Interventi a gamba tesa

20 anni dopo la sentenza Bosman. Non è più il calcio dei nostri padri


Nel 1990 il mondo viveva una situazione di precario equilibrio. Il muro di Berlino, con tutto ciò che esso comportava, era appena caduto, la Germania stava per unificarsi e Saddam Hussein invadeva il Kuwait, inizando la escalation della Prima guerra del Golfo. Nel calcio la stessa Germania vinceva il Mondiale in Italia e il Milan dominava in Europa. Ma 25 anni dopo, nessuno poteva immaginare che in quell’anno sarebbe per sempre cambiato il calcio. Il gioco amato dai nostri padri, e prima dai nostri nonni, si è trasformato nella macchina di denaro di oggi. Il 15 dicembre di 20 anni fa, la Corte Europea di Giustizia dell’Unione Europea stabilì, dopo 5 lunghi anni di battaglie legali, che i calciatori professionisti non erano più ostaggio dei presidenti e aprì per sempre le frontiere del mondo del calcio. Ma non è tutto oro ciò che luccica.


Jean Marc Bosman è un calciatore di medio livello nel Belgio degli anni’80. Dopo aver giocato con lo Standard Liegi, si trasferisce all’RFC Liegi, squadra dal passato glorioso, la prima a fregiarsi del titolo di Campione di Belgio nel 1896, ma che non riesce a rinverdire gli antichi fasti, vincendo solamente una Coppa di Belgio nel ’90. Proprio l’ultima stagione vincente del club (che da lì a breve sprofonderà sino alla nostra Seconda Divisione, scampando di poco il fallimento) è l’ultima secondo contratto per Bosman.

Alla scadenza dello stesso, l’ex capitano dell’Under 21 fiamminga voleva trasferirsi al Dunkerque (Ligue 2 francese), che però non offrì una contropartita soddisfacente alla squadra belga, la quale quindi rifiutò il trasferimento, lo mise fuori rosa e per di più con lo stipendio ridotto. Il giocatore si rivolse alla Corte di giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo, denunciando una restrizione al commercio.

Bosman, in un’immagine dell’epoca con un bilanciere in mano. Forse come segno premonitore di quello che sarebbe successo, il “peso” del denaro, fa pendere la bilancia verso quel lato.

La battaglia legale di Bosman, contro l’RFC Liegi, la Federcalcio belga e l’Uefa, durò 5 anni. Da quel giorno il mondo del calcio si può dividere in due epoche, distanti ere geologiche: fino al 1995 i giocatori erano fondamentalmente merce al servizio dei club e il Dio Denaro non aveva ancora teso i suoi tentacoli in ogni anfratto calcistico. Dal 15 dicembre 1995, il calcio ha conosciuto il suo anno zero, entrando in una nuova dimensione.

La corte stabilì infatti che il sistema in vigore costitutiva una restrizione alla libera circolazione dei lavoratori (calciatori), contraddicendo l’articolo 39 del trattato di Roma. Si impose a tutte le leghe dei paesi della Comunità europea di eliminare il tetto massimo di calciatori stranieri, ma con passaporto comunitario. La sentenza inoltre diede ragione a Bosman e sancì la possibilità a tutti i giocatori comunitari di trasferirsi gratuitamente a fine contratto e di firmare un precontratto con un altro club, se quello in essere aveva una durata residua inferiore o uguale ai sei mesi.

I giocatori furono così liberati dal vincolo societario, diventando “proprietari” della loro carriera. Ma come spesso accade, ci si libera da un padrone, per finire nelle mani di un altro. I veri vincitori della battaglia legale quinquennale, non furono i giocatori ma i procuratori sportivi. I protagonisti dei giornali sportivi di tutto il mondo ormai 24/7, pronti a salire alla ribalta in particolare quando il calcio si ferma per la lunga pausa estiva. Si tratta di squali, pronti ad azzannare la carne appena sentono l’odore del sangue. I loro fatturati possono arrivare anche a cifre a 6 zeri e nel bilancio di una società costituiscono una “voce” rilevante. Qualcuno potrebbe dire che la colpa delle società e dei ricavi che esse ottengono dai diritti televisivi, dalle sponsorizzazioni, oltre agli inviti in giro al mondo, ma se si analizzano il guadagno dei procuratori, la bilancia pende verso l’eccessivo potere dato a questi personaggi.

Il gotha del mondo dei procuratori calcistici è Jorge Mendes, uno che in una ipotetica partita di calcetto potrebbe schierare tra coloro che assiste, David De Gea in porta, Thiago Silva in difesa e davanti 3 tra Cristiano Ronaldo, James Rodriguez, Radamel Falcao e Angel Di Maria. In panchina, Jose Mourinho. Il suo fatturato si aggira sugli 80 milioni di euro l’anno.
In Italia il procuratore più ricco è Mino Raiola, che assiste giocatori come Zlatan Ibrahimovic, Paul Pogba, Henrikh Mkitarhyan, Romelu Lukaku e Mario Balotelli, con “soli”24 milioni di euro di guadagno. Si calcola che ogni procuratore ottenga tra il 4 e il 10% dagli ingaggi dei loro assistiti, oltre alle commissioni che pattuiscono al momento della cessione dello stesso.

È qui che risiede il nocciolo della questione. Se per i calciatori professionisti lo stipendio è commisurato alla prestazione lavorativa fornita e ai guadagni della società presso la quale lavora, per i procuratori, il discorso è palesemente out of topic. Questi personaggi, indirettamente a libro paga dei club, alle squadre in concreto non danno niente, ma prendono e basta, dal momento che lavorano per i loro assistiti, e che li possono spostare come pedine al minimo capriccio. 

Perla d’archivio: Mino Raiola infuriato perché all’Ata Hotel non va “l’internet”. Ormai il re del calciomercato italiano si può permettere anche queste sparate in tv senza filtri.

Altro lato oscuro lato oscuro figlio della sentenza, è l’ascesa nel mondo del calcio delle cosiddette TPO (Third party ownership). Si tratta dei fondi d’investimento che posseggono i cartellini dei calciatori o parti di questi, che guadagnano dalla cessione dei calciatori e dal riposizionamento spesso in squadre compiacenti. Il gioco è semplice. Si tratta di un meccanismo nato in Argentina, dove sono professionisti nelle triangolazioni di giocatori, consistente nel passaggio del calciatore tra due squadre attraverso una terza.

I casi più conosciuti sono sicuramente i trasferimenti nel 2006 di Carlos Tevez e Javier Mascherano, appartenenti alla Media Sports Investment dell’anglo iraniano Kia Joorabchian dal Corinthians al West Ham United. Il fondo di investimenti più importante nel mondo è il brasiliano Doyen Sports Investment, che detiene il cartellino tra gli altri di Alvaro Morata, che in caso di recompra da parte del Real Madrid, frutterebbe al fondo una barca di quattrini, e di Geoffrey Kondogbia.

Inoltre questi fondi guadagnano preziose collaborazioni con le società di calcio, proponendo di finanziare l’acquisto di atleti che le stesse società non sono in grado di permettersi (leggi Porto e Valencia) e ottenendo in cambio una percentuale sui ricavi futuri derivanti dalla cessione.

Jorge Mendes, oltre a procurare ingaggi astronomici ai suoi assistiti, si preoccupa pure della vita sociale dei suoi uomini. Ultimamente ad esempio si è impegnato nel favorire la relazione tra sua figlia e Cristiano Ronaldo. Naturalmente percepirà una percentuale anche da questa liaison.

Pure dal punto di vista prettamente sportivo, la sentenza Bosman ha profondamente modificato il gioco del calcio. In Inghilterra nel 1995 i giocatori stranieri erano 178, oggi 436, in Spagna 262 e 327, in Germania 194 e 343, in Francia 264 e 345, in Italia 259 e 366. Tutto ciò con ripercussioni anche in chiave nazionale: il gruppo che conquistò il mondiale del 2006 ad esempio era formato da coloro che si sono formati nel periodo antecedente o immediatamente successivo all’entrata in vigore della sentenza, i quali hanno potuto contare su un minutaggio importante e su una forte esperienza a livello internazionale, derivante dalla presenza in competizioni europee, spesso da protagoniste, delle squadre italiane. Anche se questo discorso non può essere circoscritto ovviamente alla sola Bosman.

Spesso si è preferita la scorciatoia del parametro zero comunitario ad un giovane italiano in rampa di lancio. E a poco sono servite quelle regole volte a garantire un numero minimo di atleti autoctoni, meglio ancora se provenienti dal vivaio: una di queste fu varata dall’Uefa il 21 aprile del 2005 ed è stata studiata per non entrare in conflitto con la sentenza Bosman. Questa estate la Figc ha promulgato una norma per cui le rose di serie A devono essere composte da 25 giocatori over 21, di cui 4 formati nel club e altri 4 formati in Italia (per chi in questa stagione non disponesse dei primi può averne 8 formati in altre società italiane).

La sentenza Bosman ha però creato anche delle situazioni al limite del paradossale. Una di queste è sicuramente lo svincolo ai sensi dell’Articolo 17 del Regolamento FIFA, l’articolo 17 permette a un calciatore con un contratto di durata superiore ai tre anni di svincolarsi al termine del terzo anno oppure, se ha più di 28 anni, di svincolarsi dopo appena due anni. Ci sono tuttavia tre condizioni fondamentali da rispettare: 1) bisogna rescindere entro quindici giorni dall’ultima partita giocata; 2) non ci si può trasferire in una squadra dello stesso paese nei successivi 12 mesi; 3) bisogna pagare un indennizzo al club calcolato dalla FIFA in base allo stipendio percepito dal giocatore, agli anni di militanza, alla sua età.

Quest’articolo fu usato per rescindere il contratto dallo scozzese Andy Webster contro gli Hearts of Midlothian nel 2006, che incontrò qualche difficoltà prima di tornare a giocare, pur se nel 2012 è tornato ad indossare la maglia granata degli Hearts, addirittura con la fascia di capitano al braccio. Altri casi simili furono Morgan De Sanctis e Francelino Matuzalem: quest’ultimo fu per un buon periodo l’ultimo calciatore a beneficiare di questa clausola presente nel regolamento, a causa della lunga causa intentata dal suo precedente club di appartenenza (lo Shakhtar Donetsk) contro lo stesso giocatore brasiliano e il Real Saragozza. La minaccia della rescissione unilaterale ai sensi dell’Articolo 17 è stata accostata negli scorsi mesi anche al nome di Gonzalo Higuain, in quanto il Pipita è entrato negli ultimi 12 mesi protetti, secondo la normativa FIFA. Ad oggi però una possibilità molto remota.


E Bosman, da cui è nato tutto? Aspettando la fine dell’infinita querelle legale, aveva deciso di andare a giocare nelle Isole Reunion (non male passare da Liegi all’arcipelago francese nell’Oceano Indiano), salvo ritornare a giocare in patria in categorie minori. Il ritorno in patria non è stato degno di uno che ha fatto riscrivere la storia del Calcio, ma bensì ricevette un trattamento di diffidenza da parte del mondo del calcio, in particolare quello belga. Dalla spirale è entrato direttamente nell’oblio, dove si trova tuttora, invischiato in gravi difficoltà economiche.

Da questa sentenza la conta dei vincitori e vinti è difficile da fare. I calciatori sono vincitori, ma allo stesso tempo dei vinti, visto che la loro posizione è quanto mai perennemente in bilico. Hanno perso le società, che in nome della libera circolazione dei giocatori, hanno ammainato le bandiere, privilegiando le plusvalenze e gli introiti economici, facendo perdere la magia intorno alla maglia indossata dai calciatori. Abbiamo perso noi, appassionati di calcio, che ci innamoravamo delle imprese calcistiche dei calciatori, ma adesso ci ritroviamo a dover assistere ai capricci di qualche procuratore o fondo di investimento, che da una sessione all’altra può decidere di modificare le rose delle squadre, disponendo di società compiacenti e di grosse quantità di denaro. Se pensavamo che la sentenza avesse cambiato il calcio in positivo, forse ci sbagliavamo di grosso. Non è più il calcio dei nostri padri.


 

Piergiuseppe Gaballo, nato 22 anni fa a Galatina in provincia di Lecce, sin da piccolo ha due passioni: la buona cucina e il Milan. Appassionato di tutti gli sport possibili e immaginabili dopo aver abbandonato la pratica degli sport si dedica al sogno del giornalismo, laureandosi ad Urbino. Cresciuto a pane e Milan, ammira con venerazione Maldini, Baresi, Shevchenko e Inzaghi. Collaboratore Sportellate.it