Interventi a gamba tesa

What if Zlatan Ibrahimovic…


Storia di una chat su whatsapp su quello che sarebbe potuto essere il calciatore più imperioso del nostro tempo trasformatasi in un articolo.


Copenhagen, 17 novembre 2015. I compagni di squadra impazziscono di gioia. Corrono senza una meta. Braccia alzate al cielo. Saltano ovunque per il campo. Si tuffano sul manto erboso. Urlano e dispensano abbracci a chiunque passi al tiro. La posta in gioco era alta: la qualificazione ai Campionati Europei 2016. La squadra ha pareggiato 2-2. Entrambi i gol gli ha segnati Lui. Solo Lui poteva compiere questa impresa. Solo il “samurai” di origine balcanica. Gli avversari non sono riusciti a metterlo a terra, così adesso ci si mette Lui. Si lascia cadere in ginocchio e si siede. Schiena sempre dritta. Braccia aderenti al corpo e mani che si congiungono in segno di preghiera. Occhi chiusi. Fronte al cielo. Una parola biascicata, che somiglia molto ad un ringraziamento.

Carina anche la punizione…

Non passa inosservata l’ennesima impresa compiuta da Zlatan Ibrahimovic con la sua nazionale. Ben 11 dei 15 gol realizzati dalla Svezia durante la fase di qualificazione sono opera sua. Così mi convinco che sia arrivato il momento di un’analisi sulla carriera dell’attaccante nato a Malmoe il 3 ottobre 1981, che ha vinto 11 campionati in 4 leghe diverse (2 titoli nella Eredivisie in Olanda, 5 scudetti di cui 2 revocati nella Serie A in Italia, 1 volta la Liga in Spagna e 3 volte la Ligue 1 in Francia), è il maggior cannoniere di sempre della sua nazionale ed anche del Paris Saint-German.

Il tutto senza mai sollevare una coppa europea (e neanche giocarsi una finale), nonostante abbia giocato e segnato in Champions League con sei squadre diverse (in ordine cronologico: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan e Paris Saint-Germain). Sono dell’idea che il destino abbia giocato un brutto tiro a Zlatan e che Lui ci abbia messo del suo per continuare a far sì che il fato lo sbeffeggiasse. Sarà per il suo fisico da titano della mitologia norrena o per il mix esplosivo del suo sangue bosniaco-croato? Fatto sta che Zlatan non ha mai concluso un ciclo vincente in club, se ne è andato sempre prima della consacrazione collettiva. Per cui sarebbe stato interessante capire cosa sarebbe successo se le cose fossero andate, almeno una volta, diversamente.

Contatto la redazione di Sportellate.it via whatsapp, accedo alla chat di gruppo, chiedo se qualcuno sta scrivendo già un articolo su di Lui e comunico la mia intenzione. La redazione trova l’idea interessante e mi chiede nello specifico di cosa voglio parlare:

ADRIANO (@abolaveneno): “Pensavo ad un what if… quello che sarebbe stato senza “calciopoli”, era appena arrivato in Italia e stava iniziando ad ingranare sotto la guida del sergente Capello! O se fosse restato ancora un anno all’Inter… Oppure se avesse appianato le divergenze con Guardiola (e forse Messi) restando ancora un anno al Barcellona. Senza icone dorate come CR7 e Messi forse qualche Pallone d’oro l’avrebbe anche vinto a quel punto. Vorrei scrivere un’analisi su quanto la sua carriera sia ricca solo di trofei nazionali un po’ per sfiga ed un po’ per scelte impulsive sbagliate. Spesso legate alla sua voglia matta di vincere anche titoli europei! Scelte che ne hanno limitato la carriera”.

ANDREA RAVASI (@andrea_ravasi): “Una cosa Adriano: non scrivere che Lui avrebbe vinto la Champions con l’Inter; perché non sarebbe andata come è andata. Visto il contributo di Eto’o (arrivato assieme a una 60 di milioni in quello scambio) in quella squadra”.

GIAN MARCO (@piskeporc): “D’accordo con Andrea. Ibra è grande coi piccoli, e piccolo coi grandi, copyright Arrigo Sacchi”.

ADRIANO: “E’ vero quanto dice Andrea, ma è innegabile che la maturità di una squadra per vincere la Champions si raggiunge dopo anni e spesso a fine ciclo (lo sa bene Mourinho, infatti salutò tutti e lo chiuse, il ciclo) ed Ibra non ha avuto la pazienza o la fiducia di aspettare quel momento!”.

GIAN MARCO: “Non credo che Ibra avrebbe vinto trofei europei se avesse fatto altre scelte. Per me in Europa è vittima dei suoi complessi mentali, che lo portano a rendere un 30% in meno. Penso che sia un discorso che prescinda dal contesto”.

ANDREA: “Se non avesse sempre seguito i soldi e al posto del PSG, fosse andato in una qualsiasi squadra della Premier League o al Real, oon Ancelotti che lo voleva, la coppa l’avrebbe vinta!”

ADRIANO: “Credo che Andrea abbia fatto tombola! Sottoscrivo appieno. Lui ad un certo punto secondo me ha cercato la squadra già fatta in cui andare a giocare. Una già pronta per il titolo, come l’Inter del dopo calciopoli, il Barca ed in ultimo il PSG. Questo spesso gli ha fatto perdere il treno giusto! Forse la sua “assenza” all’Inter ha fatto più bene che male, ma il metallo di quel telaio aveva raggiunto il punto di forgiatura ideale, anche grazie all’arrivo di Mourinho.

Infatti nella stagione 2008-’09 lo stesso Zlatan diventa finalmente decisivo per la squadra e si laurea capocannoniere della seire A con 25 gol (in 35 presenze). Ma a Lui non basta e l’anno successivo prende il treno per Barcellona, il club che aveva appena vinto la Champions League! Il club dove Lui riteneva di meritarsi di giocare!”

L’ultimo gol incarna l’essenza del #daretozlatan. In quella stagione, anche 3 reti in 3 presenze in Coppa Italia, 1 rete in 8 presenze in Champions League.”

GIAN MARCO: “Ma una Champions da protagonista? Io non penso, alla luce di quello che ha fatto vedere quando contava. Ossia pochino”.

ANDREA: “Da protagonista mai, ma in un contesto giusto dove non si può porre uber alles avrebbe vinto parecchio. Al Real con CR7 non puoi dire “Io sono Ibra, voi chi cazzo siete?”: scoppiano a ridere! Da protagonista è impossibile che la potesse vincere perché si pone su un altro piano rispetto agli altri questo è il suo vero limite per me”.

GIAN MARCO: “Ma Ibra può stare nello stesso spogliatoio di CR7? Mai nella vita, visto il suo orgoglio. Ibra può giocare nella squadra più titolata al mondo, dove la leadership è di proprietà della storia stessa del club. Quella storia conservata al Bernabeu che a sua volta incarna il mito del miedo escenico (tradotto alla lettera, la paura del palcoscenico)? La sua essenza viene prima di tutto e ho l’impressione che in quest’ultimo periodo, come leggevo su Rivista 11, stia cercando di alimentare il suo mito, più che il palmares!”

Dio Zlatan… (ps: stendiamo un velo pietoso sul lay-out di Sportmediaset.it).

zlatan dio

ADRIANO: “Gli è rimasto solo quello!!!”

ANDREA: “Ultimamente sì, concordo con te Gian Marco, ormai si è rassegnato e punta a quello per restare nella storia. Infatti io intendevo dire – probabilmente mi sono spiegato male – che al Real non puoi considerarti superiore e se si fosse calato mentalmente bene nello spogliatoio avrebbe vinto”.

ADRIANO: “Non ha altre possibilità, si è bruciato la terra intorno! Proprio il suo enorme ego l’ha portato a fare scelte irrazionali: della serie io sono sprecato qui, quindi vado a giocare altrove! Dopo la fuga dal ritiro statunitense dell’Inter nell’estate 2009 per accasarsi in terra catalana, pensava di aver trovato la squadra degna della sua “altezza” e non mi riferisco ai suoi 195 cm!

Invece al Barca ha scoperto che i giganti erano i nani: Xavi (170 cm), Iniesta (170cm) e Messi (169cm)! Con questo paradosso ha convissuto in un ruolo da comprimario soltanto per una stagione. Forse dovremmo dire che non ha accettato il fatto di doversi confrontare e di snaturare il suo stile di gioco. Nonostante fosse solo il primo anno con la maglia blaugrana ed avesse dalla sua tutte le attenuanti del caso, è fuggito nuovamente. Peccato che questa volta non avesse molte scelte a disposizione: poteva solo accettare l’offerta del Milan”.

GIAN MARCO (intervento post chat): “Quell’anno, parlando di CL, penso abbia patito clamorosamente il doppio confronto col suo passato interista. Per dire, questo gol in campionato non l’avrebbe mai sbagliato. Sembra quasi la palla sia stata risucchiata da San Siro, assumendo una traiettoria inspiegabile. In semifinale poi non ricordo una sua giocata utile.
Sulla sua esperienza al Barca, cito alcuni passaggi della sua autobiografia “Io, Ibra”. Zlatan stava vivendo “il suo sogno”, malgrado il Barca fosse “un collegio di scolaretti ammaestrati”. Lo svedese era diventato “sempre più mogio, un agnellino” (…) “Zlatan non era più Zlatan”. Ed è “pericoloso, anzi pericolosissimo” (…) “devo essere arrabbiato per giocare bene” (…) “valutai perfino di abbandonare il calcio”. Oltre ad un gap culturale, c’è stato pure quello tecnico-tattico. “Ma poi Messi cominciò a blaterare” (…) “andò da Guardiola e disse: <<non voglio più giocare a destra. Voglio giocare al centro>>.

Al centro c’ero già io. Ma Guardiola se ne infischiò” passando al 4-5-1 con Messi mezza punta dietro Zlatan. “E io finii nell’ombra. Le palle passavano tutte da Messi e io non potevo più fare il mio gioco. Io sono quello che vuole fare la differenza a tutti i livelli, ma Guardiola scelse di sacrificarmi”. Poi arrivò il giorno in cui ne parlò direttamente con l’allenatore, spiegandogli che lui ha “bisogno di spazi e di essere libero. Non posso correre su e giù in profondità tutto il tempo” (…) “è come se aveste comprato una Ferrari e la guidaste come una 500”. Da quel momento però lo svedese diventò “quasi invisibile” agli occhi di Pep. “Settimana dopo settimana il mio allenatore mi aveva boicottato senza spiegarmi il perché”. A fine stagione “Era tempo di rialzarmi e di tornare a essere me stesso. Perché ricordate: si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo!”.

Sostanzialmente convengo con te nel dire che abbia una volta di più anteposto l’ego alla squadra. Certo è che, se le cose sono davvero andate così, Guardiola l’ha fatto fuori”.

Che poi quell’anno tra campionato, Coppa del Re e Champions aveva anche fatto 21 gol, non proprio noccioline.

Barcellona F.C. 2009-2010: 16 reti su 29 presenze in Primera Division, 1 reti in 2 presenze in Copa del Rey, 4 rete in 10 presenze in Champions League. Nella Liga è il secondo marcatore del Barca dopo un certo Lionel Messi, ma con meno della metà dei gol realizzati!

ANDREA: “Esatto l’ego e la cupidigia di Raiola, l’uomo che ha rovinato Balotelli. Poi dopo il Milan ha puntato anche Lui ai soldi, se ne è fregato del livello del campionato e delle possibilità di vittoria Ha puntato ad arricchirsi e stop”.

ADRIANO: “50 e 50. A Parigi secondo me voleva prendere 2 piccioni con una fava! Il PSG all’inizio era una bella favola con prospettive anche in Europa. In più aveva la possibilità di emergere come leader e di portare al successo una squadra costruita spendendo molto e scippando giocatori di livello al campionato italiano (Cavani, Lavezzi o anche solo Verratti, per citarne alcuni). Ora che ha capito che nulla si crea dal nulla, lascia trapelare i mal di pancia. Su questo Raiola, come dici tu, ci cavalca alla grande!”

ANDREA: “Io non l’ho mai visto con possibilità di vincere in Europa il PSG!”

GIAN MARCO: “Oddio, per me il Psg nel corso di questi anni è sempre stata una squadra che poteva valere tranquillamente le semifinali. E poi in estate hanno preso pure Di Maria. Se non possono lottare per la Champions quest’anno…”

ANDREA: “Boh, dal mio punto di vista è sempre stato inferiore a Real, Chelsea, Barca e Bayern Monaco. Quest’anno i Blues mi stanno deludendo parecchio, il Real con Ciccio Benitez che non riesce a tenere lo spogliatoio non la vincerà, quindi potrebbe giocarsela con il Barca in un’ipotetica finale, Bayern permettendo. E sempre che non le affronti prima. Ecco questo potrebbe essere l’anno buono, prima di ritirarsi in MLS a fare il fenomeno e a prendere una pacata di soldi, per poi ritirarsi!”

GIAN MARCO: “Conoscendo il personaggio, mi aspetto un epilogo alla Platini, che ha salutato tutti al primo anno di flessione. Per dire, non mi immagino un Ibra come l’arrancante Totti dell’ultimo biennio o come il Del Piero versione part time”.

ANDREA: “Potrebbe anche farlo, ma credo che voglia tornare a divertirsi con la palla senza guardare al risultato, per questo la MLS”.

ADRIANO: “Un peccato perché avrei voluto vederlo in Premier League…”

ANDREA: “Anch’io”.

GIAN MARCO: “Io l’avrei visto bene soltanto al Manchester City, in un trionfo di figurine che non sono mai state in grado di arrivare neanche ai quarti di finale in questi 5 anni. Anzi a fine 2011, quando mi sono divorato la sua autobiografia, ero convinto che il Milan l’avrebbe ceduto al City in cambio di Balotelli. Con Raiola a mollo in una Jacuzzi traboccante di euro”.

Per fortuna sull’Internet googlando “vasca di soldi” non ho trovato Raiola a bagno.

Happy woman in a bathtub full of money you keep a 500-dollar bill in his hand

ANDREA: “Io l’avrei visto benissimo allo United, lui e Rooney sarebbero stati inarrestabili. Ma anche al Chelsea non sarebbe stato male, sopratutto con Mourinho”.

ADRIANO: “Manchester United? Con Van Gaal? Si sfiorarono ai tempi dell’Ajax A.F.C. e già ci furono scintille. Peccato perché nel 2003 aveva 22 anni e poteva essere un momento formativo anche a livello caratteriale: già in quell’occasione Ibra fugge via, rispondendo alla chiamata di Moggi alla Juventus!”

Estate 2004 – #Ibrahimovic vs #vanGaal: “Mi ha ordinato di giocare! Io dissi: ‘Fuck off’! una settimana più tardi giocavo per la Juventus.” Thank’s to Generazione Cruijff (@gen_Cruijff)

Erediviese 2004 - #Ibrahimovic vs #vanGaal: "Mi ha ordinato di giocare! Io dissi: 'Fuck off'! una settimana più tardi giocavo per la Juventus." Thank's to Generazione Cruijff (@gen_Cruijff)

ADRIANO: “E qui c’è forse il What If più grande di tutta la sua carriera, perché proprio alla Juve incontra una persona che ne avrebbe potuto plasmare definitivamente il carattere: Fabio Capello! 2 anni in una squadra già formata, con forti gerarchie nello spogliatoio ed una società presente e molto attenta ai propri calciatori. Il rispetto nei confronti di un mister taciturno e risoluto. Non furono tutte prestazioni indelebili le sue, ma si vedeva che il calciatore era in crescita, soprattutto tatticamente. La seconda stagione diminuirono i gol ed i minuti giocati, ma rimase una costante il numero degli assist.

Un ruolo, quello di assist-man, fino ad allora sconosciuto per Lui. Laddove non riuscì Van Gaal, la disciplina, ottenne maggior risultati il tecnico friulano. A onor di cronaca prese i suoi primi 2 cartellini rossi in Italia. Qualche screzio ci fu, ma nessun mal di pancia. Almeno fino al terremoto di Calciopoli”.

THE ZTATISTIC – Partite e minuti giocati, gol, assist e cartellini fino alla stagione 2005-2006 – Credit to www.zlatanibrahimovic.com

THE ZTATISTIC - Partite e minuti giocati, gol, assist e cartellini fino alla stagione 2005-2006 - Credit to www.zlatanibrahimovic.com

GIAN MARCO: “Però contestualizziamo quella Juve. Schiacciasassi in Italia al netto delle vicende extrasportive, ma pur sempre un blocco di 30enni. Tolto Zlatan, allora 25enne, Buffon (28 anni) e Trezeguet (29), gli altri avevano tutti almeno 30 anni. Il proseguo delle loro carriere (in particolare Thuram, Cannavaro, Zambrotta, Emerson e Vieira) mi lascia pensare che in realtà quella squadra avesse soltanto un altro anno per andare in all in sul fronte europeo. E visto il trend del biennio precedente, con la Juve bollita da marzo in poi, dubito in un epilogo diverso da quello del 2005 (fuori ai quarti col Liverpool) e del 2006 (fuori ai quarti con l’Arsenal).

Magari Ibra avrebbe potuto proseguire il percorso con Capello cui hai accennato e salire di livello, ma non mi immagino l’upgrade da fuoriclasse a vincente – in senso lato – in campo europeo. Alla fine nella prima stagione in cui fu decisivo ai fini dello scudetto, ma in Champions non segnò mai, mentre la seconda il suo rendimento calò nettamente”.

Sul suo complesso fuori dai confini nazionali, la mia è una teoria di matrice pugilistica: lo svedese adora schiacciare il diretto avversario e mandarlo ko facendo leva sulla sua grandezza, molto meno la vittoria ai punti. Sembra quasi fuggire dallo scontro alla pari e che un eventuale successo di misura sul suo marcatore possa intaccarne il mito. Così elude l’1 vs 1 per dedicarsi di più agli assist. Anche per questo secondo me in Champions ha fatto molti meno gol. E anche per questo secondo me i suoi complessi mentali l’hanno frenato nei momenti decisivi, visto che non ricordo una partita in cui è stato davvero dominante quando contava. Cioè, a me vengono in mente le due Milan-Arsenal 4-0 del 2012 e Arsenal-Barcellona del 2010, ma parliamo sempre di ottavi e quarti”.

ANDREA: “Assolutamente d’accordo con te, Gian Marco”.

GIAN MARCO: “Che poi è un discorso che integra il vostro, non lo elide”.

ANDREA: “Forse è stato dominante soltanto nell’ultimo anno di Mancini con lo scudetto a Parma. Li contava ed è stato quello che mi aspettavo. Per il resto mai, soprattutto in Champions League”.

18 maggio 2008: Ibra regala il 18° scudetto all’Inter con una doppietta all’ultima giornata. Per la cronaca, si era appena ripreso da un infortunio al ginocchio lungo quasi due mesi.

ADRIANO: “Praticamente l’articolo l’abbiamo scritto già qui… che dite, pubblichiamo la conversazione?”.

ANDREA: “Si può fare!”.

GIANMARCO: “Buona idea!”.

Così nasce quest’articolo sul giocatore contemporaneo che meglio identifica l’estrema potenza fisica del gioco e la più insospettabile fragilità dell’anima.


 

 

Nato in quel di Torino nel mitico 1977, anno in cui nasceva il punk, le piazze erano in fermento, Iggy Pop incideva l'album Lust for life e la Juventus alzava il suo primo trofeo europeo a Bilbao. Lascia ben presto gli studi per dedicarsi alle prime forme di sostentamento economico. Prima non perdeva una partita girando tutti gli stadi, ora le segue girando tutti i canali del satellitare! Già redattore unico del fu a2magazine.net, da alcuni anni twitta con il profilo di a bola envenenada (@abolaveneno) condensando in 140 caratteri ironia, arsenico e passione.