Interventi a gamba tesa

Lazio-Roma: il primo vero derby della stagione


Derby. Un anglicismo che ci ritroviamo a ripetere ogni stagione, insieme al consueto lessico calcistico, con un misto di straniamento e di affezione.


Per chi, come me, è cresciuto assistendo all’annaspante sopravvivenza delle numerose società di provincia, quel termine appare troppo lontano ed esotico, per poter suscitare emozioni e ricordi indimenticabili. Sarà piuttosto più familiare il termine campanilismo, così saldamente legato a rivalità quasi millenarie.
Ci sono però luoghi dove questa parola non solo appare familiare, ma diventa addirittura la compagna più fedele dei propri ricordi.
Chi non è nato a Milano, a Roma o a Genova (o in altri termini a Torino o Verona), non può assolutamente comprendere cosa significhi giocare una partita che assume più importanza di un campionato intero.
Quest’anno, inaspettatamente, la sorte ci ha regalato uno dei derby più importanti a fine stagione. Lazio-Roma, con le due squadre pronte a darsi battaglia per il secondo posto, ergo l’ingresso in Champions League dalla porta principale. Una stracittadina che quindi assumeva un valore ancora superiore, offuscato alla vigilia dal pavido fantasma del biscottino.

Con un bel pareggio, entrambe le squadre avrebbero avuto la possibilità, il prossimo anno, di partecipare alla competizione più importante d’Europa. E non mancava chi, sorseggiando un’inglesissima tazza di té, puntualmente alle 5 di pomeriggio, avrebbe scommesso su quel noioso dolce di pasta frolla.
Ma chi prevedeva un “pari e patta”, probabilmente non ha mai messo piede a Roma, dove da settimane si preparava non una partita di calcio, ma una guerra.

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Così in effetti la vivevano le due tifoserie, che ancora fedeli ai tradizionali “valori” ultras, non hanno perso tempo a riempirsi di esilaranti mazzate, con i soliti feriti prepartita o postpartita, una sorta di riscaldamento.
Ebbene noi, che da sempre guardiamo questa diatriba mediata da un televisore, storciamo aristocraticamente il naso e ci chiediamo stupiti: “Santo cielo! tutto questo casino, per una partita di calcio?! Che vergogna!”

Ecco, qui, da parte nostra, si compie un grosso errore. Non è una partita di calcio. E’ lo scontro tra due amori estremi, un reciproco odio che, alimentato fin dalla culla per tradizione familiare, si trasforma in identità collettiva e personale, cosa ancor più paradossale in un mondo che di certezze non ne ha.

Ma è anche l’occasione per tornare bambini nelle prese in giro e nelle amicizie canzonate del proprio compagno di scuola o del vicino di casa. Una specie di carnevale cittadino dove il dipendente può insultare il padrone di tutt’altra fede calcistica. E allora se ben vissuta, questa rivalità diventa il sale e l’anima di una città, che due volte all’anno si concede il lusso di sbottonarsi e prendersi un po’ in giro.

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Come a Milano, per esempio, che a San Siro riesce a mettere da parte quella frenesia ossessiva per il lavoro, che tanto la identifica, per sbragarsi in una meravigliosa battaglia fatta di striscioni e cori ironici (neanche troppo a volte).
In effetti se guardiamo proprio alla coreografia delle curve, proprio le milanesi in questa stagione l’han fatta da padrona. I tifosi dell’Inter a mostrare sopra la città un cielo nerazzuro, che andava ad occupare tutta la curva nord. Quelli del Milan che rispondevano con una meravigliosa “Mediolanum” rossonera, accompagnata da una citazione dei Promessi Sposi, con il racconto di Renzo che si sporge per vedere il Duomo di Milano, quell’ottava meraviglia di cui aveva sentito parlare fin da bambino.
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Da quell’Inter-Milan 0-0 del 19 aprile, però, non ci eravamo ancora ripresi. Sì, certo, la coreografia dei tifosi, ma la partita era finita lì, se mai fosse cominciata, una noia mortale con due squadre prestigiose solo nel nome, che non riuscivano a fare altro che inquietanti passaggini orizzontali.

Quest’anno allora mancava un vero derby. E se neanche Inter-Milan, dove le due formazioni si giocavano la possibilità di rientrare nella corsa all’Europa, per poter riscattare una stagione, aveva mostrato un qualche segno di vita, che sarebbe stato di Lazio-Roma, dove aleggiava la possibilità del biscotto?

Se guardiamo le tifoserie, a parte le risse prepartita, non sembrava ci si potesse aspettare qualcosa di buono. La curva sud che stupidamente faceva lo sciopero del tifo, per una sciocchezuola con il proprio presidente e la curva nord unica a rispettare la competizione, con una bella aquila a riempire tutte le gradinate.

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Non appena Rizzoli fischia l’inizio, l’incubo si trasforma in un sogno. Finalmente si poteva assistere al primo derby della stagione. Ci immaginavamo i biscottini e ci siamo ritrovati ad assistere a una sfida intensa e imprevedibile. Ci aspettavamo la noia e abbiamo trovato una vittoria che beffa la Lazio con il gol più inaspettato, quello di Yanga-Mbiwa e il riscatto di Iturbe.
Lazio invece che, nonostante mantenga quel vivace dinamismo che la contraddistingue, non  è più quella brillante di un mese fa.

E la Roma quatta quatta, dopo un girone di ritorno mostruoso nella sua schifezza, capitalizza tutto quel vantaggio che aveva accumulato all’andata (quando era ancora una squadra di calcio), e forse nell’unica bella gara da 5 mesi a questa parte riesce a conquistare l’obiettivo minimo: la qualificazione diretta ai gironi di Champions League. E ci regala inavvertitamente il primo vero derby della stagione.  Meglio tardi che mai.


 

Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it