Interventi a gamba tesa

Quelle del lato destro


Quelle del lato destro” non è un tormentone atto a promuovere il lato B delle vecchie audiocassette, ma sono 10 squadre di serie A che condividono un fattore comune: si trovano al di sotto del decimo posto in graduatoria, e quindi nella parte destra della classifica. Là dove spesso il sole non batte, dato che concentra i suoi raggi su coloro che invece occupano le posizioni che contano. “Quelle del lato destro” vuole spostare per un attimo i riflettori in questa zona lasciata spesso al buio.


La sosta nazionali è finita – Deo gratias – e dopo quasi due settimane in cui il calcio dei club è andato in letargo, il massimo campionato italiano è finalmente pronto a risvegliarsi e a riaccendere i motori per la 13a giornata di campionato: che non è il giro di boa, ma comunque un momento nevralgico del torneo, che si è lasciato alle spalle quasi un terzo delle gare. Un numero di partite sufficiente per stilare i primi bilanci e individuare i rapporti di forza fra le 20 squadre protagoniste (rimanendo comunque in attesa di un’eventuale smentita dal campo, ci mancherebbe).

Un tempo che ci ha dato dei verdetti parzialmente provvisori quanto interessanti su in cima, dove manca una vera e propria lepre da inseguire, ma ci si ritrova piuttosto una situazione quasi ciclistica, con un gruppo abbastanza nutrito che potremmo definire “di testa” e un buon numero di “inseguitori”, che non sono stati ancora staccati del tutto.

Ancora più dietro però ci sono le dieci protagoniste di oggi, ovvero Torino, Palermo, Empoli, Chievo, Genoa, Bologna, Udinese, Frosinone, Verona e Carpi. Le formazioni che galleggiano nella parte destra della classifica, dove gli occhi e i pensieri, più che verso la cima, sono per lo più rivolti a ciò che si cela alle spalle: il pericolo retrocessione.

Dieci squadre, dieci storie diverse, prospettive differenti, obbiettivo comune: la salvezza.

Fa eccezione a questo assioma però il Torino: i granata infatti quelli che si sono uniti al gruppone quasi per caso, senza avere idea di come ci sono finiti lì. I ragazzi di Ventura sono primi in questa semi-classifica, con 15 punti, dei quali però ben 13 conquistati fra agosto e settembre. L’ultimo acuto in effetti è stato il 2-1 inflitto al Palermo lo scorso 27 settembre all’Olimpico, dopodiché dal 3 ottobre in poi (data della shockante sconfitta emiliana contro il Carpi) il Toro ha collezionato 4 sconfitte e due pareggi contro Milan e Genoa.

Torino (11° posto, 15 punti)

 L’eurogol di Benassi col Palermo a cui è rimasta ancorata la stagione del Toro. Una sorta di contrappasso dantesco.

Che il Torino da alta classifica sia stato solo un sogno di una notte di mezza estate spazzato via dal primo imbrunire dell’autunno? Leggendo soltanto i freddi numeri, la risposta sarebbe positiva. Dato che però stiamo parlando di una squadra reduce da un settimo e un nono posto in serie A e da un ottavo di finale in Europa League, condita dall’impresa del San Mamesnon di un fuocherello di paglia qualsiasi, un simile calo deve avere certamente delle motivazioni.

Banalmente potremmo citare l’inflazionata Sfortuna tanto cara agli addetti ai lavori, vedi i due gol subiti da Laxalt (Genoa) e Cuadrado (Juve) ben oltre il 90′, che hanno scippato ai granata 4 punti preziosi.

Oppure gli infortuni che hanno tartassato la squadra nel quintetto difensivo, il motore di entrambe le fasi del gioco di Ventura: al lungodegente Maksimovic, infortunatosi  al metatarso a settembre, si sono man mano aggiunti Jansson, Avelar e un Bruno Peres fresco di recupero. Ventura si è quindi trovato improvvisamente con la coperta molto corta, dovendosi affidare ciecamente ai superstiti Glik, Zappacosta, Bovo, Moretti e Molinaro, gli ultimi tre ben oltre i 30 anni e quindi non in grado di garantire un’adeguata lucidità e quindi un’adeguata continuità di rendimento. 

Va da sé dunque che in una struttura estremamente codificata e monocorde (inteso monotematicità dei suoi giochi offensivi) come quella di “Ace” Ventura, se perdi gli uomini chiave – su tutti Peres, che sta ai granata come Dani Alves sta al Barca in termini di regia della manovra – alcuni titolari segnano il passo e le reti su palla inattiva non piovono più copiose come nel recente passato (ne avevamo già parlato qui), sei costretto a pagare pegno in termini di compattezza (12 gol subiti nelle ultime 6 uscite) e linearità della fase di possesso. Che si traduce in una scarsa prolificità di chi dovrebbe buttarla dentro, ovvero Quagliarella (a secco dalla doppietta contro la Samp due mesi or sono), Maxi Lopez e Belotti, che forse sta scontando un ambientamento più duro del previsto.

Ad affondare il dito nella piaga nella “crisetta” del club di Cairo, ci hanno pensato pure chi come Juve e Inter (ma non sono state le uniche) ha avuto la forza di alzare la pressione su Glik, l’addetto numero uno alla gestione dell’uscita palla. In questo caso (Torino-Inter 0-1 dell’8 novembre) Felipe Melo va a forzare la transizione negativa (anche a costo di abbandonare la sua zona e uscire sul polacco in ritardo), per costringere il numero 25 a disfarsi frettolosamente del pallone.  

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La somma di tutte queste condizioni ha causato la brusca frenata che ha spinto il Toro più giù di quanto meriti, dietro a organici sulla carta inferiori come Sampdoria e Atalanta. Proprio sul difficile campo di Bergamo può iniziare la marcia di avvicinamento di Glik e soci verso le posizioni che più gli competono: le difficoltà permangono, le assenze pure. Allora non resta che sperare che i Baselli – determinante nell’avvio sprint del primo mese – e i Quagliarella sfoderino alcuni colpi del loro repertorio. In attesa che Ventura avrà nuovamente a disposizione la rosa al completo (che probabilmente si colloca immediatamente dietro a quello delle “grandi”) e che gli consenta di riproporre quel calcio intenso e compatto che tante soddisfazioni ha regalato ai tifosi.

Palermo (12° posto, 14 punti)

Palermo-Chievo 1-0: con un tempismo degno delle “gufate” di Cristano Militello, un po’ tutti titolarono “Gilardino salva la panchina di Iachini”. Dimenticandosi però di avere a che fare con Maurizio Zamparini

Alle spalle dei granata, e quindi nel vivo della lotta alla salvezza, le altre 9 che rappresentano in un certo senso due filosofie da sempre in contrasto nel mondo calcio, specialmente in periferia: organizzazione e progettualità, nell’organico come nella guida tecnica e nella società; contro innovazione e cambiamento generalizzato, attutato però a volte con tanta, fin troppa fantasia e scarsi mezzi.

I risultati, per il momento, sono alterni: se da una parte lo stravolgimento – per non dire impoverimento – del Palermo in sede di mercato voluto dal vulcanico presidente Zamparini ha causato non pochi problemi ai rosanero, con Iachini che si è visto privare di un campione come Dybala e un giovane già inserito in questa realtà e desideroso di emergere come Belotti, sostituiti da sconosciuti come Djurdjevic, Trajkowski e Cassini, giovanissimi ma decisamente acerbi (a proposito, se proprio si vuol puntare sui giovanissimi, perché mandare a Como il gioiellino della Primavera e palermitano doc Bentivegna?) e da Gilardino che, oltre ad essere un calciatore ormai arrivato che non ha più niente da dimostrare, è un finalizzatore d’area dal profilo diametralmente opposto rispetto ad un contropiedista tecnico e veloce che ama decentrarsi quale la “Joya” (altra provocazione: ma quel Defrel tanto inseguito in estate e poi lasciato al Sassuolo non era forse più congeniale del bomber biellese?), che mal si adattano al gioco tipicamente conservativo di Iachini, che l’anno scorso ha fatto addirittura sognare l’Europa.

Gilardino vs Dybala: la prima è un’heat map del Gila relativa all’ultimo match di campionato vinto col Chievo, la seconda è dell’argentino e risale alla passata stagione (fonte whoscored.com). Il secondo rettangolo sporcato di verde e blu in quasi ogni punto del centro destra, testimonia – qualora servisse la controprova – maggior dinamicità e peso specifico del classe ’93 negli ultimi 25 metri.

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Altro fattore incidente, l’unità d’intenti forgiata dal mister, considerato un vero leader all’interno dello spogliatoio, il quale aveva permesso finora ai rosanero di mantenersi sopra alla linea di galleggiamento. Magari senza entusiasmare, ma comunque ottenendo i punti necessari per proseguire in relativa tranquillità. Almeno in apparenza.

Perché questo lavoro non è stato sufficiente per restare sulla panchina del Palermo: con un altro cambiamento improvviso, privo di un qualunque motivo progettuale a lungo termine (ce lo conferma con queste dichiarazioni lo stesso Zamparini), ecco che Iachini passa il testimone a Ballardini: al ravennate adesso il compito di far meglio di Iachini, ovvero far punti magari giocando in maniera più spregiudicata.

Missione ardua ma non impossibile, se a Ballardini vengono dati tempo e giocatori consoni a questa tipologia di gioco più offensiva (magari un vero regista e una seconda punta in grado di sfruttare gli spazi aperti e le sponde offerte da un ariete come Gilardino e le rifiniture illuminanti di Vazquez).

Ad ogni modo, bisogna riconoscere come il Palermo stia in parte snaturando la propria natura “verticale” pur di assecondare Gilardino, leggi il secondo posto nella classifica dei cross utili.

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Empoli (12° posto, 14 punti)

La continuità sembra invece pagare i suoi frutti invece in altre piazze: ad Empoli ad esempio, dove il campionato 2015-’16 era iniziato con le perplessità sulla scelta del nuovo trainer Giampaolo e lo scetticismo verso i rimpiazzi dei vari Sepe, Rugani, Hysaj, Valdifiori e Vecino, colonne del bell’Empoli della scorsa stagione, secondo un po’ tutti gli addetti ai lavori non altezza dei predecessori. Alla vigilia della 13a giornata invece ritroviamo un Empoli al 13° posto con 14 punti, frutto di 4 vittorie, 2 pareggi (di cui uno proprio contro gli ex Sarri, Hysaj e Valdifiori) e 6 sconfitte, che si mantiene anche su buoni standard come prestazioni.

Dietro a questo “miracolo” c’è tutta l’intelligenza di Giampaolo, che ha saputo riconoscere la bontà del lavoro dell’attuale tecnico del Napoli e ha saggiamente deciso di non stravolgerlo, ma anzi di utilizzarlo come base solida da cui ripartire anche quest’anno.

Empoli-Napoli 2-2 del 13 settembre, azione classica di sarriana memoria che porta al 2-1 di Pucciarelli: il decentramento di Maccarone sulla sinistra, unito alla sovrapposizione interna di Mario Rui, crea la condizione per l’inserimento centrale di Saponara, il quale calamita due difensori su di sé e scarica per il liberissimo Pucciarelli. Che proprio non si può esimere dal metterla dentro. Con Sarri in panchina a mormorare “tu quoque…”.

Questa continuità tattica nella squadra ha permesso al nuovo mister di poter abbinare ancora una volta gioco e risultati, ma anche di lanciare nuovi giovani patrimoni della società, come quel Krunic che ha ben figurato quando chiamato a sostituire l’astrale Saponara (per quanto possa essere sostituibile uno che, fra gol e assist, ha messo il piede in maniera decisiva in ben 8 dei 13 gol totali realizzati dalla squadra).

Sperando che il giocattolo non si rompa o che la dirigenza non ceda alle lusinghe per i propri gioiellini (Saponara, corteggiato da tempo da Juventus e Napoli e adesso anche dalla Fiorentina; ma anche Tonelli, che a Sarri non dispiacerebbe avere a disposizione come alternativa ai suoi Albiol-Koulibaly-Chiriches). E che magari si cominci anche a guardare al futuro, perché Maccarone non è eterno. Purtroppo.

Chievo Verona (14° posto, 13 punti)

Anche il Chievo ha lavorato scegliendo (giustamente) la strada della continuità: dell’undici titolare sono cambiati solo 3 calciatori su 11 rispetto all’anno scorso (di cui uno, Rigoni, gioca al posto di un fedelissimo di Maran come Izco, alle prese con la rottura del LCA), e come da tradizione in questa piccola realtà della A del terzo millennio si punta tutto su una fase difensiva efficiente (12 gol subiti in totale, sesta miglior difesa del torneo).

Difesa che inizia da Meggiorini e Paloschi, la coppia d’attacco della squadra clivense: sono loro, come spiega lo stesso Maran, a dare il via al pressing alto. L’obbiettivo è chiaro: recuperare subito la palla per ribaltare il più avanti possibile il fronte, e tenere ritmi altissimi (sotto questo aspetto la generosità degli attaccanti, ma anche del motorino di centrocampo Hetemaj, è un’arma in più davvero preziosissima) in grado di indurre più facilmente i palleggiatori avversari all’errore che fa perdere il possesso e garantire una rapida ripartenza, orchestrata dagli assist di Birsa e del centravanti-operaio Meggiorini.

L’andatura di questo Chievo sembra quella di un diesel, senza particolari strappi ma senza nemmeno stop clamorosi: un’andatura che condurrà (me la sento di sbilanciarmi) a una tranquilla salvezza.

La pressione “totale” del Chievo. Chievo-Napoli 0-1 del 25 ottobre: sullo scarico di Jorginho per Koulibaly, non appena il senegalese si porta la palla sul sinistro, ecco Pepe scattare verso di lui e chiudergli la linea di passaggio verso Allan. Allo stesso modo Paloschi accorcia su Albiol, mentre Meggiorini scherma l’italo-brasiliano.

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Frosinone (18° posto, 11 punti)

La scelta continuativa sta ottenendo risultati meno eccelsi (anche se la base di partenza è di certo più modesta) in Ciociaria, dove il Frosinone oggi occupa la terzultima casella, in piena zona rossa. La scelta in estate è stata di confermare in blocco un gruppo partito addirittura dalla Lega Pro (Zappino, Blanchard, Bertoncini, Crivello, Russo, Frara, Gori, Gucher, Soddimo, Paganini, Carlini e i fratelli Matteo e Daniel Ciofani) sotto la costante guida di Stellone, anche lui a Frosinone dal lontano 2009 prima come calciatore, poi un anno alla guida della Berretti campione d’Italia (dove giocavano già Gori e Paganini, saliti in prima squadra) e dal campionato successivo alla guida dei grandi.

La classifica dice che i punti raccolti sono 11, pochi ma non molti in meno rispetto alla concorrenza (la Samp è decima e ne ha appena 5 in più), conquistati affrontando squadre importanti senza mai demeritare, e anzi raccogliendo uno storico punto allo Juventus Stadium. I gialloblù giocano poi sempre a viso aperto e con un modulo, il 4-4-2, ordinato ma al contempo molto offensivo – specie sulla destra grazie alla catena Rosi-Paganini, quest’ultimo l’unica individualità di rilievo in un contesto omogeneo – senza mai alzare barricate. Un modo di fare calcio che ricorda molto il primo Sassuolo, che riuscì ad ottenere un’insperata salvezza.

Ci sarà da sputare sangue anche per il Frosinone per raggiungere la permanenza nella massima divisione, ma quando i giocatori si conoscono a memoria, e giocano da così tanto tempo insieme da diventare quasi un corpo unico in perfetta simbiosi con l’ambiente; che sembra quasi una grande famiglia, allora nulla è impossibile. E già adesso è sotto gli occhi di tutti: andare al Matusa non è stato e non sarà facile per nessuno.

Un ambiente talmente familiare, che la frase “giocare in casa” va interpretata alla lettera. “La dovete smettere di giocare a pallone la domenica pomeriggio, qui la gente vuole dormire! La prossima volta prendo le forbici e ve lo buco quel pallone!”

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Carpi (19° posto, 6 punti)

Tutt’altra progettualità in casa dell’altra cenerentola del campionato, il Carpi. In Emilia la confusione regna sovrana fin dal primo momento: l’allenatore Fabrizio Castori, idolo della tifoseria locale, si è trovato da subito senza il fido il direttore sportivo Cristiano Giuntoli, sbarcato a Napoli. Al suo posto Sean Sogliano, quello dell’affare Iturbe a Verona, che fin dal primo momento lo sfiducia, e vorrebbe sulla panchina un suo protetto. E dopo 6 giornate in cui i punti raccolti sono solo due (a Palermo e in casa col Napoli) e una sonora sconfitta per 5-1 all’Olimpico di Roma, Sogliano riesce ad allontanare, fra le contestazioni della piazza, Castori e a mettere sulla panchina un suo uomo, Giuseppe Sannino.

Il quale, dopo la vittoria casalinga col Torino al debutto, forse fa anche peggio contro avversari sulla carta più “abbordabili” rispetto a quelli affrontati dal suo predecessore, tanto male da essere anche lui allontanato dal patron Stefano Bonacini, in favore proprio del vecchio santone del calcio carpigiano, con Sogliano costretto alle dimissioni dopo aver subito un tale declassamento in ambito decisionale.

Potrà aver sbagliato qualche partita, e magari non riuscirà nel miracolo di salvare il Carpi, ma Castori resta nella storia e nel cuore di tutti i tifosi carpigiani. E anche in quelli dei vecchi romantici del calcio, che vorrebbero ogni anno favole come questa.

Se questa situazione (di cui vi avevamo già parlato) vi ha mandato in confusione solo leggendola (vi assicuro che non è Beautiful, ma la triste realtà partorita dalle rivedibili capacità gestionali di Bonacini), figuriamoci come si sentono adesso i calciatori del Carpi, lasciati in balia del caos più totale, fra schemi stravolti ogni 3×2, gerarchie non definite (alla 12a giornata la porta del Carpi ha già visto ben tre guardiani diversi!) e affiatamento ancora da trovare fra vecchi membri della squadra alla primissima volta in A e i tanti volti nuovi arrivati coi saldi di fine mercato, come le vecchie glorie ormai stagionate Zaccardo, Spolli e Borriello, o gli scarti di altre formazioni che mai sono riusciti a imporsi nel massimo campionato come Bubnjic, Cofie, Marrone, Brkic, Benussi e Gabriel Silva.

Solo un miracolo potrebbe riuscire a salvarli, miracolo che francamente sembra molto lontano all’orizzonte. Peccato perché qualche giocatore interessante, Letizia e Matos su tutti, c’è: forse questo campionato servirà al Carpi per mettere in mostra i suoi (pochi) gioielli per provare a far cassa cedendoli e ripartire d’accapo.

In una squadra sostanzialmente bloccata anche in fase di possesso, la ricerca dell’ampiezza rappresenta la soluzione più gettonata nel set di giochi offensivi. Un gioco che esalta il moto di Gaetano Letizia, laterale destro classe ’90, dal 2012 in biancorosso. Il quale finora ha fatto registrare il 20,5% di cross utili (8/31), mettendosi dietro in questa graduatoria, tra gli altri, i vari Basta, Digne, Marcos Alonso, Evra, Ghoulam e Hysaj. Qui lo stesso Letizia propizia il pareggio di Di Gaudio con l’Inter con una traiettoria curvilinea impressa al pallone che sfida le leggi della balistica.

 

Bologna (16° posto, 12 punti)

La parola d’ordine a Carpi dunque è stata confusione: anche pochissimi chilometri più a sud, a Bologna, la situazione è quasi identica, con un mercato sfarzoso, ma terminato con colpevole ritardo e quindi diversi calciatori che non hanno svolto la preparazione con i compagni (qui ne avevamo già parlato in maniera più approfondita).

A livello tecnico invece, nel cuore del campo ha influito l’implosione di Crisetig, discreto in regia ma carente come personalità e scalzato dal rampante classe ’97 Amadou Diawara, catapultato in A dopo un eccellente girone di ritorno nel pur retrocesso San Marino in Lega Pro. Se il guineano naturalizzato italiano ha dimostrato, a dispetto dei suoi 18 anni, di essere anni luce avanti dal punto di vista del temperamento, va altresì rimarcato come, pur possedendo i tempi di gioco in entrambe le fasi e ottime capacità di lettura, la misura nei passaggi talvolta gli faccia difetto.

Analogamente hanno pesato nella prima parte sotto Delio Rossi, oltre all’infortunio di Giaccherini – per il suo valore assoluto ma anche per la mancanza di alternative sulla sinistra, che hanno costretto l’allenatore riminese a dirottare il positivo Mounier sulla sinistra – i problemi di attacco posizionale, con l’intristito Destro troppo spesso abbandonato a sé stesso dai laterali, i quali hanno stentato ad attaccare la porta e a supportarlo con la dovuta continuità. Difficoltà che, allargando l’obiettivo, rientrano nell’ordine di quelle di una formazione che fatica a mantenere corti i reparti e a dilatarsi paurosamente.

AAA cercasi presenza offensiva. Bologna-Inter 0-1 del 27 ottobre: transizione positiva prolungata in cui si nota, oltre alla caparbietà degli interisti nel mantenere ordinata la linea difensiva (e non concedere quindi la profondità ai padroni di casa), la penuria di uomini nell’accompagnare un’azione durata una dozzina di secondi. Va bene non volersi scoprire, ma in questa clip sembra quasi che ciò che succede oltre la mediana sia affare di pochi eletti.

Con un 8 su 10 alla voce sconfitte, era inevitabile l’esonero. Al posto di Rossi, ecco quindi Donadoni che ha debuttato eguagliando il suo predecessore, con la semplice differenza che l’ex allenatore del Parma ha conquistato 6 punti in 2 giornate anziché in 10

Decisione che, risultati alla mano, sta pagando alla grande: dopo un episodico 3-0 all’Atalanta, i rossoblù si sono ripetuti segnando due reti nel primo quarto d’ora che hanno tagliato le gambe al malcapitato Verona. Un successo in cui è stato varato un inedito 3-5-2 – in cui ha brillato una volta di più l’Under 21 Masina sulla sinistra – con relativo arretramento a centrocampo di Brienza nel ruolo di mezzala sinistra. Un esperimento già riuscito da Donadoni con Marchionni e Valdes al Parma che, chissà, potrebbe allungare la carriera del 36enne.

Il Brienza versione mezzala andato in scena contro il Verona: nell’immagine tratta da fourfourtwo.com/statszone, le ricezioni dell’ex Cesena. Tutte ben distanti dall’area avversaria.

Brienza vs Verona

Ad ogni modo 12 punti sono ancora pochini e la rincorsa è appena all’inizio. All’orizzonte però, un ciclo terribile (Roma, Torino e Napoli): il Bologna, a prescindere da come andrà a finire questo trittico, dovrà tenere viva la fiammella della fiducia alimentata dalle ultime vittorie.

Udinese (16° posto, 12 punti)

Nella dicotomia tra continuità e innovazione, l’Udinese si è schierata a metà strada: rosa sostanzialmente confermata, ma nuova guida tecnica, con Colantuono chiamato, dopo il fallimento di Stramaccioni, a raccogliere la pesante eredità di Guidolin, un allenatore assolutamente perfetto per la squadra dei Pozzo, in grado di coniugare appieno l’esigenza di incamerare punti buoni per la salvezza, se non qualcosa in più (ma per quello ci voleva il Di Natale da più di 20 gol a stagione che adesso non c’è più) con quella di valorizzare i giovani calciatori che lo scouting gli metteva a disposizione. Quelli che garantivano cessioni astronomiche di importanza vitale per la società (Sanchez, Inler, Isla, Asamoah, Handanovic, ci è andato molto vicino Scuffet).

La classifica e le prestazioni al momento sono impietose. Colantuono, dopo la vittoria allo Juventus Stadium della prima giornata che aveva fatto gridare al miracolo, non è ancora riuscito a dare un’identità al gruppo che gli consenta di costruire una fase di possesso quanto meno credibile, in grado di garantire un numero di palloni sufficienti per la coppia Di Natale-Thereau.

Col duplice risultato di rendere sterili le punte (l’Udinese, con 10 gol fatti, ha il secondo peggior attacco del campionato), ma anche di “bruciare” dei talenti interessantissimi come Bruno Fernandes, che tanto faceva ben sperare due anni fa, e che nel biennio post-Guidolin tanto sta deludendo.
Manca un uomo in grado di far circolare con intelligenza il pallone a centrocampo – quello in cui eccelleva Allan – col reparto costituito solo da mediani di quantità come Badu e Iturra, cui la dirigenza ha provato a mettere troppo tardi una toppa ingaggiando lo svincolato Lodi, lontano parente di quel giocatore che avevamo ammirato a Catania.

In tutto ciò, la panchina dell’ex mister atalantino traballa che è un piacere: un eventuale ko contro la Samp potrebbe costare carissimo.

Anche i numeri tratti da whoscored.com ci presentano un’Udinese che bada forse troppo a non prenderle, concedendo poco (12,7 tiri a gara, decima in graduatoria) e ricorrendo spesso anche al fallo (ben 35 cartellini). A costo di sacrificare troppo la fase offensiva, che avviene principalmente sulle fasce e non per quelle vie centrali che favorirebbero non poco due attaccanti dai piedi buoni come Thereau e Di Natale. Il risultato è che i bianconeri vanno poco al tiro (di media 11,8 conclusioni, solo 6 squadre fanno peggio), e che quando lo fanno sono molto imprecisi.

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Genoa (14° posto, 13 punti)

E se a Udine si piange, a Genova, sponda rossoblù, di certo non si ride: il Genoa sembra solo un lontano parente di quella squadra che solo l’anno scorso conquistò la qualificazione all’Europa League, passata poi ai cugini doriani per inadempienze amministrative.

Le cessioni di Bertolacci, Iago Falqué, Kucka, Niang ed Edenilson si sono fisiologicamente rivelate sanguinose, e ad oggi mal rimpiazzate, con la dirigenza che ha provato a ripetere le operazioni Thiago Motta, Milito e Perotti, ingaggiando sempre in terra iberica giocatori freschi di bocciatura in una big come Ansaldi, Diogo Figueiras e Capel: tutti potenziali calciatori di livello superiore rispetto a ciò che è il Genoa, ma che un fisico troppo fragile ha nettamente ridimensionato (proprio come per il diez argentino, un paio di anni fa valutato 40 milioni da Marotta).

Oppure ricercando un profilo che possa seguire le orme di Iago Falqué, quindi ecco i giovani promettenti come Lazovic e Ntcham. Campagna acquisti poi completata con gli innesti di una vecchia gloria quale Pandev e la coppia made in Nantes Gakpé e Cissokho, insieme al fatto e finito Dzemaili.

Resta però Gasperini, garanzia di continuità tattica col suo 3-4-3 (che richiede un enorme sacrificio da parte degli esterni, sia di centrocampo che d’attacco), forte di un ambiente che lo stima incondizionatamente: dovrà far forza su questo, oltre che sui piedi raffinati di Perotti (il quale dovrà però tirare di più in porta, visto che nessuno di coloro che ha finora raccolto il testimone di Iago Falqué sembra essere un giocatore da 13 gol come il galiziano ora alla Roma) e sul fiuto del gol di un bomber insospettabile – solo per gli spettatori poco attenti però – come Pavoletti, per centrare una salvezza faticosa, ma decisamente alla portata. Perché, nonostante il rimescolamento pazzo di Preziosi, il Genoa rimane comunque uno degli organici più talentuosi della colonna di destra.

L’ultima partita giocata dal Genoa, il 2-2 in casa del Frosinone, ha fornito due grossi segnali a Gasperini: il primo è la conferma di avere fra le mani uno dei migliori centravanti italiani, ovvero Leonardo Pavoletti, che con la sua media di un gol ogni 144 minuti circa sta portando parecchie gioie ai fantallenatori e chissà, magari qualche dubbio anche a Conte. L’altro è che questo Lazovic, che prima dei 79 minuti del Matusa era sceso in campo solo per altri 117′ spalmati in 4 partite. D’ora in poi sarà davvero dura farlo accomodare in panchina…

Hellas Verona (19° posto, 6 punti)

Resta infine il Verona, per il quale le speranze sono (anche qui mi sbilancio) ridotte al lumicino: i gialloblù infatti pagano  un  progetto che nell’ultimo anno sembra interrotto e che non ha portato come nelle altre realtà prima analizzate ad un vero miglioramento d’organico, ma al contrario ha causato inerzia e immobilismo, affidandosi alla maggior parte dei titolari dell’anno scorso (la squadra era già stata vittima di un calo nelle prestazioni rispetto a due anni prima, quando partirono Iturbe e Romulo), acquistando quasi esclusivamente riserve sulle quali nessuno, a partire dall’allenatore Mandorlini, punta per davvero.

Vedasi i vari Albertazzi, Wszolek e Bianchetti dimostratisi più volte poco affidabili nella massima serie, o l’oggetto misterioso Winck, che ancora deve vedere il campo, senza contare l’ingaggio a campionato in corso di un Matuzalem ormai palesemente alla frutta, o affascinanti cavalli di ritorno come Romulo, uno dei protagonisti del bel Verona 2013-’14, che viene da un anno di inattività con la Juventus e che ancora oggi è alle prese con problemi fisici che non gli hanno mai permesso neppure la convocazione. Un roster mal assortito e di conseguenza succube di un undici titolare reduce forse da troppe battaglie, ormai a fine ciclo.

Un undici che rispecchia una certa rigidità anche nel perdurare dei propri difetti, come l’attempata coppia centrale Moras-Marquez terribilmente fragile nel coprire la profondità, senza l’aiuto dei terzini, che non di rado viene a mancare. Fragile quasi quanto i muscoli dei centrocampisti Hallfredsson, Ionita e Sala, che passano più tempo in infermeria che in campo, o come il promettente regista ex Latina Viviani, vittima della pubalgia. In assenza di filtro, ecco che anche Jankovic e Juantio Gomez, più che attaccare, sembrano doversi preoccupare di fare i “terzini avanzati”, badando prima di tutto alla fase di non possesso.

Con un copione così marcatamente difensivo, bisogna ottimizzare al meglio le rare sortite offensive. E sperare di non incappare mai in episodi sfavorevoli, cosa tra l’altro piuttosto improbabile in uno sport così situazionale. Non parlo soltanto di situazioni di gioco, ma anche di contingenze non prettamente di campo. Come l’infortunio di Luca Toni, deus ex machina dell’Hellas 2013-’15.

Luca Toni: 20 gol due anni fa, 22 e titolo di capocannoniere l’anno scorso. Da un giocatore del genere è più che naturale che dipendano le sorti di una squadra, ma non come avviene per il Verona, le cui notevoli mancanze sono emerse nude e crude non appena il Numero Uno è stato costretto in infermeria.

Insomma tanti problemi, mascherati alla grande negli anni scorsi da Toni coi suoi 42 gol (recordman degli scaligeri nella massima serie): un attaccante di assoluto livello e di una longevità incredibile, come forse non ne vedremo più per tanto tempo, ma che forse qualcuno riteneva eterno, ovviamente a torto.

E infatti una volta che un infortunio (lesione di secondo grado del collaterale), il primo vero infortunio del centravanti campione del mondo 2006 da quando è a Verona (ma che a 38 anni è più che naturale averne, anzi era da marziani lo stakanovismo mostrato nelle passate stagioni in maglia scaligera), lo ha tenuto lontano per tanto tempo dai campi in questo inizio di stagione, il vaso di Pandora si è scoperchiato e sono venuti a galla i limiti di questo Verona, unica squadra in Serie A ancora incapace di vincere una partita (i 6 punti raccolti sono il frutto di sei pareggi contro Roma, Torino, Atalanta, Chievo, Udinese e Carpi), e proprio per questo candidata più di ogni altra alla retrocessione a fine anno.

Le partite della verità saranno le prossime tre, nel trittico che prevede il Napoli, ma soprattutto Frosinone ed Empoli: questi match – che vedranno con ogni probabilità il ritorno del capocannoniere in carica già nella sfida di domenica i partenopei – diranno se ha la capacità di rientrare in lotta e combattere a testa alta, o deciderà di abbandonarsi lentamente al proprio destino. Che le prime dodici giornate fanno presagire decisamente nebuloso.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.