Interventi a gamba tesa

Nudi alla meta


La Juve compie l’impresa e approda alla finale di Champions League, nonostante il suo allenatore si stia ancora chiedendo che mosse fare. Quanto c’è di Allegri in questa squadra? Quanto l’esperienza e l’insaziabile fame della “vecchia guardia” ha guidato i nuovi arrivati ed inciso indelebilmente su questa annata bianconera? Un’analisi critica e lontana da ogni enfasi mediatica.


Madrid, mercoledì 13 maggio 2015. L’arbitro fischia la fine. Finalmente! Uno “spiritatissimo” Gianluigi Buffon sfoga la tensione in un’esultanza liberatoria, poi i muscoli del volto si frantumano ed emergono i solchi della sofferenza. Lui è il capitano. Il suo allenatore è quel Massimiliano Allegri, tanto criticato da stampa e tifosi a luglio ed osannato dagli stessi a maggio.

Il tecnico lascia il campo in fretta e furia, una consuetudine a fine partita. A partecipare al rito degli abbracci, delle congratulazioni è sempre il suo vice Marco Landucci con il resto dello staff. Allegri no, lui è l’head coach e deve pensare già alla prossima partita. Anche se forse, qualche pensiero su com’è andata questa partita se lo sta ancora facendo. Quando dopo il 70° minuto sapeva in cuor suo che doveva intervenire, perché l’impresa che stavano compiendo in campo i suoi giocatori (più nel secondo che il primo tempo), non fosse vana.

Mettere Barzagli a cementare il muro difensivo? Inserire forze fresche capaci di un buon palleggio, in modo che la palla non venga sempre spazzata via? Una torre che tenga su più palloni possibili? Troppe domande, troppi cambi possibili e da scegliere lì in quel momento. Da scegliere al Santiago Bernabeu, in Champions League, quando sei ad un passo dalla finale. Allora Barzagli sì, poi no. Poi meglio Pereyra. Poi no, per primo entra Barzagli. Per la cronaca, successivamente entrerà prima Llorente, poi l’argentino.

La sofferenza di Vidal sul tiro di James come icona della serata di mercoledì.

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Intanto in campo infuria la battaglia, con un Real furente e pressante. Mentre Allegri fa togliere e mettere pettorine ai suoi panchinari, i madrileni tentano di sfondare da tutte le parti la difesa avversaria. Ancora una volta Bonucci e Chiellini sono monumentali. Ma non solo, tutta la squadra capisce la situazione e si prodiga per aiutare i compagni. Se non è insolito vedere Vidal e Marchisio dannarsi l’anima su tutti palloni, lo è alquanto vedere un Andrea Pirlo più concentrato a tappare i buchi che ad impostare (così arretrato da pestare più volte i piedi a Bonucci). Emblematico il contributo difensivo delle punte.

Intanto i minuti passano e la frenesia dei madrileni diventa deleteria per loro stessi. Così Marchisio si trova magicamente a tu per tu con un Casillas non certo in serata, peccato che il Principino pensi più al gesto stilistico che alla sua efficacia. Così preannuncia il tiro al suo diretto avversario, che ovviamente annienta l’occasione che avrebbe decretato la chiusura anticipata del match. Chiusura che per fortuna arriva, insieme alla gioia degli eroi bianconeri (per l’occasione in splendida tenuta blu bordata gialla).

Allegri è negli spogliatoi a ripensare a quanto accaduto; mentre in campo un giovane e scanzonato Pogba, mette in scena il più insolito e commovente abbraccio con il suo capitano, quasi in un passaggio formale di consegne tra il vecchio ed il nuovo. Il suo capitano, vero motore di questa squadra, riesce a suonare la carica ai compagni direttamente dalla sua porta! Certo è facile se davanti c’è un indemoniato Tevez, ma ieri Carlitos è rimasto tutta la partita in attesa della stessa palla capitatagli all’andata.

Il segreto di questa Juve però forse è proprio questo: i compagni si sorreggono a vicenda. In altre parole, “ça va sans dire”. E’ stato così per un Vidal fuori forma metà anno. Lo è per un Pirlo a corrente alternata. Per l’attesa dello sbocciare di Morata. Lo è tutt’ora per Llorente. E’ pensabile ricondurre questa alchimia al nuovo allenatore? Alquanto improbabile. Più facile ricercare la risposta in quanto venutosi a creare nello spogliatoio gli anni precedenti. Ma i giornali parlano chiaro: “E’ l’anno di Allegri!”, “Allegri già meglio di Conte!”, “Lo scudetto di Allegri!”, solo per citarne alcuni. Qualcosa dovrà aver pur fatto l’allenatore livornese per meritarsi questi elogi?

“Andiamo a Berlino, Beppe!”

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Certo che sì. Ma il suo lavoro è stato sicuramente più psicologico che tattico. Sembra un paradosso, ma la sua capacità di motivare la squadra è stata pari se non superiore a quella di Conte. A differenza del suo predecessore infatti, Allegri ha inculcato nella testa dei giocatori la consapevolezza delle proprie forze. Così tanto da renderli direttamente responsabili del proprio successo o meno. Chiaro che se poi, rendi meno faticose ed ossessive le sedute di allenamento e non stressi la testa dei giocatori con schemi a ripetizione, la squadra non può che essere dalla tua parte.

L’ex mister del Milan ha mantenuto invariata la base della macchina inventata e plasmata da Conte, defaticandola di tutte le sovrastrutture che ne hanno favorito il ritorno al vertice negli ultimi 3 anni. Così sono diventate facoltative le marcature preventive, i movimenti obbligati a palla ferma, gli schemi che gli attaccanti devono seguire, gli spazi che gli incursori di centrocampo devono sfruttare per arrivare in area, le posizioni attive e passive, le sovrapposizioni dei laterali ed i relativi cross in area (chiedete a Llorente).

Tutti meccanismi collaudati, più facili a disimpararli che a rimetterli in piedi. Per fortuna i risultati sono arrivati nell’immediato. Altrimenti staremo qui ha parlare di scelte poco lungimiranti. Teniamo inoltre conto che l’ambiente, a differenza di quello che si vuole far credere, l’ha aiutato molto. “Avete vinto per tre anni di fila, sarà merito solo di Conte? Allora dimostratelo!” Questo è quello che il mondo sportivo ha pensato della rosa dei calciatori della Juventus, a luglio dello scorso anno. Una leva determinante per mantenere vivo l’orgoglio dentro i giocatori.

E dire che in estate il conte Max veniva sbeffeggiato così.

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Anche in questo l’allenatore è stato decisamente aiutato dalla società. La quale ha fatto scudo fin da subito, smorzando possibili polemiche giornalistiche ed investendo sull’immagine della squadra come mai fatto prima. Un’operazione simpatia che non ha risparmiato nemmeno il livornese e curatori di immagine vari, impegnati a gestire i profili social, le interviste in tv e le dichiarazioni esclusive sui giornali. Lo stesso Allegri in un’intervista rilasciata a metà stagione, dopo i primi risultati positivi, si descriveva come un tecnico vecchio stampo (il suo modello è Galeone), definendosi uno che non ha l’ossessione per gli schemi, perché dice tolgano la poesia al calcio. Per Allegri il compito dell’allenatore è dare delle impostazioni, i giocatori le possono seguire come no, l’importante che facciano il bene della squadra. Che poi è la sintesi di: “l’importante è buttarla dentro!”

Nei bar, nei salotti televisivi, tutti a sentenziare che il segreto del successo di Allegri è il cambio modulo! Siamo poi così sicuri? Per sopperire alla mancanza di schemi fissi di gioco, ha variato leggermente la linea di centrocampo creando il famigerato rombo: se però guardiamo la posizione di Pirlo negli ultimi anni, ci accorgiamo che, per sfuggire alle marcature, spesso giocava arretrato davanti alla difesa come gioca ora.

Allegri e i suoi ragazzi. Il segreto sta nel gruppo e nell’atteggiamento.

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La “difesa a 3” o la “difesa a 4”, termini sulla bocca di tutti, in realtà varia a seconda della presenza o meno di Barzagli e determina il bilanciamento della squadra molto meno di quanto lo determini la scelta di giocare la partita o di gestirla. Ossia non è il modulo ma l’atteggiamento scelto che incide sul risultato. Prendiamo ad esempio le due partite giocate con la Fiorentina in Coppa Italia: all’andata a gestire le forze, perdendo in casa e al ritorno dando l’anima per recuperare. Per intensità e cattiveria forse la migliore partita vista giocare da questa squadra quest’anno.

Di fatto lo smantellamento lento e continuo delle sovra-strutture contiane, è maturato in una gestione altamente pragmatica degli incontri. A seconda degli avversari e del risultato in essere il diktat è diventato: fare il minimo, ottenere il risultato, metterlo in cassaforte. Non importa se questo comporta fare melina l’ultimo quarto d’ora, sopra di un gol, con squadre di medio classifica o difendere un pari senza spreco di energie in vista di impegni settimanali. La gestione delle energie è il vero fiore all’occhiello della conduzione allegriana.

Non stiamo parlando di variazioni tattiche machiavelliche, ma di partite quasi addormentate dal petulante “calma, calma! Fate girare la palla…” per poi approfittare delle distrazioni altrui e dare la zampata vincente con il fantasista di turno in attacco. Perché per il coach toscano, analogamente alla gestione rossonera, in attacco sono tutti fantasisti: “l’attaccante deve usare il proprio estro per segnare”. Se poi tra questi c’è il plurimenzionato Carlitos Tevez da Ciudadela, 20 reti in campionato, 7 in Champions e 2 in Supercoppa italiana, allora il cerchio si chiude!

Già, Carlos Tevez. Dettaglio non proprio trascurabile…

Juventus' Carlos Tevez celebrates after scoring during the Champions League, semifinal soccer match between Juventus and Real Madrid at the Juventus Stadium in Turin, Italy, Tuesday, May 5, 2015. (AP Photo/Luca Bruno)

Sono convinto che un virtuoso del giornalismo sportivo, nonché appassionato ed esperto di calcio come Gianni Brera, non avrebbe esitato ad accostare questo modo di stare in campo al “catenaccio e contropiede” del calcio che fu. 

In Champions League la squadra è arrivata nuda alla meta, spogliandosi di turno in turno di quell’abito vincente e funzionale di cui si era vestita fino a Dortmund. Già dal turno successivo con il Monaco, l’incapacità di uscire dall’arroccamento difensivo aveva insinuato il dubbio che l’assenza di schemi di gioco pre-impostati, fosse una debolezza, più che un valore aggiunto!

La doppia sfida con il Real ha avvalorato tale sensazione, tanto da trasformare entrambe le sfide in una epica e leggendaria difesa del risultato, al cui confronto “Breaveheart” ed “Il Gladiatore” sembrano due pellicole mielose. E chissà quale piega avrebbe assunto, se il destino avesse voluto regalare proprio ad un certo Alvaro Morata, nato e cresciuto a Madrid, l’ingrato compito di affossare le velleità della squadra per cui ha sempre sognato di giocare! Il fato si prende gioco di tutti e non guarda in faccia a nessuno. Così come il pretenzioso pubblico madrileno.

A consegnare Allegri alla storia, sarà questo gruppo di ragazzi. Un gruppo di ragazzi che sta crescendo rendendosi autonomo. Un po’ come un bambino che diventa adulto. Una squadra pensata e ricollocata sullo scenario che gli spetta da Antonio Conte. Quell’Antonio Conte che l’ha, dapprima sedotta e poi “abbandonata”, forse frettolosamente, forse per una scelta di pancia. Quella pancia, quel fegato che adesso gli duole. Forse però, non meno di quanto, nel profondo, gli dolga il cuore. Perché lo sa che un pezzettino di quanto si sta scrivendo, è opera sua.

Ma questa volta, i suoi ragazzi lo festeggeranno da soli.


 

Nato in quel di Torino nel mitico 1977, anno in cui nasceva il punk, le piazze erano in fermento, Iggy Pop incideva l'album Lust for life e la Juventus alzava il suo primo trofeo europeo a Bilbao. Lascia ben presto gli studi per dedicarsi alle prime forme di sostentamento economico. Prima non perdeva una partita girando tutti gli stadi, ora le segue girando tutti i canali del satellitare! Già redattore unico del fu a2magazine.net, da alcuni anni twitta con il profilo di a bola envenenada (@abolaveneno) condensando in 140 caratteri ironia, arsenico e passione.