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- di Gian Marco Porcellini

Salvate il soldato Malesani


No, chi vi scrive non vi racconterà che segue morbosamente Alberto Malesani dall’alba del Chievo dei miracoli o dal trionfo in quella Coppa Uefa alzata alla guida del Parma nel lontano 1999. O meglio, come tanti appassionati della pedata, l’ho sempre considerato uno dei tanti tecnici divorati dal nostro calcio schizofrenico. Rimasterizzato un paio di annetti fa grazie alla cassa di risonanza social in un “Mollo 2.0”, un prodotto rimodellato dai rimpasti delle sue interviste e depurato dei suoi successi, rimpiazzati da un bel calice di Amarone made in Giuva, la sua azienda vinicola. Tanto per intenderci, sono uno dei tanti pseudo fan dell'ultima ora che domenica alle 17  è tornato dopo una vita a sintonizzarsi su Rai 2 col caro e vecchio “90° minuto” per ammirare il ritorno di Malesani nel pianeta calcio. Non da allenatore, ma nelle inedite vesti di opinionista.


L’intento, neanche troppo velato, era quello di proseguire il flebile trend positivo di un programma reduce da alcune stagioni sull’orlo del collasso, puntando su uno dei fenomeni mainstream riciclati dal web. Così, al fianco dei due galli nello stesso pollaio sempre pronti a punzecchiarsi e togliersi la parola Marco Mazzocchi e Paola Ferrari, e del bollito Gianpaolo Ormezzano, più interessato a fare pubblicità al suo libro che a parlare di pallone, ecco il nostro eroe. Sognavo di trovarmelo in studio in felpa e ciabatte, considerato che ha sempre detestato il formalismo del pallone e preferito la tuta alla giacca. Invece il Mollo si presenta con un inaspettato golfino blu scuro e camicia bianca (vedi l'immagine di copertina).

Lo scontato copione dei tre consiste nel coinvolgerlo, possibilmente con qualche domanda trabocchetto, sperando che il tecnico-viticoltore sforni una delle sue perle a mezza via tra l’illuminante e il tragicomico, nel suo italiano fluente e sgrammaticato al tempo stesso. Intriso di quel “realismo operaio” in salsa veneta che sgorga copiosamente dalla sua (s)parlata. Un gioco da ragazzi, direte voi.

Perle d’archivio: Malesani ai tempi del “Bologna senza società” (cit. Mollo) che tradisce le sue origini veronesi e, per non farsi mancare niente, storpia una citazione di Einstein.

Ma il Male non è tipo da farsi intortare o piegare la schiena alle logiche del circo mediatico. E anche nelle occasioni in cui viene chiamato in causa con scarsa attinenza, sfoggia il suo curriculum, ad esempio quando esalta la Fiorentina per la sua densità sulla zona palla, o quando sottolinea l’importanza del concetto di “seguire l’azione”, ossia accompagnare la palla nelle transizioni, o ancora nel rimarcare l’imprescindibilità del singolo pure in un sistema di gioco codificato, per fare in modo che il collettivo stesso venga valorizzato.

Uno dei profeti della “Mollomania”, l’esilarante Edoardo Todeschini, che fa il verso all’iconografica sfuriata datata 15 dicembre 2005, in seguito ad un pareggio del suo Panathinaikos con l’Iraklis. Arte o TSO?

Il problema è quando esce dal seminato e parte a ruota libera dando voce alla sua genuinità, che lo porta a reincarnarsi in un personaggio un po' pirandelliano e un po' fantozziano. E capita quindi che chiama affettuosamente e un po’ ingenuamente il mister del Chievo Rolando Maran, suo giocatore ai tempi dello stesso club gialloblù in serie B, “Roly” - per la gioia di Maran, da ieri sera perculato anche dal suo cane – o si congratula in un clima surreale con un attonito Di Francesco, ossia colui il quale l’ha preceduto e seguito al Sassuolo.

Il tutto inframezzato da un Ormezzano che – più o meno consapevolmente – domanda al Mollo perché dopo un cambio in panchina si vince sempre. E assist clamoroso per Mazzocchi, che lo sfotte ricordando al pubblico l’ultimo esonero del nostro paladino dopo le 5 sconfitte in altrettante partite da coach del Sassuolo 2013-’14. Come risponde Albertone? Con un'ammirevole dose di autoironia. Tiè Mazzocchi!

Altri due pionieri del Mollo su facebook: la pagina “Demotivato mollo ma che mollo”, il guru dei malesaniani (da cui ho tratto i link dei video) e Davide Vardinogiannis, un universitario che filtra la sua vita (e i suoi post) attraverso le espressioni del Male.

demotiv

 

davide vardinogiannis

Sui titoli di coda, non poteva non mancare un riferimento ai “ragazzotti dei social” che, celebrandolo tra il serio e il faceto, si sono inventati di sana pianta la notizia secondo cui l’imprenditore della Giuva avrebbe comprato all’asta la celeberrima Coppa Uefa del ’99. Quei ragazzotti che (verosimilmente) gli hanno fornito il pass per risalire sulla giostra. O meglio, nei pressi.

Proprio per questo, una volta calato il sipario, la mia domanda è: chi te l’ha fatto fare, caro Alberto? L'hai fatto per cavalcare l’onda del successo? La Rai ti ha ricoperto d’oro (ne dubito)? Volevi tornare semplicemente a contatto col mondo del pallone? Perché preferisci qualche comparsata in tv al dimenticatoio? O perché in fondo questo sport è una passione uber alles e parlarne con colleghi e giornalisti è sempre meglio che viverlo in separata sede dalla tua villa veronese?

Non dare ulteriori argomenti a chi ha additato la tua indole controcorrente come naif, quasi fosse un atteggiamento criminoso, e ora ti vuole gettare rovinosamente nella mischia come un fenomeno da baraccone da contrapporre a Barbara D'Urso. E che, più degli ultimi esoneri, ti sta occludendo l'ultimo spiraglio di possibilità di chiamata in panchina.
Fuggi da un ambiente con cui non sei mai riuscito a rapportarti e che ti ha sempre disgustato, in cui “bisogna essere finti, fatti condi plastica” e “dire le bugie e fare i ruffiani, come coi tifosi”. Non farti trattare come "il semo di turno" da quei presentatori "presuntuosi e ironici", torna in campagna a curare la tua vigna. In attesa che qualcuno si ricordi di te non per le tue esultanze o i tuoi sfoghi, ma per la tua competenza, e ti dia una squadra da allenare.


 

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