Interventi a gamba tesa

Scusa Luca


Scusa Luca Toni. Scusa se non ti abbiamo mai riconosciuto il tuo status di fuoriclasse. Scusa se ad ogni tua rete abbiamo aggiunto una postilla. Scusa se abbiamo ridimensionato il tuo impero di gol nascondendoci dietro a frasi da bar sport quali “eh ma con Baggio segno anch’io”, “31 centri? È l’anno della vita, dai!”, “facile andare in gol quando hai Iturbe e Jorginho che giocano per te”, “ma tra mondiali ed europei ha fatto giusto una doppietta”, o ancora “il Bayern Monaco è fuori categoria in Bundesliga, chiunque farebbe i suoi numeri”. Scusa se ci siamo accorti della tua aura sempreverde soltanto dopo il tuo secondo titolo di capocannoniere, conquistato grazie ai 22 centri nel Verona della passata stagione, a distanza di 9 anni dal primo. Quello dell’incredibile combo scarpa d’oro+mondiale. No signori, non si fanno 317 gol per caso né si entra nella top 5 dei goleador italiani più prolifici di sempre per una serie di congiunture astrali favorevoli. Ti può andare bene una volta, forse due, o al massimo puoi allungare l’effetto “Grosso-Schillaci” ad un singolo campionato. Ma non a 21 anni di carriera.


Scusa se non abbiamo mai veramente creduto nel tuo talento o talvolta ti abbiamo erroneamente bollato come finito. Senza rivangare le panchine ai tempi della Fiorenzuola di Cavasin, la prima volta in cui abbiamo dato Luca Toni anzitempo per spacciato risale ai tempi del Brescia, più precisamente a cavallo tra il 2002 e 2003 a causa di un grave infortunio che lo ha tenuto fermo oltre 8 mesi. E che lo ha portato l’estate successiva in B a Palermo, che ha sganciato 6 milioni per ingaggiarlo. Tanti per un club che milita in cadetteria, eppure pochi se raffrontati ai quasi 30 miliardi scuciti da Corioni per acquistarlo dal Vicenza nel 2001. “L’investimento più grande della storia”, parola dello stesso presidente delle rondinelle, per quello che doveva rappresentare il dopo Hubner. Invece la malasorte e la schizofrenia del mondo pallonaro lo hanno lasciato a metà del guado. Poco male, visto che al Palermo si rifarà con gli interessi: promozione in serie A e 50 segnature in un biennio che valgono l’esordio in nazionale.

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“Do you remember?”

La seconda nel 2012, al termine di un’annata scandita dalle tribune dello Juventus Stadium, il caldo di Dubai e la morte prematura del primogenito Mattia. “Se io e lei (sua moglie Marta Cecchetto, ndr) non fossimo così uguali nel detestare il piangersi addosso, se ci fossimo buttati giù, forse Bianca e Leonardo non sarebbero mai arrivati”. Forse chissà, non avremmo avuto neanche un’altra cantica del suo poema. Quella di un ragazzo cresciuto a tigelle e pallone che, a dispetto della fama e dei soldi, trasmette quell’idea al contempo di umiltà e solarità. Un tratto tipico degli emiliano-romagnoli, un popolo che sa quando è l’ora di ridere e quando è l’ora di pedalare a testa bassa. Effettivamente in quel 2012 ce n’era una montagna di lavoro. Perché Toni, dopo aver rescisso con l’Al-Nasr, ha la parvenza di un ex giocatore. Eppure il destino vuole che, sfumato il passaggio al Malaga, faccia ritorno alla Fiorentina. Dove arriva nelle ultime ore di mercato come ruota di scorta, a colmare il vuoto lasciato dal volubile Berbatov, l’uomo capace di cambiare tre maglie in meno di 24 ore. Ma altro che rimpiazzino. Per Montella “Toni e furmini”, come lo chiamavano proprio a Firenze in quel magico 2005-’06, diventa il piano B al suo sistema di gioco con Jovetic falso 9. Un signor piano B: 15 partite da titolare e 8 segnature.

Ma Toni non si accontenta. È convinto, tra lo scetticismo di parte della critica, di valere più di una maglia da comprimario. E così firma col neopromosso Verona, che lo investe prontamente a titolare inamovibile. Il centravanti modenese ringrazia con 20 gol (mai un giocatore dell’Hellas aveva segnato così tanto in un singolo campionato), determinanti ai fini del 10° posto in classifica dei gialloblù. Non pago di ciò, nell’ultima stagione alza ulteriormente l’asticella, caricandosi sulle spalle la carcassa di una squadra spolpata dei catalizzatori del gioco scaligero (leggi Jorginho, Romulo e Iturbe) e conducendola verso una tranquilla salvezza. Figlia di numeri, se possibile, ancor più sontuosi: il 9 tira meno volte rispetto ad un anno fa (dalle 119 conclusioni alle 106 del campionato passato) ma segna di più (22 centri contro 20), aumentando di 4 punti netti la sua percentuale realizzativa sui tiri totali (da 16,8% a 20,8%).

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Fonte: lastatistica.com. Gli stats relativi all’ultima stagione sono aggiornati al 9 aprile. La sot (shots on target) si calcola dividendo il numero di tiri in porta per quello dei tiri totali.

Dalla sua pure quasi il 43% dei duelli vinti, che sale al 51% se si fa parla di contrasti aerei. Interessante inoltre “pesare” i suoi 22 gol: da un lato l’ex Fiorentina è sì l’ombelico della squadra di Mandorlini (45% delle reti dei veneti portano la sua firma), dall’altro però va comunque sottolineata la scarsa attitudine propositiva degli scaligeri, 14esimi in serie A per pericolosità offensiva (43,8%) e 17esimi per supremazia territoriale (8 minuti e 41 secondi). L’ex Palermo infatti, complice una manovra caratterizzata da una minor ampiezza e una maggior verticalità (e quindi più essenziale) rispetto a quella del Verona del 2013-‘14, rappresenta sì un riferimento che si muove lungo tutto l’asse centrale del campo a cui appoggiarsi con le gittate lunghe. Ma più che in profondità o per fungere da regista avanzato, viene cercato sulla figura per provare ad alzare il baricentro della squadra. Vedere per credere le statistiche relative ai passaggi effettuati a partita, appena 17,95 (secondo www.squawka.com, delle 10 prime punte nella classifica marcatori, l’attaccante dell’Hellas è settimo dietro Menez, Dybala, Thereau, Higuain, Quagliarella e Icardi, seguito soltanto da Zaza, Di Natale e Klose, ultimo a 13,32), e al numero di tocchi medio, 30,78 (fonte www.whoscored.com) nelle ultime 10 giornate. Tanto per fare un altro raffronto, persino l’altro capocannoniere del torneo, Mauro Icardi, uno poco incline alla costruzione del gioco, nello stesso arco temporale ha toccato più palloni di lui (33,4). Della serie: pochi (tocchi) ma buoni. Anzi, buonissimi.

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Il prossimo anno direi di inserire Toni direttamente dentro al logo dell’Hellas.

Forse soltanto in Germania hanno apprezzato appieno il suo valore. Nell’estate del 2007 il Bayern Monaco non ha avuto paura di porlo al centro dell’operazione rilancio dopo un disastroso 4° posto in Bundesliga, malgrado la carta di identità (allora 30 anni) e malgrado non abbia mai disputato una partita in Europa. Fiducia ripagata con una caterva di gol, 59 in 30 mesi, e il triplete tutto tedesco nel 2007-’08: campionato, coppa di Germania e coppa di Lega. Ribery la mente, il centravanti nostrano il braccio talmente dominante da relegare Klose ai margini e talmente amato da scatenare la Toni-mania in tutta la Baviera. Che sboccia, al di là del “Bello impossibile” di Gianna Nannini pompato dalle casse dell’Allianz Arena ad ogni sua rete, in una delle hit più trash di sempre, la ahinoi celeberrima “Numero Uno” dello pseudo cantante Matze Knop. Il pezzo altro non è che una sfilza di specialità culinarie e luoghi comuni dello stivale sparata alla rinfusa, d’accordo, però, tralasciando il lato artistico della canzone (ammesso che l’abbiate trovato), rivela come si sia trasformato in un fenomeno mainstream nell’immaginario tedesco, evento di per sé eccezionale per un italiano in Germania, a meno che non ti chiami Trapattoni o Ferrari. Che in Baviera ha toccato un livello di popolarità inedito in patria, verosimilmente poiché ha vissuto la maggior parte della carriera in provincia.

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Talmente icona che nel 2009 è diventato testimonial della campagna pubblicitaria promossa dalla regione Emilia Romagna per incentivare in Germania il turismo nella sua terra natale.

Allo stesso modo, oltre che per ragioni di natura “geografica”, non gli abbiamo mai conferito la dimensione di campionissimo (per piacere, basta abusare della parola top player) perché nelle sue movenze sgraziate abbiamo letto una tecnica di base approssimativa. A Roma lo chiamavano “l’intruppone” per la capacità paranormale di vincere ogni tipo di rimpallo e contrasto fisico. In fondo l’abbiamo sempre visto come una sorta di Gulliver (vedi a 0’16”) in mezzo ad un nugolo di lillipuziani, che nei 16 metri avversari demolisce grazie al suo strapotere fisico. Fisico, non tecnico. Ripensandoci in effetti, le punte che hanno trovato maggior continuità in nazionale nell’ultimo decennio (fatto salvo l’ex Bayern, Pazzini, Gilardino e Balotelli) trasudavano forse un valore assoluto superiore. Gilardino più agile nello stretto e più preciso nel colpo di testa, Pazzini più caparbio nel gioco aereo e nell’attaccare la porta pure con un angolo di tiro limitato e Balotelli per quel calcio di interno collo da Bignami di questo sport. Eppure nessuno dei tre ha mai compiuto il salto di qualità in quanto né il Pazzo, né il Gila, tanto meno Balo hanno avuto la forza mentale e la voglia di migliorarsi del gigante di Pavullo.

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Intermezzo random: la cosa più bella della Bundesliga? Vincerla per sbronzarsi di Paulaner. A fianco del nostro bomber, il rivedibile capello lungo di Martin Demichelis.

Il rischio di scadere nella retorica è dietro l’angolo, eppure la storia di Toni sembra la trasposizione del videogame di Super Mario Bros, in cui il protagonista, attraverso una serie infinita di livelli, acquisisce quelle skills che gli consentono di superare le varie prove. In parole povere, l’antitesi delle divinità figlie della sublimazione del talento quali Lionel Messi e Roger Federer, che eseguono un qualsivoglia gesto tecnico avvolti in un’aura celestiale, molto più vicina – fatte le debite proporzioni – per cultura del lavoro, iniziale specificità dell’estro e determinazione nel voler spostare la linea del perfettibile sempre più in alto, a Rafa Nadal. Come il tennista spagnolo è nato sulla terra rossa, salvo poi essersi evoluto sulle altre superfici, analogamente il campione del mondo 2006 in gioventù ha fatto leva principalmente sulla sua statura (secondo i siti più generosi 196 centimetri) per scalare le categorie, completandosi successivamente negli altri fondamentali. Fino a trasformarsi in un self made man senza macchie e senza paura che ha raggiunto la vetta. Perché Toni 20 anni fa una rete così non solo non l’avrebbe mai segnata, ma non l’avrebbe nemmeno pensata.

“Mo je faccio er cucchiaio” (cit.).

Ricca di significati poi l’azione personale del 300° gol da professionista: torsione spalle alla porta, dribbling nello stretto e botta di sinistro sotto l’incrocio in un Udinese-Hellas di fine 2014. A chiudere il cerchio di un percorso di formazione che l’ha portato a diventare un attaccante a tutto tondo a 38 primavere suonate. Un dato su tutti gli conferisce la dimensione di centravanti poliedrico: 11 dei 22 centri realizzati nel torneo 2014-’15, sono stati realizzati col sinistro. Quello che teoricamente dovrebbe essere il suo piede debole. “Più d’uno diceva che era forte solo di testa. Balle!” ha dichiarato qualche mese fa Gianfranco Bellotto, suo allenatore ai tempi del Treviso. “Ha un sinistro straordinario, sa proteggere il pallone come pochi e ha il senso del gol”. Vale la pena rimarcare anche la sensibilità che ha raggiunto con l’esterno destro (vedi gol numero 19, 10 e 9), che preferisce all’interno piede quando deve incrociare il tiro a tu per tu col portiere. Aggiungiamoci poi un angolo di torsione del tronco (a 3’30’’) in spazi risibili assurdo per uno spilungone così.

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Sequenza della rete alla Lazio nel 2012-’13 linkata sopra. Una torsione in uno spazio così chiuso neanche una vite autofilettante.

Che ci porta ad uno spunto più generale sulla sua abilità balistica: va bene l’istinto e la forza bruta, ma se non possiedi coordinazione e di conseguenza un’adeguata propriocezione, la palla se va bene riesci a lisciarla. Capitolo a parte per il Colpo Di Testa. Quello che si può immaginare come una dote innata. In realtà anche questo fondamentale è stato sgrezzato da caterve di cross. Sentite cosa diceva sull’argomento nel 2001 alla Gazzetta:“Sono alto di statura, ma devo migliorare nel colpo di testa. A fine allenamento faccio del lavoro supplementare per migliorare elevazione e scelta di tempo. Cross a ripetizione e io mi avvento. Ho voglia di crescere, di migliorare”. Una sua incornata resta di livello inferiore a quella di un maestro quale Bierhoff, eppure il gap si è assottigliato rispetto a quel giocatore che debuttò in A nel 2000 grazie al timing e alla lettura della traiettoria della palla, che gli ha garantito spesso e volentieri un tempo di gioco sul diretto avversario.

Il problema, se tale lo si vuole definire, è che Toni compie sì grandi gesti, ma nella maniera stilisticamente più brutta possibile. Di qui, ribadisco, la diffidenza del bar sport tricolore nel considerarlo un’icona del calcio nazionale.

Il manifesto di Luca Toni: il 3-1 firmato in un’amichevole di 10 anni or sono. Il controllo di coscia abbondante si trasforma in uno stop a seguire che gli permette di puntare la porta. Vlaar, nonostante il metro e 89 di altezza, sembra la metà dell’ariete azzurro, e viene scherzato dallo straripante strapotere del ragazzone modenese. Il pallone, a quel punto rimasto più indietro, viene letteralmente trascinato in avanti con la pianta (un po’ come quando ci si porta appresso un peso morto), salvo poi infilare con una naturalezza estrema Van der Saar, che tutto si aspettava forse meno che un tocco d’esterno così felpato. Coefficiente di difficoltà: 8. Coefficiente estetico: 4.

Luca è il ragazzo un po’ sfigato che mentre tu in estate ti godevi le vacanze al mare, lo incrociavi al bar della spiaggia ad ammazzarsi di lavoro. E che qualche anno dopo te lo ritrovi a fare il barman in smocking bianco di un grand hotel. E poi chissà, la volta successiva in televisione a raccontare la chiavi del suo successo agli aspiranti baristi in un talent da lui stesso condotto. Il segreto? Quintali di gavetta, un distillato di talento e un barile di olio di gomito. Perché ciò che ti infonde madre natura, è componente necessaria, ma nel 99% dei casi non sufficiente per eccellere nello sport. Come nella vita del resto. Per questo non ci stupiremmo di vedere nel 2015-’16 un Luca Toni ancora più forte ed affamato. Nella speranza che finalmente qualcuno gli tributi i giusti onori…


 

classe ‘90 formatosi a Rimini. Calciofilo per inerzia, volleyballista (inteso come raccontaballe) per passione. Collaboratore al “Corriere di Romagna” dal 2009 al 2014, la Lega Pro da ormai troppo tempo è diventata il suo pane quotidiano. Valentina Arrighetti la sua dea, tradita soltanto per qualche sveltina con Fernando Torres e Earvin Ngapeth. Caporedattore Sportellate.it

5 Responses to “Scusa Luca”

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