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- di Leonardo Salvato

L'invasione britannica


Le qualificazioni ai prossimi Europei di Francia, i primi con 24 squadre partecipanti alla fase finale (che per l'ultima volta nella sua storia avrà una sede fissa, dal 2020 infatti il campionato europeo sarà itinerante) quasi fisiologicamente hanno spalancato le porte a sorprese tantissimi esordienti: Islanda, Albania, ma soprattutto Galles e Irlanda del Nord, che accompagneranno la sempre presente Inghilterra nell'invasione britannica in terra francese.


Correva l'anno 1337, quando le armate di Eduardo III re d'Inghilterra sbarcarono in Francia e dettero principio ad un conflitto che la storiografia chiama “Guerra dei 100 anni”. Un evento bellico lunghissimo ed estenuante, che si concluse solo nel 1453 quando, dopo che le truppe francesi guidate da Giovanna d'Arco riuscirono a risollevarsi dalle pesanti sconfitte inflitte dagli inglesi, i francesi riuscirono ad espellere gli inglesi da ogni possedimento nel continente e a dichiarare ufficialmente la nascita del Regno di Francia.

L'anno prossimo gli inglesi avranno una nuova opportunità di conquistare la Francia (calcisticamente parlando, ovviamente), con gli Europei che faranno tappa proprio all'ombra della tour Eiffel.
E potranno contare sui cugini di Galles e Irlanda del Nord, selezioni che fanno parte delle cosiddette "Home Nations", troppo spesso oscurate dalla vicina Inghilterra, smisuratamente più blasonata e più ricca in termini di bacino di giocatori, ai quali può attingere, e che per la prima volta nella loro storia si affacciano alla massima competizione europea.

I calciatori nordirlandesi pronti a piantare la loro bandiera in terra francese, proprio come Neil Armstrong: il risultato raggiunto dall'Irlanda del Nord, d'altronde, era impensabile all'inizio. E raggiungerlo è stato un po' come andare sulla luna.

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Alla festa si potrebbe aggiungere anche l'Eire (la nazionale che rappresenta l'indipendente Repubblica d'Irlanda), che può ancora staccare il pass per la Francia tramite gli spareggi, da giocarsi il prossimo novembre. E peccato per la Scozia, quarta classificata nel proprio girone dietro a Germania, Polonia e appunto Irlanda, altrimenti tutte le rappresentative nazionali delle British Isles sarebbero state presenti ai prossimi campionati continentali.

Una bulimia di rappresentative britanniche alla quale gli stessi britannici non sono abituati, visto che, fatta salva l'Irlanda protagonista di qualche cameo (Mondiali 2002 ed Europei 2012), la scena se la prendevano tutta loro, i bianchi d'Albione che sembrano distruggere mari e monti quando si tratta delle qualificazioni, per poi deludere quando il gioco si fa duro (chiudere dietro all'Italia agli ultimi mondiali era impresa difficile...).

E per gli altri? Nemmeno le briciole, fino a ieri. Se per la Scozia i tempi grami continuano senza che se ne intraveda una via d'uscita (la squadra di Strachan per non qualificarsi ci ha davvero messo del suo, andando persino a perdere dei favorevolissimi match-point come quello con la Georgia), Galles e Irlanda del Nord possono festeggiare il loro storico traguardo.

Un traguardo identico, come detto, arrivato però in maniera diametralmente opposto, poiché profondamente diverse sono le due selezioni nazionali: i nordirlandesi infatti hanno chiuso al primo posto un girone, che comprendeva anche Grecia, Ungheria, Romania, Finlandia e Fær Øer, di certo non fra i più probanti dell'intera competizione, ma che altrettanto certamente non vedeva la Green&White Army favorita. Anzi, l'unico posto a cui poteva aspirare sembrava essere quello dei playoff, dietro ai più esperti greci e romeni.

Il secondo e il terzo gol degli irlandesi mi fa pensare che gli dei del pallone l'8 ottobre indossavano la maglia verde.

https://youtu.be/lrWiH8ZF3d4

 

Solo che i bei tempi per la Grecia sembrano essere finiti anche nel calcio, e dopo il disastroso avvio e il seguente esonero dell'italiano Claudio Ranieri (un po' l'altra faccia, oscura e rammaricata, della medaglia che invece espone dall'altro lato quella felice di De Biasi con la sua Albania), è sprofondata inesorabilmente, uscendo forse troppo presto da ogni discorso qualificazione.

Ad approfittarne, ancor più dei discendenti di Dracula, è stata proprio la squadra di Michael O'Neill, che ha messo in cascina 21 punti, frutto di 6 vittorie, 3 pareggi e 1 sola sconfitta, patita nel novembre scorso proprio a Bucarest, sotto i colpi del difensore ex Chievo Papp. Una squadra senza troppi fronzoli, senza campionissimi, mai stati specialità del posto, eccetto il mito George Best al quale la sua Belfast ha pure dedicato il principale aeroporto del Paese, ma con tantissimi buoni giocatori legati alla loro maglia – fra questi spicca il "donnaiolo ingestibile" Kyle Lafferty, di passaggio anche in Italia due stagioni fa, in serie B in quel di Palermo, capocannoniere del gruppo F con 7 marcature – che hanno saputo formare un gruppo affiatatissimo e difficile da arginare.

Come hanno scoperto a loro spese pure i greci la settimana scorsa, travolti per 3-1 da un'onda verde carica dell'entusiasmo di un intero popolo, sfociato nei gol storici di Steven Davis e Josh Mageniss.
Una squadra che rappresenta nel calcio (uno dei pochi sport tra l'altro che prevede la rappresentativa nordirlandese: nel rugby ad esempio c'è un'unica squadra irlandese, mentre alle olimpiadi gli atleti nordirlandesi rispondono al Comitato Olimpico del Regno Unito) una nazione che ha voglia di farsi conoscere al mondo, calcistico e non, e togliersi di dosso le pesanti etichette e gli spiacevoli ricordi che l'hanno accompagnata negli anni: l'Irlanda del nord non è solo settarismo, IRA e bloody sunday (episodio di sangue raccontatoci anche dalla musica degli U2); e calciatori e tifosi tengono a dimostrarlo. E in Francia avranno una grande occasione per farlo.

Da Belfast a Cardiff, le scene sono le stesse: Galles qualificato e il c.t. Coleman portato in trionfo

Una vittoria figlia di sacrificio, spirito di gruppo e classe operaia priva di stelle, quella dell'Irlanda del Nord: non si può dire lo stesso invece per quanto riguarda il Galles, la meno temuta fra le "Home Nations", che solo 5 anni fa si trovava al 112° posto nel ranking FIFA, appena sopra ad Andorra e San Marino.

È da lì che parte la riscossa dei "Dreigiau" (soprannome che nell'arcana e a suo modo affascinante lingua cimrica parlata dalle antiche popolazioni britanniche - straniere e quindi walha per i sassoni invasori, da cui deriva l'inglese welsh, “gallese” – vuol dire dragoni). Che è figlia di programmazione, volta a scoprire e lanciare giovani calciatori utili alla causa in getto quasi continuo: esempio lampante ne è Harry Wilson, ala classe 1997 di proprietà del Liverpool, che il c.t. Coleman ha fatto debuttare alla tenera età di 16 anni (per la gioia della sua famiglia, in particolare del nonno). Programmazione che è nei primissimi pensieri della FAW, che coi soldi dell'UEFA si è costruita la sua Coverciano, ovvero il Dragon Park, con sede a Newport, dove si trovano campi da gioco per l'allenamento della nazionale under-21 e più giovani, ma anche il Welsh Football Trust, centro di data-analysis all'avanguardia al servizio della Nazionale, con la quale si prova a scovare i dragoni del futuro.

La prestazione monstre di Gareth Bale nel 3-0 contro l'Israele del 28 marzo: due gol, un assist e la sensazione di onnipotenza e onnipresenza. Il capopopolo classe '89, coi 7 gol realizzati nel girone B di qualificazione (capocannoniere ex aequo col romanista Dzeko), ha segnato il 64% dei gol della sua squadra. Trascinatore vero.

https://youtu.be/-rgjWMfa4mc

Il terzo ingrediente, oltre alla programmazione e alle infrastrutture, è costituito da ciò che più differenzia Galles da Irlanda del Nord: i campioni. Che al Galles non sono mai mancati: da John Charles, gigante buono della Juve che guidò i suoi all'unica manifestazione di rilievo a cui presero parte, il mondiale svedese del 1958, fino a Ryan Giggs, passando per John Toshack, Ian Rush e Mike Hughes.

Nessuno di questi ultimi quattro però è riuscito dove invece non ha fallito Mister 100 milioni Gareth Bale, universalmente riconosciuto come uno dei migliori calciatori del nostro tempo. Lui è il lampo di classe, la luce abbagliante in mezzo al resto dei compagni, onesti mestieranti, ma anche qualcosa in più come Aaron Ramsey, anima insostituibile nel centrocampo dei rossi e dell'Arsenal, noto oltre che per le sue doti anche per essere un centrocampista letteralmente letale quando trova la via del gol, o come il capitano Ashley Williams, leader di una difesa formata quasi esclusivamente da suoi compagni di squadra allo Swansea City, la maggiore squadra del Galles, che però non gioca nel campionato locale, ma nella ricchissima vicina nobile, la Premier League inglese (stranezze del calcio made in Wales).

Insomma c'era tutto affinché il Galles, dopo i tantissimi “vorrei ma non posso” degli anni passati, centrasse l'obbiettivo, pur in un girone complicato con i diavoli rossi del Belgio (una delle favorite anche per la vittoria finale) e la Bosnia-Erzegovina di Dzeko e Pjanic. Non che sia filato tutto liscio (che Galles sarebbe, senza neanche un minimo di sofferenza nel cogliere una qualificazione a un torneo internazionale che mancava da ben 57 anni?), ma alla fine è secondo posto con 18 punti, due in meno del Belgio, e neanche la sconfitta di Zenica contro i bosniaci riesce a rovinare la festa, in quanto la sconfitta di Israele contro Cipro ha reso ininfluente questo scivolone.

In Francia vedremo sicuramente delle squadre agguerrite, esordienti ma comunque dotate di una certa “nobiltà” ed esperienza sui grandi palcoscenici (la maggior parte dei calciatori di entrambe le nazionali giocano comunque in Premier League) che, seppur indietro nelle griglie di partenza (cugini inglesi in primis), scenderanno in campo con la fame di chi non ha nulla da perdere e non ha alcuna voglia di far brutta figura (e chissà che magari Bale non ci conceda il bis...). Una presenza britannica come mai vista finora, che comunque vada lascerà sicuramente il segno.


 

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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