Interventi a gamba tesa

La dotta, la grassa, la rossa. Limiti e virtù del Bologna di Delio Rossi


La dotta, la grassa, la rossa e mancherebbe la matta. Sì, perché il Bologna di quest’inizio di stagione non ha mostrato una particolare solidità mentale. Forse neanche fisica, ma la “follia” di questa squadra è evidenziata da un dato statistico: se si eccettua la prima partita contro la Lazio, tutti i gol subiti dai felsinei risalgono a dopo il 68° minuto. Cioè nell’ultimo quarto della partita.


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La Grassa

Bologna è la patria dei tortellini, delle lasagne e delle tagliatelle al ragù, ma quando definisco “grassa” la squadra di Delio Rossi non voglio dire che mangino troppo. Parlo della condizione fisica. Giocatori senza un filo di grasso, che però non riescono a tenere i 90 minuti. Questo è il primo grande problema. Sembra quasi che ad un certo punto della gara i calciatori emiliani non riescano più a ragionare. E non è un caso che quasi tutti i gol siano arrivati da errori o dimenticanze. Il classico limite di chi è fuori forma: in debito d’ossigeno, si perde completamente di lucidità (e io ne so qualcosa).

Allora l’errore è tutto nella preparazione! La risposta è ni. È indubbio che il tecnico di Torre Pedrera abbia avuto a disposizione la squadra al completo solo a campionato iniziato e che gli infortuni di Giaccherini e Donsah siano frutto di questi allenamenti “frettolosi”, a cui si aggiunge, nel caso dell’ex juventino, l’ansia di riavere giocatori importanti subito a disposizione. Tuttavia molti errori decisivi sono stati commessi dai difensori, l’unico reparto al completo fin dal ritiro. Aggiungiamo anche un mistero. Come può un gruppo fuori forma essere la quarta formazione del campionato per chilometri percorsi?

Mattia Destro, il degno rappresentante della “grassa”. Per fortuna dei tifosi bolognesi, nel 2015 non si è presentato nelle condizioni profetizzate dai social.

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Quest’ultimo dato deve farci riflettere.  I rossoblù, si dice, corrono male.  Corrono male perché giovani, dico io. Credo che tutta la rosa paghi l’inesperienza, che a sua volta si traduce in fragilità mentale.

Anche il gioco incide su questa sofferenza fisica degli ultimi minuti. I ragazzi di Rossi non gestiscono la palla, sono precipitosi sia nel tiro  (anche i più esperti come Brienza) sia nei passaggi, cosa che mette molto in difficoltà il perno d’attacco: Mattia Destro, appena 23 tocchi di media nei 5 incontri da titolare. Sì, anche lui ha poca brillantezza, ma è sicuramente il giocatore più importante della squadra, quello che può tenere palla, far salire la squadra e, se innescato bene, è uno degli attaccanti più forti della serie A. I palloni, però, non arrivano. Le partite del Bologna sembrano un match di tennis, con la palla che rimbalza da un campo all’altro.

Da ciò deriva anche il grande problema difensivo. La linea arretrata subisce tante ripartenze, che fatica a gestire in campo aperto. Mentre il tallone d’achille indiscusso sono i lanci lunghi che, soprattutto i centrali, Oikonomou e Rossettini, non sanno assolutamente leggere.

Fin qui i limiti psico-fisici. Eppure la squadra potrebbe essere definita la “grassa”, anzi la “grossa”, proprio per la sua fisicità. In particolare a centrocampo: Donsah, Diawara e Pulgar, sono un trio di una potenza unica, capaci di bloccare il gioco avversario. La più grande virtù del Bologna è proprio questa potenza fisica, che la rende una degli organici più efficienti nel recupero palla e nella difesa sui calci piazzati.

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La Dotta

Forse, vista l’età media e l’esperienza, l’appellativo “dotta” non si addice molto a questa squadra. Eppure c’è un “dotto” che vale da solo il soprannome: Delio Rossi. Un allenatore che è arrivato al successo vincendo. Parte dalle giovanili del Foggia, all’epoca in cui Zeman allenava la prima squadra.  Da quell’esperienza imparerà molto e erediterà il modulo a cui è più legato: il 4-3-3 in stile zemaniano, appunto. Ben presto però il pragmatismo romagnolo lo spingerà a proporre alcune modifiche al totalitarismo – vedi il 3-5-2 proposto alla guida di Fiorentina e Sampdoria – del maestro. Una di queste è la presenza del trequartista.
Il tecnico romagnolo è forse il più giusto per la situazione attuale, sebbene non pochi tifosi spingano per il suo esonero. Infatti in realtà come Lecce o Palermo è riuscito a raggiungere grandi risultati anche grazie al suo ottimo lavoro con i giovani.

Anche a Bologna, Rossi propone il suo 4-3-3. Con tutte le difficoltà del caso. Si tratta infatti di uno dei moduli più difficili su cui lavorare, perché o i movimenti diventano perfetti o il gioco risulta assolutamente inefficace. È un sistema preciso e geometrico, basato sulle “triangolazioni”. Ma devi assolutamente avere uomini adatti. E Il mercato del d.t. Corvino è andato proprio in questa direzione, riuscendo però a sbloccare più d’una trattativa solo verso la fine del mercato.

In difesa i cambiamenti sono stati minimi. Non si prescinde dalla difesa a 4, un suo caposaldo, composto da giovani molto promettenti quali Masina e Oikonomou, e veterani in grado di guidare il reparto come Gastaldello e Rossettini. Quest’ultimo è meno leader, nonostante l’esperienza, e in coppia con Oikonomou ha avuto molte difficoltà. Entrambi avevano bisogno di qualcuno che guidasse i movimenti della difesa. È allora fondamentale il ritorno da titolare dell’ex doriano.

Sul primo gol dell’Udinese i due centrali si preoccupano di salire velocemente per lasciare in fuorigioco Di Natale, subendo l’inserimento centrale di Badu, che si trova da solo davanti alla porta. A chiamare il movimento è Oikonomou, dopo un momento di incertezza. Manca un leader al centro della difesa.

I terzini risentono di questa mancanza di leadership, ma con Masina sulla sinistra si aggiunge una sicurezza e un equilibrio tra spinta offensiva e copertura, che difficilmente ci si aspetterebbe da un ragazzo appena 21enne. Più problemi li troviamo con il laterale destro dove, in assenza di M’baye, l’ex mister della Fiorentina ha dovuto adattare in quel ruolo un giovanissimo centrale di difesa: Alex Ferrari, anch’egli classe ’94. Oltre che sui lanci centrali, dove la retroguardia si posiziona malissimo, molti gol subiti sono figli di sovrapposizioni sulle fasce in cui il laterale è finito in inferiorità numerica, per il mancato sostegno delle ali e della mediana.

Se il centrocampo sembra essere sulla carta il reparto con meno problemi, in realtà è quello che ha registrato più modifiche. Sia per l’infortunio di Donsah e per la delusione Crisetig. L’ex Cagliari, uno degli acquisti più attesi del calciomercato bolognese, ancora non ha dimostrato il necessario acume nella gestione dell’uscita palla.

Nel sistema “rossiano”, il centrocampista centrale può anche non possedere eccelse doti di regista, però deve fungere da collettore delle fasce laterali, pronto a innescare un lato piuttosto che l’altro in base al momento della partita. I movimenti sono tutti studiati e preparati, quindi il centrale non deve inventare nulla, ha solo il compito di recitare lo spartito che gli viene assegnato. Crisetig è invece un regista pieno di inventiva, che dall’infortunio di Donsah è stato sostituito da Diawara, un ’97 (!) prelevato dal San Marino – impatto assurdo in Lega Pro, malgrado sia arrivato in Italia soltanto a gennaio – in grado di offrire anche fisicità e copertura. Un avvicendamento frutto probabilmente di ciò che richiede Rossi da un centrale.

Diawara fin dall’esordio ha dimostrato grande precisione e maturità, Crisetig dovrà levarsi di dosso l’etichetta di eterna promessa del centrocampo italiano se si vuole riconquistare una maglia da titolare.

Non è necessario che sia preciso nei lanci lunghi, il suo raggio d’azione è nei 30 metri. Questo perché i due interni sono un mix che completano le caratteristiche del primo: un incontrista e un trequartista posizionati ai suoi lati come mezzali.

In realtà non è sempre così: se all’inizio l’allenatore partiva proprio con questo schieramento facendo giocare uno tra Donsah, Taider o Brighi, e un centrale “trequartista” come Rizzo, dopo l’espulsione di quest’ultimo contro la Sampdoria, Rossi ha schierato sempre più Pulgar, che ha buone capacità di interdizione, ma anche ottimi tempi di inserimento. Per la cronaca, in Cile già lo paragonano a Vidal…

Arriviamo ora a Mattia Destro. Doveva essere il giocatore simbolo del riscatto felsineo, al momento è soltanto il bersaglio delle peggiori critiche. In 6 partite non ha ancora segnato neanche un gol e le bestemmie dei fantallenatori  risuonano in tutta la penisola, ma forse il giudizio su questo ragazzo andrebbe rivisto e contestualizzato.

Viene da una stagione dove ha giocato poco, è arrivato alla fine della preparazione e quindi aveva bisogno di tempo per essere atleticamente a posto. Ora però il problema è squisitamente tattico, dato che si trova spesso spalle alla porta oppure solo davanti ai difensori avversari nel tentativo di superarli nell’uno contro uno.

In nessuno dei due casi si stanno sfruttando ed esaltando le caratteristiche del centravanti del Bologna, da sempre un attaccante d’area moderno, rapido anche nel sorprendere la difesa avversaria in ripartenza, bravo nel dribbling secco come nel dialogo con i compagni.

Se ci concentriamo sul gioco, vediamo come l’ex Roma e Milan in verità stia lavorando molto bene, secondo le richieste del suo mister, il quale gli chiede di collegare le due ali e far salire la squadra.

Esterni che devono avere velocità e resistenza. I titolari naturali sono Mounier e Giaccherini, ma l’assenza di quest’ultimo ha portato Rossi a utilizzare Brienza, un rifinitore che dovrebbe essere affiancato da un tornante, cosa che Mounier non è. Inoltre Brienza spesso e volentieri ha fallito l’assistenza per Destro, nel tentativo di trovare soluzioni personali.

Tuttavia secondo me il grande problema offensivo della squadra resta l’assenza di precisione e coordinazione nei movimenti degli esterni e negli inserimenti. Questo sistema di gioco infatti non privilegia i cross, ma sfrutta lo spazio in fase offensiva, grazie ai tagli verso l’interno degli esterni alti.

Il gol di Mounier contro l’Udinese mostra chiaramente l’efficacia offensiva del 4-3-3 in una classica triangolazione terzino-mezzala-esterno, che porta Rizzo in area nella condizione di fornire l’assist per l’inserimento di Mounier sull’altro lato.

 

Il problema offensivo diventa a questo punto anche difensivo. Perché il 4-3-3 offre molte soluzioni offensive, ma non possiede una quadratura omogenea in fase difensiva. La perfezione sarebbe quella di riuscire ad attaccare con l’imprevedibilità che ti offre questo modulo in fase di possesso, e difendere con la compattezza che ti offre il 4-4-2 in fase di non possesso. Ma senza Giaccherini diventa difficile realizzarlo.

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La Rossa

Potrei definire questa squadra “la rossa” perché, con Masina e Mounier, la fascia sinistra è la vera anima della squadra. Ma sarebbe un’associazione così banale che arriverei a farmi pena da solo. Se Bologna è la “rossa”, lo deve alla tradizione socialista, la squadra è da sempre la “rossa” per la passione del suo pubblico.

Giocare a Bologna, al Dall’Ara, significa giocare in uno stadio dove i tuoi tifosi non dimenticano che su quel campo è passato “lo squadrone che il mondo tremare fa”. Non fanno mai mancare il loro appoggio, ma nonostante da molti anni le cose non vadano molto bene, i tifosi sono anche tra i più esigenti.

Insieme a Roma, Bologna non è affatto una piazza facile neppure per la società: sostenere tutta la stagione un allenatore che ha già perso 5 partite su 6 non è da tutti. Per questo Delio Rossi dovrà affrettare il processo di crescita usando anche il pugno duro, se necessario (ogni riferimento alla scazzottata con Ljajic è puramente casuale!).


 

Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it