sono definitivamente morte con quel pallone sparato in curva B dal suo beniamino, tradita dal suo campione fragile ed emotivamente a pezzi.

Higuain si è portato dietro in Sudamerica dall’Italia tutti questi fallimenti, oltre allo scetticismo di parecchi critici che lo vedono sì un fuoriclasse ma non un campione, che non ha la continuità per durare tutta la stagione, ma soprattutto non ha la personalità per affrontare i momenti cruciali, ed essere decisivo per la vittoria della squadra. Questo malessere c’è e monta inarrestabile in lui anche quel 4 luglio, a Santiago, e diventa una pressione che lo stritola mentre prende la rincorsa e, per l’ennesima volta, fallisce il tiro decisivo dagli undici metri.

Il pallone vola, e con esso parecchie bestemmie del pubblico albiceleste: Higuain candidato ad essere lo “sciagurato Egidio” della Pampa.

È il momento più basso della carriera di Gonzalo Higuain, per risultati ma soprattutto per percezione della gente nei suoi riguardi: in Argentina infatti è alternativamente o deriso o pubblicamente punzecchiato, mentre a Napoli c’è chi gli fa alitare attorno il pesante fantasma di Cavani e dei 104 goal in 138 presenze in maglia azzurra del matador, predecessore del pipita in maglia azzurra. Addirittura in molti non si rammaricherebbero, anzi auspicano una eventuale cessione del campione argentino in una delle squadre di Premier League che lo vorrebbero (Arsenal su tutte).

Nessuno sa però che il 4 luglio 2015 si è chiuso un cerchio iniziato il 13 luglio con l’Argentina, e che adesso tutto sta per cambiare. Innanzitutto De Laurentiis, spesso accusato dalla sua stessa tifoseria di pensare unicamente al profitto che il calcio può garantirgli, si rifiuta di cedere il giocatore per meno dell’astronomica clausola rescissoria, montando il primo tassello per il riscatto di Higuain.
Ma soprattutto arriva l’uomo giusto al momento giusto, per la squadra, il giocatore ma anche l’uomo: il nuovo tecnico Maurizio Sarri. Il mister toscano infatti è stato in grado di rigenerare l’ambiente, trasmettendo a squadra e tifoseria nuovo entusiasmo e nuove energie positive (oltre ad aver compiuto una grande opera calcistica, riuscendo a riproporre il suo credo calcistico e a donare alla squadra quell’equilibrio tattico che tanto era mancato nel biennio precedente con Benitez), ma soprattutto è stato un genio nel relazionarsi coi suoi campioni, e con Higuain in particolare.

Dopo il gol dell’1-2 di domenica scorsa all’Atalanta, Higuain corre immediatamente ad abbracciare il maestro Sarri, che tra l’altro stava dando indicazioni ad Albiol per difendere il vantaggio appena ottenuto. Un’ulteriore dimostrazione della stima e della riconoscenza dell’attaccante nei confronti del tecnico, demiurgo di questo bel Napoli e di questo Higuain implacabile.

Il resto è storia recente: Higuain non solo resta, ma diviene il centro del progetto Napoli targato Sarri, stella attorno alla quale ruotano le orbite di altri satelliti (e che satelliti, visto che Insigne, Allan, Hamsik, ma anche Reina Koulibaly e tutti gli altri si stanno dimostrando ben più di semplici comprimari), e come una vera stella sta brillando: anzi, siglare 16 gol in 17 partite di Serie A (con ben 6 reti di vantaggio sulla coppia inseguitrice Kalinic-Eder), cui vanno aggiunti altri due in Europa League (competizione nella quale ha giocato poco e niente, viste le rotazioni integrali attuate dall’ex mister dell’Empoli, ma alla quale è stata capace di regalare prodezze del genere), viaggiando su medie degne degli alieni Messi e CR7, allora la luminosità è quella di una supernova.

I 16 centri realizzati da Higuain in campionato lo collocano al terzo posto della classifica della Scarpa d’oro, dietro ad Aubameyang e Teixeira (i cui 22 gol nel campionato ucraino “pesano” meno di quelli dell’ex Milan in Bundesliga), ma davanti a mostri sacri come Lewandowski, Muller, Suarez e Neymar e a piacevolissime sorprese come l’inglese Vardy.

A favorire questa rinascita dalle sue ceneri contribuiscono molti fattori, quali il gioco di Sarri, che vede in lui un regista-terminale pressoché unico (Insigne, dopo una sfuriata iniziale, non segna da Verona-Napoli del 22 novembre scorso, pur facendo registrare il record personale di 7 gol in Serie A), e una circolazione di palla rapida e codificata, che ha rilanciato in particolare Jorginho. L’italo-brasiliano, dopo l’opaco biennio con Benitez giocato in un centrocampo a 2 spesso sfilacciato, in questo 4-3-3 sta tornando ad essere il regista coi fiocchi sbocciato a Verona (proprio contro la sua ex squadra, è stato il migliore in campo, riuscendo a realizzare la bellezza di 195 passaggi, il 93.3% dei quali andato a buon fine), fulcro di una fase di possesso fluida e variegata capace di rifornire con una continuità incredibile il centravanti sudamericano.

5 tiri a tiri, quasi due conclusioni in più rispetto al 2014-’15. Un dato mostruoso, che aiuta a spiegare il suo score.

higuain vs higuain

A farla da padrone però, volendo guardare oltre i numeri, è l’aspetto psicologico e mentale del campione: a vedere Higuain giocare in questo 2015-’16 sembra che quella prima donna scontrosa e svogliata che urlava sempre in malo modo ai compagni quando il pallone non gli arrivava come avrebbe voluto, sia soltanto la controfigura dell’attaccante dell’albiceleste, oggi autentico uomo ovunque al servizio della squadra, bravo a fornire sempre una linea di passaggio utile, ma anche intelligente ad aprire la difesa con i suoi movimenti che attirano su di sé i difensori avversaricreando interessanti spazi per gli inserimenti dei centrocampisti (Allan e chi come me lo ha preso per due ceci al fantacalcio sentitamente ringraziano).

La dashboard e la heatmap, entrambe riferite ad Atalanta-Napoli 1-3 di domenica scorsa (neanche la prestazione più clamorosa del classe 1987), ci raccontano la tendenza sempre più spiccata con l’arrivo di Sarri a svariare sul fronte d’attacco. Un Higuain che all’occorrenza però scende fino alla linea mediana per andare a prendersi il pallone, fungendo anche da regista avanzato della manovra azzurra. Vedere per credere l’altissimo numero di palloni toccati, 44, i 20/25 passaggi completati (frecce blu) e i 2 passaggi chiave. Il ritratto di un giocatore totale.

Questa nuova tranquillità e voglia di divertirsi (aspetto che Sarri tiene in gran considerazione nei suoi calciatori) gli permettono di non abbattersi alle prime difficoltà, bensì di credere fino in fondo nei suoi mezzi. Chiamando ancora una volta in causa la trasferta di Bergamo, 12 mesi fa una partita del genere, specie dal punto di vista personale, in quanto sullo 0-0 la punta ha fallito numerose palle gol nitide, avrebbe gettato il calciatore in un vortice di sconforto e nervosismo che gli avrebbe fatto fallire anche le occasioni più semplici. Ma non quest’anno, dove una sfida giocata su livelli non eccelsi per tutto il primo tempo si è risolta con i tre punti per il Napoli, un rigore procurato (e generosamente lasciato al capitano Hamsik, desideroso di riscatto dopo una lunga serie di errori dal dischetto), una doppietta e la palma di migliore in campo.

Più in generale, la rinascita dell’argentino ha reso possibile a questo Napoli di riuscire a vincere anche (soprattutto) grazie ai suoi gol, 17 nelle ultime 20 partite giocate, che valgono il secondo posto a solo un punto dall’Inter capolista; e a una tifoseria di sognare, anche a dispetto di quanto predichi Sarri, legittimamente lo scudetto, trascinata dal grande talento di Gonzalo Higuain.

A cui finalmente si accompagna anche il carisma di un vero leader.

Calciatori Brutti è la notissima pagina Facebook che mette sotto la lente d’ingrandimento tutto il lato più spassoso e “ignorante” del calcio. A volte però di calcio ne parla anche seriamente, con ottimi risultati. Per questo mi sento di sottoscrivere appieno il loro commento a questo video: “Se cercate bene sul dizionario, di fianco alla definizione di “carisma” dovreste trovare una foto di Gonzalo Gerardo Higuain”.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.