Interventi a gamba tesa

Tottenham-Manchester City 4-1. Impulsività e organizzazione a confronto


Parliamoci chiaro. Il Tottenham non è una bellezza. La formazione allenata da Mauricio Pochettino si basa fondamentalmente su tre pilastri: l’abilità di Hugo Lloris, il talento di Christian Eriksen e la forza di volontà di Harry Kane. I mezzi a disposizione del tecnico argentino sono certamente limitati, il che non fa che amplificare la portata dell’impresa degli Spurs di sabato, capaci di infliggere la seconda sconfitta consecutiva al Manchester City di Pellegrini e rimettere definitivamente in discussione quelle gerarchie che fino a due settimane fa parevano già inattaccabili. Per un momento vorrei mettere da parte le questioni arbitrali che certamente hanno contribuito ad indirizzare la partita in una determinata direzione, per sottolineare quanto a volte possa essere più importante il ruolo della rabbia agonistica rispetto al rigore tattico e alla pura abilità tecnica. Ma passiamo a parlare della partita nel dettaglio.


Ordinaria amministrazione per i Citizens

I primi minuti di gara hanno presentato un canovaccio spesso familiare per il City lontano dalle mura amiche. Dominio, ma senza quel gioco spumeggiante spesso e volentieri mostrato al pubblico dell’Etihad. L’assenza di David Silva del resto si fa sentire nella fase di costruzione di gioco. Nonostante ciò gli ospiti hanno mantenuto il controllo delle operazioni per buona parte della prima frazione, e il pasticcio tra Eriksen e Walker che ha originato il contropiede orchestrato da Yaya Tourè e concluso da De Bruyne, sembrava il preludio ad un sabato pomeriggio all’insegna della comodità per la formazione di Pellegrini.

Dopo il vantaggio, Sterling è andato vicino al raddoppio, mentre in seguito è stato Kolarov ad impegnare Lloris. Il Tottenham non pareva in grado di imbastire un’azione manovrata e si affidava esclusivamente all’inventiva di Eriksen o a quella di Lamela, come al solito molto scostante. La rete del pareggio di Dier (viziata da un fuorigioco, ma ci arriveremo), oltre a registrare una pregevole fattura, consegna alla ripresa un Tottenham diverso.

Cosa è cambiato negli Spurs e cosa invece non è cambiato nel City

Al 49′ l’uscita avventurosa di Caballero ha aperto lo specchio al colpo di testa di Alderweireld, regalando il vantaggio ai londinesi. Gli sky blues City hanno un unico settaggio, ed è impostato su una sola velocità e segue alla lettera il proprio gameplan (un problema endemico nel Milan di Ancelotti, tanto per fare un esempio relativo al nostro recente passato): avanzare con una manovra avvolgente, che coinvolge gli esterni, ma sempre focalizzata verso il centro. Sia Sterling che Silva interpretano il ruolo dell’esterno invertito come ormai fanno in tanti, dall’esplosione di Robben in poi. Puntare il fondo per poi rientrare sul piede forte e calciare (Sterling) o dialogare con Aguero e Tourè (Silva).

De Bruyne avrebbe dovuto interpretare il ruolo in maniera un po’ diversa, ma nonostante la rete si è visto pochissimo. In questo modo è abbastanza semplice impostare una strategia difensiva nei confronti del City. Allo stesso modo “el kun” si è spesso ritrovato imbottigliato al limite dell’area, circondato da maglie bianche, incapace di saltare l’uomo e di dialogare nello stretto con i compagni. Le azioni del City si sono spesso arenate sui tentativi di dribbling dell’argentino, che ha particolarmente sofferto la pessima giornata di Tourè e l’assenza di Silva.

Il sabato in scala di grigi di “Tintin” De Bruyne: ben 28 passaggi sbagliati su 74 e neanche un dribbling positivo (grafica fourfourtwo.com).

partita de bruyne-min

Sterling invece si conferma un giocatore piuttosto limitato. Nonostante sia rapido e dotato di ottima tecnica, rimane un attaccante che accentra su di sé parecchie responsabilità di tiro senza garantire un’elevata percentuale di realizzazioni. In sintesi, nella mia modestissima opinione, l’ex Liverpool calcia male dalla media distanza, il che costituisce un handicap piuttosto pesante all’interno del sistema di gioco di Pellegrini, che offre grosse opportunità realizzative al trio sulla trequarti. L’assenza ingiustificata di De Bruyne, la sterilità di Sterling e l’isolamento di Aguero hanno permesso al centrocampo e alla difesa del Tottenham di gestire gli attacchi della capolista senza troppi grattacapi, semplicemente intasando il settore centrale.

I numeri del resto sono abbastanza impietosi con l’anglo-giamaicano (grafico squawka.com).

sterling numeri

Kolarov non ha lo spunto per aiutare la manovra se non con i suoi calci di punizione mentre Sagna non ne ha la tecnica. Pellegrini ha provato ed in un certo senso è riuscito a capovolgere la situazione inserendo Jesus Navas, che con la sua velocità e la sua capacità di creare superiorità numerica andando sul fondo ha provocato diversi pericoli e ha dato a Lloris la possibilità di confermare ancora una volta il suo status di portiere nella top 5 europea.


Al contrario il Tottenham è stato abile nello sfruttare l’episodico 2-1 per trovare il coraggio e le energie per sovrastare il City in ogni reparto. Il supporto del pubblico di casa e l’agonismo esasperato hanno permesso agli Spurs di nascondere per almeno 45 minuti i difetti congeniti che caratterizzano il loro assetto tattico.

Il 4-2-3-1 di Pochettino sposta il centro creativo della manovra tra i piedi dei tre trequartisti, mentre i due mediani, in questo caso Eric Dier e Alli, garantiscono la necessaria copertura. Un simile sistema conferisce un certo grado di imprevedibilità e allo stesso tempo di casualità alla manovra dei bianchi, che mai dà l’impressione di apparire come il frutto di un lavoro impostato dall’allenatore, ma che al contrario sembra sempre un puzzle riempito alla rinfusa.

Sintesi del match in salsa spagnoleggiante.

Un’accelerata di Lamela qui, una sponda di Kane lì, un recupero di palla di Eriksen da un’altra parte ancora. In questo caso, la mancanza di organizzazione rende la squadra eccessivamente dipendente dai capricci e dalla forma fisica dei suoi (pochi) giocatori di talento. Ad esempio l’ex romanista, di cui i commentatori inglesi hanno tessuto lodi sperticate, e che invece nella mia opinione ha cominciato a mostrare le sue abilità solo a risultato praticamente acquisito.

Harry Kane è tornato al gol dopo ben 12 ore di gioco di digiuno, e nonostante il lavoro incessante per il collettivo (a questo proposito mi pare un mix tra un centravanti alla Luca Toni e seconde punte di movimento come Dirk Kuyt o Ivica Olic) e una tecnica individuale sopra la media per un giocatore della sua stazza, ha dei limiti ben precisi. Il Tottenham, dopo la debacle Soldado, se vuole imbastire un progetto europeo che abbia concrete possibilità di riuscire non può prescindere da un finalizzatore che garantisca 18-20 gol a stagione.

La portata del lavoro dell’uragano Kane.

La portata del lavoro svolto da Harry Kane

La moviola

Pochettino, al termine della gara ha prevedibilmente glissato sul ruolo della terna nella roboante vittoria dei suoi. “Il calcio è così” la risposta più comune di un tecnico che ha ricevuto non uno ma ben due favori arbitrali che hanno portato ad altrettante marcature. Il pareggio di Dier è viziato da un clamoroso fuorigioco di Walker, idem la rete di Harry Kane, abile nel ribadire in rete il meraviglioso calcio di punizione di Eriksen andato ad impattare nell’incrocio dei pali.

Il millimetrico fuorigioco di De Bruyne in occasione dell’1-0 dei Citizens non sposta di una virgola il fatto che una buona parte dei tre punti degli Spurs siano da imputare al ruolo degli assistenti dell’arbitro. Questo rafforza la tesi di cui sopra. Il ruolo degli episodi estemporanei, in una situazione di anarchia organizzativa come quella del Tottenham, è ancora più prominente rispetto a situazioni in cui ci troviamo di fronte ad una formazione con una ben precisa identità tattica, come ad esempio il Manchester City, che nonostante lo svantaggio ha continuato a giocare nel proprio modo.

Stavolta il popolo di White Hart Lane è riuscito ad uscire vincitore, grazie alle contingenze, alla direzione arbitrale e al proprio furore. Ma un campionato di calcio è una maratona, non uno sprint. E tra l’impulsività e l’organizzazione alla lunga è sempre l’ultima a trionfare.