Interventi a gamba tesa

Editoriale: fame e follia


Sono tanti i mattoni sui quali si ergono i successi sportivi. Gli investimenti e soprattutto le idee ricoprono una parte relativamente importante delle fondamenta, ma un mattone di particolare rilevanza è quello delle motivazioni. Il campionato-hitchcokiano di quest’anno offre alcuni spunti per riflettere su questa sibillina variabile che si nasconde tra le pieghe dei più grandi successi sportivi.


La prima Juve di Conte è stata la più convincente di tutte. Non solo per gli acquisti oculati basati su idee e coraggio, per l’intensità atletica e la rinnovata consapevolezza del peso della maglia, non solo per avere riportato al titolo una squadra che veniva da due settimi posti in campionato, ma anche perché sin dal primo gol di quella fantastica stagione un attento osservatore poteva già intravedere quanto i calciatori credessero nel progetto e nei propri mezzi.

Spesso infatti, allucinati dal cocktail stupefacente che i media ci shakerano quotidianamente, non ci si sofferma sulle cose più semplici, spontanee: la gioia. Si esulta come bambini. Lì non puoi mentire. In quel momento la squadra, che di solito parla ai microfoni con stucchevoli frasi fatte del tipo: “Pensiamo solo alla prossima partita”, “Ci aspetta una gara complicata contro il Chievo”, “Abbiamo fatto quello che ci chiedeva il mister”, torna ad essere, per una manciata di secondi, un gruppo di ragazzi che gioiscono spontaneamente dopo un gol.

Mi piace soffermarmi sui dettagli. Guardarli negli occhi e capire veramente “quanto lontano possono andare”. Quello è il momento in cui i loro sguardi ed i loro gesti risultano meno controllabili e meno veicolati. Non esiste più filtro.

Nella Juve di quell’anno, che ti chiamassi Del Piero o Chiellini, se segnavi  dovevi scappare. Venivi letteralmente sommerso dai giocatori in campo, dalla panchina e dai massaggiatori. Più volte qualcuno si è fatto male. Non mancava molto che scendessero anche Agnelli e Nedved a prenderti a schiaffi (puntualmente inquadrati perché presi da irresistibili raptus di gioia).

L’immagine è di un derby vinto l’anno successivo, ma la sostanza non varia. Mucchio selvaggio e si salvi chi può.

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Ebbene, nella Juventus di Allegri ormai non vi è più traccia. Non solo dopo il periodo nero di queste ultime partite, ma a partire già dalla prima di campionato. La fame di gloria, di riscatto, è stata saziata. La follia, la rabbia, la cattiveria agonistica stanno lasciando il posto ad un velo di frustrazione.

Quando segnare diventa un’ovvietà, quando vincere non è più “l’unica cosa che conta” ma diventa una cosa scontata, allora tutti i mattoni sui quali hai costruito i tuoi successi vengono a sgretolarsi. Primo fra tutti quello delle motivazioni.

È molto difficile trasmettere “fame” ad un gruppo di persone in qualunque contesto sociale-lavorativo. Serve un’alchimia perfetta di ingredienti. E molto spesso non bastano neppure quelli. Figuriamoci ad un gruppo di ragazzi che da 4 anni domina incontrastatamente, che dalla vita hanno avuto tutto e si sentono appagati.

L’abbraccio generale dell’Inter dopo il gioiello di Jovetic all’Atalanta al debutto in campionato.

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L’Inter di oggi invece è al polo opposto. Non credo possa vincere lo scudetto ancora, è vero, non gioca bene, ma ha fame. I giocatori sono motivati e se ci fate caso, le esultanze ricordano molto la prima Juve di Conte.

Per non parlare di cosa è successo allo stadio Olimpico dopo il gol di Pjanic a Buffon. Finimondo.

Dai più superficiali questi potrebbero essere visti come dettagli inutili. Oppure casuali. Invece bisogna soffermarsi sulla gioia reciproca di un gruppo. Guardateli negli occhi, tutti insieme, spontaneamente e chiedetevi: quanto sono affamati? Quanto sono folli? (cit.)


 

Giacomo, Bologna, 23/04/1989. Ex top 20 del ranking italiano cadetti di scherma. Ama lo sport e la buona cucina. Co-fondatore di Sportellate.it