Interventi a gamba tesa

Esonerare nuoce gravemente al risultato?


Dopo un anno in cui il numero di allenatori esonerati nel campionato italiano si era allineato alla media degli altri tornei europei, ecco che la nuova stagione in A sembra rinverdire questa cattiva abitudine. Al sollevamento dall’incarico di Walter Zenga si aggiungono l’esonero di Delio Rossi e la “doppietta” del Carpi, che in poche settimane prima allontana Castori, poi lo richiama a sostituire Sannino. Visti i risultati del Bologna con Donadoni (6 punti in due giornate), l’esonero sembrerebbe un male necessario per raggiungere gli obiettivi stagionali. Ma è davvero così?


Ci sono stagioni che proprio non vanno. La squadra non gioca bene, sembra bloccata, impaurita, senza determinazione. Pensi al calciomercato, alle notti insonni in attesa di leggere il grande nome comparire tra le notizie di Tuttomercatoweb.

In effetti era arrivato. Mattia Destro a Bologna, oppure tifando Samp, Zukanovic rubato all’Inter, Ferrero che ti compra Fernando o Cassano, sapendo di avere già in rosa due campioni come Eder e Muriel: tutto fa sperare al meglio. Qualcosa però è andato storto. La squadra non vince, magari convince, ma non riesce mai ad affermarsi.

A quel punto anche il tifoso più fedele e conservatore comincia a mugugnare qualcosa, forse è la paura che parla. Il presidente urla e sbraita, minaccia ritiri, il direttore sportivo comincia a dubitare di alcuni acquisti, ma non può dire nulla, ne va della sua reputazione. Allo stadio e sul web cominciano a comparire slogan del tipo #MazzarriVattene, #InzaghiDimettiti…

Formalmente la società resiste e sostiene l’allenatore, ma dopo l’ennesima sconfitta, il risultato diventa l’altare su cui si può finalmente offrire l’agnello sacrificale, dove purificare errori di gestione, mancanza di programmazione, investimenti sbagliati e rapporti personali difficili. Finalmente l’allenatore viene esonerato.

Ecco il video che ha spinto Thohir a esonerare Mazzarri. L’ex allenatore ha preso così seriamente l’hashtag #MazzarriVattene lanciato dal nostro Alberto Mularoni, che si è addirittura trasferito a Manchester!

In questo 2015-’16 la serie A aveva resistito alla tentazione del cambio in panchina, ma in poche settimane si è subito ripresa tornando ai fasti del 2011, quando ben 10 squadre esonerarono il proprio tecnico. Prima il doppio cambio carpiato del Carpi, poi è stato il turno del Bologna e qualche giorno fa anche di Sampdoria e Palermo con l’esonero di Zenga e Iachini.

Per alcuni una follia, per altri una necessità, l’esonero è sempre un peso economico per la società e un limite per l’allenatore stesso che continua a essere stipendiato fino a fine contratto, ma che allo stesso tempo non può prendere nuovi incarichi se prima non viene liberato dalla squadra a cui è legato contrattualmente. In questi giorni, per esempio, Montella sarebbe a un passo dalla panchina della Sampdoria, ma la Fiorentina, nella persona del presidente Della Valle, sta valutando se lasciarlo andare oppure no.

Per quanto l’esonero sia una pratica diffusa in tutta Europa, la frequenza con cui gli allenatori italiani vengono sollevati dall’incarico è inarrivabile per i campionati delle altre nazioni. Se prendiamo i dati della stagione 2011-’12 in cui in Italia si è raggiunto il record del 50% di panchine sostituite, in Inghilterra e in Francia si raggiungeva il 25% mentre in Germania il 30%.

Il dato, oltre a marcare una differenza, dipinge un’abitudine tutta nostrana, retaggio dell’epoca d’oro del calcio anni ’80. Quella volta ogni club aveva il suo “presidentissimo”, per cui il calcio era una vetrina per le proprie aziende, uno strumento per pagare meno tasse gonfiando le spese. Ma soprattutto una vera e propria passione. La gestione non aveva nulla di manageriale: si acquistavano i campioni che potessero dare lustro alla piazza e il cuore dominava l’intelletto. In questa irrazionalità sensista, dopo un certo numero di sconfitte il patron si stufava, si svegliava di cattivo umore e così decideva di sollevare dall’incarico il proprio mister.

Negli ultimi anni è rimasta viva la figura carismatica del “Presidentissimo”, ma solo come figura di rappresentanza. Ormai quasi tutte le squadre italiane sono gestite con criteri più o meno razionali e manageriali, con una particolare attenzione al bilancio.

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Nel calcio contemporaneo invece tutto questo rimane in poche figure di presidente “dominus”. Il caso più eclatante è il Palermo di Zamparini che può rivelarci molto bene le dinamiche sottostanti un esonero. Con l’allontanamento di Iachini il presidente dei rosanero ha raggiunto il record di 53 cambi di panchina con ben 44 allenatori diversi. Il Palermo veniva da una vittoria casalinga con il Chievo, non era in zona retrocessione e la rosa era tutta con l’allenatore. Allora perché cacciare il buon Beppe?

Semplicemente, come spesso accade, il patron rosanero voleva pararsi il culo e spostare l’attenzione dalla squadra al tecnico. Una perfetta opera di distrazione per abbassare la pressione dei tifosi e far dimenticare che in estate il furbetto si è intascato i soldi di Dybala, senza spendere decentemente per allestire un organico competitivo.

Forse ritornando ai numeri del 2011 capiamo l’estrema distanza dal resto del continente. In quel periodo il nostro campionato stava attraversando un momento di transizione, dopo una grande crisi. Transizione dal modello padronale al modello manageriale, quasi forzato a causa del grosso indebitamento delle società italiane. E probabilmente il record di esoneri di quell’anno non è altro che un’imbellettatura per mascherare quelle difficoltà.

D’altra parte i tifosi non aiutano. È invalsa la cattiva abitudine di richiedere le dimissioni o l’esonero di un tecnico alle prime avvisaglie di difficoltà. Il caso estremo è Allegri, la cui testa da alcuni veniva richiesta ancor prima che iniziasse il campionato. Io invece sono tra coloro che vorrebbero lasciar lavorare gli allenatori dalla prima all’ultima partita senza minacce di esonero.

Eppure rimane il dubbio: se fosse veramente il mister il problema? Se la squadra avesse necessità di cambiare? In quel caso vorrebbe dire che a un cambio di guida corrisponderebbe un miglioramento dei risultati sul campo.

In verità anche alcuni importanti studi statistici si dividono sul tema: due studi, uno inglese e l’altro spagnolo, sostengono il beneficio di un cambio in corsa, mentre altri quattro studi , questa volta provenienti da università olandesi, tedesche, belga e italiane, negano che l’esonero dell’allenatore determini un miglioramento sul terreno di gioco della squadra in esame.
Interessante lo studio inglese che suggerisce anche quale sarebbe il momento della stagione più adatto per l’esonero, pur con non pochi limiti.

Tornando al punto della questione, uno studio dell’università della Calabria prende di petto il tema e sembra arrivare a una conclusione certa: esonerare conviene.

L’analisi infatti, prendendo in esame i campionati tra il 1997-’98 e il 2008-’09, suggerisce che per il 37% delle società italiane che  hanno cambiato l’allenatore almeno una volta durante la stagione il cambio è stato virtuoso, riuscendo a portare a casa una media punti più alta e un leggero miglioramento di gol fatti e subiti.

I risultati delle squadre di serie A prima e dopo il cambio di allenatore.

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Sembrerebbe un punto a favore dei presidenti mangiallenatori, eppure se si confrontano i risultati di queste squadre con quelle che non hanno cambiato allenatore, si scopre che queste ultime hanno raggiunto risultati migliori. Le conclusioni della ricerca, che sembravano propendere per l’esonero, sottolineano invece una verità che ha dell’incredibile: cambiare allenatore non produce alcun miglioramento statistico.

Certo, l’impressione generale è diversa e ogni tifoso sembra sollevato dall’esonero del proprio tecnico. Si tratta di una illusione data da più fattori. Il primo è aleatorio e casuale, perché in molti casi l’allenatore allontanato ha dovuto affrontare all’inizio del proprio percorso le squadre più forti, mentre il suo successore si è trovato davanti a partite più semplici.

A volte c’è anche il paradosso di un coach esonerato dopo una vittoria (vedi caso Iachini), che fa storcere il naso a chi segue il calcio, ma non fa venire il minimo dubbio a un presidente che, come abbiamo visto, non otterrà nessun vantaggio e in più dovrà pagare due stipendi.

Vi ho già accennato al tentativo molto comune di  mascherare proprie colpe e responsabilità, va aggiunto infatti che spesso e volentieri le motivazioni non sono tecniche, bensì personali.
In una serie di interviste raccolte per un master a Coverciano, non pochi allenatori, alla domanda “perchè sei stato esonerato?” rispondevano di non conoscerne il motivo. Tutti spiegavano l’esonero come la rottura di un rapporto personale o di fiducia con la società.

Illuminante il contributo di Donadoni, ex allenatore del Cagliari: “A tutt’oggi non ho ancora capito il motivo per cui la mia avventura a Cagliari è finita. Anche perché non ho più avuto modo di parlare con Cellino e ho ricevuto comunicazioni solo dal dg Marroccu. È evidente che si è trattato di una scelta personale del presidente.”

La regola d’oro del complottismo rivela che se vuoi trovare le cause di un fenomeno devi prima trovare la risposta alla domanda “cui prodest? (a chi conviene?)”. Nel cercare le cause dell’esonero allora persino Adam Kadmon diventerebbe più realista del re, dal momento che esonerare non conviene a nessuno.

Le motivazioni infatti sono un coacervo di irrazionalismo e personalismi che se erano la norma 20 anni fa, ora nel 2015 diventano assolutamente fuori luogo.

Se il calcio italiano cominciasse a programmare e prendere decisioni ponderate, il fenomeno dell’esonero impazzito si ridimensionerebbe e sarebbe facile per i tifosi e per i dirigenti stessi individuare gli errori di gestione, smascherando d’altro canto gli esoneri arbitrari. Allora forse vedremo Twitter inondato da una richiesta razionale e pacata: #LasciateliLavorare, con la pressione dei tifosi rivolta ai giusti destinatari. Prima però dovremmo liberarci degli ultimi dinosauri del mondo del calcio, ma quanto dobbiamo aspettare ancora?


 

Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it