Interventi a gamba tesa

Il futebol, veleno e rimedio del Brasile


Era la Coppa del Mondo del 1950, al Maracanã c’erano 200 mila persone. Tecnicamente era la partita decisiva del girone finale (un girone all’italiana) composto da Uruguay, Brasile, Spagna e Svezia, de facto era la finale del mondiale. Se la giocavano Uruguay e Brasile, arrivate all’ultima giornata rispettivamente con 3 e 4 punti (allora la vittoria valeva 2 punti). Che il Brasile avrebbe vinto (e per vincere sarebbe bastato anche lo 0-0) era ovvio, per tutti, tanto che – ricorda Giovanni Fontana nel suo Il portiere brasiliano, un ossimoro perfetto uscito sul Limes dedicato al gigante sudamericano in vista degli scorsi Mondiali – l’organizzazione aveva preparato un solo discorso ai vincitori, in portoghese, ovviamente.


È necessario partire da quell’incredibile sconfitta casalinga contro l’Uruguay – quando l’intera nazione si trovò all’improvviso a rielaborare un devastante lutto collettivo – per capire il Brasile e il suo rapporto con il futebol.

“Nossa Hiroshima”, la “nostra Hiroshima” venne definita dal giornalista Nelson Rodrigues, che coniò anche l’espressione “o complexo de vira-lata”, (la “sindrome del bastardino”), per spiegare il sentimento dominante in Brasile dopo quella finale. Carlo Cauti, amico e brasilianista, sul numero di Limes di cui sopra ne scriveva magistralmente, e vale la pena citarlo (quasi) per intero:

Quando Nelson Rodrigues scriveva della sindrome del bastardino, la sconfitta del Mundial era stata doppiamente bruciante. Subita ad opera di un piccolo vicino, l’Uruguay, che era stato un pezzo di impero del Brasile. Per giunta avvenuta nella partita finale e in pieno Maracanã. Uno schiaffo violentissimo all’orgoglio nazionale. La portata dell’evento scatenò una riflessione collettiva nella società brasiliana, che si interrogò sul come una tragedia del genere fosse potuta accadere. Un esercizio di autocritica collettiva che portò all’elucubrazione di numerose teorie sulla natura stessa del paese, spaziando dalla presunta inferiorità della Seleção dell’epoca – composta da giocatori negri e mulatti – in relazione alle altre nazionali “bianche”, fino alla considerazione che il Brasile fosse condannato al perenne sottosviluppo a causa del clima tropicale che avrebbe degenerato gli animi del suo popolo.

Concetti strampalati, che tuttavia ebbero una presa profonda nelle coscienze dei brasiliani, rivelatori di come il Brasile vedeva se stesso. E ancora di più dell’intensità con cui una semplice sconfitta sportiva poteva intaccare l’autopercezione di un intero popolo.

Questo stato d’animo perdurò fino alla vittoria al Mondiale del 1958, il riscatto della Seleção. Si iniziò a cantare la popolare marcetta “A Copa do Mundo é nossa, com brasileiro não há quem possa!” (“La Coppa del Mondo è nostra, contro un brasiliano non ce n’è per nessuno!”). Ma nel frattempo la sindrome del bastardino era penetrata a fondo nella coscienza collettiva. Rodrigues usò l’analogia con un piccolo cagnolino impaurito, che cerca nei bidoni della spazzatura residui di cui nutrirsi, per spiegare il complesso di inferiorità che disintegrava l’autostima dei brasiliani e ne intaccava la capacità di relazionarsi alla pari con gli stranieri.
Per Rodrigues, “il brasiliano è un narciso al contrario, che sputa sulla propria immagine. La verità è che non riusciamo a incontrare pretesti personali o storici per l’autostima”.

Poi la finale della Coppa del Mondo del 1970, all’Estadio Azteca di Città del Messico: Brasile 4 Italia 1. Quella vittoria scatenò un’euforia apparentemente incontrollata e incontrollabile, ma perfettamente sfruttata dalla propaganda militare. Quell’anno potremmo definirlo il momento più alto dello sciovinismo calcistico brasiliano, da lì il calcio divenne una vera e propria religione laica, uno strumento per la conquista del consenso delle masse.

“O futebol é o ópio do povo” (“Il calcio è l’oppio del popolo”), così veniva parafrasato dalla sinistra da che si opponeva alla dittatura.

La migliore Seleçao di tutti i tempi?

È in quel periodo che l’ufanismo – la retorica di un patriottismo esacerbato diffusa nel 1900 da un celebre pamphlet di Afonso Celso, l’esaltazione di tutto ciò che è brasiliano in quanto tale – si rinvigorì. Ed è sempre in quegli anni che che si inizia a usare il calcio come metafora del sonho brasileiro. Così chiosava il Dottor Cauti:

L’American dream alla brasiliana. In campo scendevano undici ragazzi nati poveri – bianchi, neri e mulatti – che dovevano il successo nella vita solo al loro talento. I rappresentanti di un paese del Terzo Mondo che riuscivano a battere, con originalità, grinta e grazia, le nazioni più potenti del pianeta. Ovviamente i militari hanno usato e abusato di questo concetto per preservare il loro potere e nascondere le tragedie che si vivevano nel Brasile di quegli anni.

Circa sei mesi più tardi, era il 3 gennaio 1971, Pier Paolo Pasolini scriveva su Il Giorno che in Europa il calcio era prosa, mentre in Sudamerica era poesia, specialmente in Brasile. Dieci anni dopo, era il 1984, il calcio veniva definito, in un classico della letteratura sportiva brasiliana di Janet Lever, una loucura. Una follia dalla quale i brasiliani, peraltro, si lasciano volentieri travolgere: se da noi vi è chi non va in piazza a sventolare bandiere con il tricolore dipinto in viso, chi, anzi, si disenteressa del tutto, o addirittura che tifa per un’altra nazionale, qui sarebbe e sarebbe stato inconcepibile. I brasiliani, uomini e donne non fa differenza, vivono per il calcio. Per gli inguaribili romantici della retorica, il Brasile è calcio, e il calcio è Brasile.

Il Brasile gioca il futebol arte, l’arte del pallone. Il futebol arte contro il futebol de resultados delle nazionali del vecchio continente. Henry Kissinger diceva che “una squadra brasiliana all’attacco – ciò che fa quasi sempre – sembra una banda di ballerini a carnevale. (…) I giocatori sono talmente intossicati dalle proprie brillanti manovre da dimenticare talvolta che scopo dell’esercizio è segnare gol”. Il caro vecchio Henry riusciva forse a cogliere insieme tutta la magia e i limiti dell’approccio brasiliano al futebol. “Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e i suoi prosatori”, scriveva Pasolini, e i poeti spesso delirano, si sa, ma qui vedeva giusto.

Il futebol quindi come parte intrinseca dell’anima brasileira, uno dei suoi più potenti mezzi di costruzione della sua identità di nazione multietnica e plurireligiosa. Il futebol come strumento di unificazione di quelle disparate e talora contrastanti culture e genti diverse: indigene, africane, europee.

Il calcio come veleno e rimedio, scrive J.M. Wisnik nel suo “O futebol como veneno e remédio”. La malattia ma anche la sua cura. La cura alle difficoltà che la vita ci pone davanti e alla miseria, ma anche una malattia che genera dipendenza, poiché richiede sempre più dosi di futebol.

Tuttavia, datecene ancora, e ancora, su questa terra il dolore è grande e noi vogliamo morire di futebol.


Filippo Galeazzi ha vissuto e studiato a Lisbona (sponda Benfica) e a San Paolo del Brasile (sponda caipirinhas), è innamorato delle Americhe. Attualmente Roma, ma anche Bologna, Texas e, ovviamente, la sua Pesaro. Tifoso della Vuelle e della Juve. Collaboratore Sportellate.it

2 Responses to “Il futebol, veleno e rimedio del Brasile”

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