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- di Redazione Sportellate.it

Quella voglia di indipendenza che fa tremare il Futbol Club Barcelona


Cento milioni di euro. Tanto potrebbe costare all’FC Barcelona, solo in termini di diritti televisivi, un’eventuale indipendenza della Catalogna da Madrid. Almeno stando alle stime di Inés Arrimadas, l’avvocatessa 34enne eletta a settembre nelle file della lista antiseparatista Ciudadans con lo slogan “un nuovo progetto di Spagna per sedurre i catalani” e ora a capo dell’opposizione nel parlamento della regione. Grande tifosa dei blaugrana, la Arrimadas calcola in 25 milioni gli introiti destinati al club di Bartomeu se inserito in un ipotetico campionato catalano, decisamente meno attraente della Liga spagnola. Una stima quindi che non tiene conto del rischio di una sanguinosissima esclusione dalle competizioni internazionali in caso di mancato riconoscimento da parte della Uefa e della Fifa. Esclusione che si tradurrebbe in vero e proprio tracollo economico.


All’indomani dello storico voto che sancisce “l’inizio del processo di creazione dello Stato catalano indipendente sotto forma di Repubblica”, tornano ad addensarsi le nubi dalle parti del Camp Nou. Ironia della sorte proprio domenica, complice la sconfitta del Real a Siviglia, il Barça era tornato in vetta alla Liga rispedendo al mittente le critiche piovute a inizio stagione sulla squadra di Luis Enrique.

Intendiamoci: il futuro del progetto indipendentista è più che mai incerto. I 72 “sì” di lunedì, che portano la firma dei nazionalisti di “Junts pel sì” e della sinistra radicale del Cup, non sono che il primo mattoncino di un lungo processo legislativo, irto di insidie e difficoltà.
Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha subito fatto sapere di essere intenzionato a utilizzare “tutti gli strumenti concessi dallo stato di diritto” per impedire il divorzio di Barcellona da Madrid: chiederà all’Alta Corte di intervenire e un suo eventuale pronunciamento negativo potrebbe castrare già giovedì qualsiasi velleità d’indipendenza. Lo stesso governo locale è ancora lungi dall’essere nominato, visto che difficilmente la candidatura di Artur Mas sarà avallata dal Cup. Insomma, si parla di un orizzonte a lungo, lunghissimo termine. Ma ciò non toglie che la questione resti sul tavolo. Oggi più che mai.

Intermezzo: la manifestazione a Barcellona per l'indipendenza catalana da 1,4 milioni di persone dell'11 settembre.

https://youtu.be/2GZZ4ZLqzSY

E la posizione del club, in tutto questo trambusto? A luglio, tutti e quattro gli aspiranti alla presidenza si erano fatti fotografare con una t-shirt con i colori della bandiera catalana e la scritta 27 settembre, data delle imminenti elezioni regionali. Elezioni a cui si è candidato anche Pep Guardiola, il tecnico più vincente della storia dei campioni di Spagna e d’Europa in carica, un’istituzione da queste parti. “È triste, c’è gente il cui unico Dio è il denaro”, aveva commentato stizzito il ministro dell’Interno Jorge Fernández Díaz, ricordando il decennio in cui Guardiola ha militato nella nazionale spagnola.

L’esposizione delle bandiere catalane da parte dei tifosi blaugrana in occasione della finale di Champions League del 6 giugno poi, non era sfuggito all’Uefa che aveva deciso di multare il club. “Non sono più del Barça”, aveva annunciato per reazione il noto presentatore della tv catalana Xaviér Sardà, mentre la ong antiseparatista Societat Civil Catalana era arrivata ad accusare i dirigenti di “imbastardire la storia del Barcellona”, da sempre votata ai valori repubblicani e non a quelli del separatismo.

La presenza massiccia di bandiere giallorosse alle partite del Barca, divenuta quasi un must. Così come le multe dell'Uefa: 40.000 contro contro la Juve, 30.000 contro il Bayer Leverkusen nel primo match europeo della stagione.

Barcelona's football fans hold 'Estelada', the Catalan independentist flag before of the match between FC Barcelona and Real Madrid during a Spanish La Liga soccer match at the Camp Nou stadium in Barcelona, Spain, Sunday, Oct. 7, 2012. LaPresse07-10-2012 Barcellona, SpagnasportcalcioBarcellona vs Real Madrid - Liga 2012/2013

La situazione, come si può intuire, è allo stesso tempo estremamente confusa e decisamente delicata. Non a caso a Madrid c’è già chi nella maggioranza di governo agita come deterrente lo spettro di un Barcellona impoverito e senza coppe. Un argomento che su chi considera i blaugrana “Més que un club” può far presa tanto quanto (se non di più) la prospettiva della fuga dei capitali e dell’uscita dall’euro.
Di certo, un campionato catalano con Messi, Suárez e Neymar che sfidano l’Espanyol e una dozzina di squadre che attualmente militano tutte fra Segunda División (Tarragona, Girona e Llagostera) e Segunda División B (in cui giocano anche le squadre B del Barça e dell’Espanyol) non è proprio immaginabile. Un torneo del genere costringerebbe il club europeo più titolato degli ultimi dieci anni a un clamoroso ridimensionamento.

“L’esercito di un paese disarmato” lo definì Manuel Vázquez Montalbán, riferendosi all’importanza extra-calcistica della squadra durante le vessazioni del franchismo. Non ultima l’imposizione del nome spagnolo “Clúb de Fútbol Barcelona” al posto della tradizionale ma troppo esterofila dizione inglese e la sostituzione della bandiera catalana con quella spagnola sullo stemma del club. Col tempo anche Franco dovette piegarsi alla tenacia dei catalani che pian piano ristabilirono l’antico logo, l’antica autonomia nel processo di scelta dei presidenti e, da ultimo, iniziarono nel 1968 a utilizzare quello slogan, “Més que un club”, oggi divenuto un marchio di fabbrica, ma che allora suonava come una chiara provocazione nei confronti del regime. Così come la democraticissima procedura di elezione del presidente, scelto a suffragio universale tra tutti i soci (che oggi sfiorano le 150.000 unità).

Implicita polemica contro la gestione autoritaria del centralista (e madridista) Franco. A rinfocolare l’identità profondamente catalana dei blaugrana ci ha pensato anche la rivalità (decisamente asimmetrica dal punto di vista prettamente calcistico) con i “cugini” dell’Espanyol, considerati espressione degli immigrati e dei funzionari giunti sulle Ramblas dal resto della Spagna e dunque “anti-catalanisti” per eccellenza. A dir la verità, col tempo e soprattutto con le vittorie, è il Barça a essere diventato la squadra degli “stranieri”: sono milioni i tifosi, in Spagna come all’estero, conquistati a suon di trofei nell’ultimo ventennio. 

In realtà, per uno scherzo del destino, il nome “Espanyol” (traslitterazione in català di “Español) fu scelto nel 1900 dai fondatori proprio in contrapposizione alla natura straniera del Barcelona, nato appena un anno prima da un’idea dello svizzero Hans Garper e infarcito di giocatori non indigeni.

espanyol

“Più di un club”, dunque. E in effetti per molti fu proprio un Barcelona-Real Madrid 5-0 del 1974 (tripletta di Cruijff) a segnare la fine simbolica del franchismo, con un anno di anticipo sulla morte del caudillo. Non solo: se le gesta dei blaugrana hanno tenuto alta la bandiera del nazionalismo catalano durante il franchismo, una volta riapprodati alla democrazia hanno contribuito a smorzarne i progetti indipendentistici. In altre parole, che bastassero i successi sportivi, il boom economico e l’equiparazione del catalano al castigliano ad accontentare la voglia di Stato dei catalani, una volta rovesciata la dittatura? Chi può dirlo.

Quel che è certo è che ora è proprio la voglia di Stato di quei 7 milioni e mezzo di catalani (o della maggioranza di loro, stando almeno alle ultime elezioni) a far tremare la squadra più forte del mondo. Con scenari potenzialmente esplosivi per l’intero calcio europeo.


Emiliano Mariotti

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