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- di Baluardi del calcio popolare

Lode al fantasista di Provincia


In provincia trovi quei personaggi strani, al limite del comprensibile, quei pochi che non si sono allineati allo stile di vita e al modo di pensare piatto e standardizzato. Alcuni diventano degli intellettuali, altri dei grandi musicisti, e poi via via giornalisti, scrittori ed artisti di ogni tipo. Altri ancora diventano fantasisti di Provincia, ovvero gli unici coi piedi buoni in una squadra di fabbri, composta da polmoni, muscoli e bava alla bocca.


Il fantasista di Provincia è quello che incarna l'Eroe, il Campione, all'interno del microcosmo di una squadra di pallone scarsa, che tendenzialmente lotta per la retrocessione o comunque non spicca agli onori delle cronache sportive per dei risultati eccezionali. Il fantasista in questione si rifugia in Provincia, a volte anche dopo aver tentato l'avventura nella grande squadra che quasi sempre è andata male per una miriade di motivi differenti.

Ve le ricordate le squadre che a cavallo tra gli anni '90 e 2000 giocavano con i trequartisti classici? Sì, quella presenza tra le linee dietro alle due punte di un uomo tutto estro e colpi di genio (e poca corsa) che nel calcio moderno praticamente non esiste più. Perché di potenziali trequarti puri ce ne sarebbero in quantità industriale (basti pensare ad Oscar, Isco, Fabregas e compagnia cantante), ma ormai le squadre, soprattutto le grandi squadre, non possono permettersi tatticamente un trequartista puro. Eppure c'è stato un periodo in cui il trequartista era quello che ti risolveva le partite, con una giocata, una punizione, una traiettoria di passaggio che solo lui aveva visto, un tocco di tacco o un cucchiaiello umiliante per gli avversari.

Lasceremo fuori i trequartisti che hanno fatto la storia del calcio come Zidane, Baggio, Totti e via dicendo per concentrarci più sui nomi della Provincia italiana. Perché erano quelli che facevano la differenza tra vincere e perdere una partita, tra salvarsi e rimanere a galla nella gloriosa serie A e affondare nella marmaglia della B (seppure sia uno dei campionati più belli per chi scrive). Pensiamo allora ai Giovanni Stroppa, Domenico Morfeo, Tomas Locatelli, Francesco Cozza, Franco Brienza, Lamberto Zauli, Ighli Vannucchi, Gaetano D'Agostino, e a quello che forse è stato l'ultimo erede, Alessandro Diamanti. (fantasista)

Punto primo, giocare col trequartista è il rischio più grosso per una formazione: devi potertelo permettere, devi avere un centrocampo di gente che corre per due, forte fisicamente e sempre pronta al sacrificio. Altrimenti sarai sempre penalizzato, avrai sempre un uomo in meno a centrocampo. Questo è impensabile per una big. È il motivo per cui nell'Inter, nella Juve, nel Milan i fantasisti (tranne qualche eccezione) non sono mai esplosi. In queste squadre l'uomo di talento è stato retrocesso a regista davanti alla difesa (come Pirlo), ad ala di rottura (come Hazard) o a interno di centrocampo (Aquilani, con conseguente rovina di carriera).



Punto secondo: la libertà deve essere totale. Il trequartista deve essere il poeta del calcio, libero da tutti gli impegni, gli stereotipi e le convenzioni sociali. Se lo incontri per strada e lo saluti lui deve avere la libertà di non rispondere. I suoi compagni non possono andare in discoteca e fare tardi con le belle ragazze, lui può. Non che queste cose poi debbano necessariamente verificarsi, eppure il giocatore in questione, il fantasista, deve sentirsi al centro della squadra, del progetto, della città. Deve essere il Campione del Campanile. E così deve succedere in campo. Nessun compito di copertura o posizione: deve essere libero di stare dove vuole e pensare, esprimersi nel modo che preferisce. È solo in questo modo che può rendere al meglio, altrimenti saluta il trequartista e metti più muscoli a centrocampo e prega di non prendere gol.

Punto terzo: le critiche. Il giocatore non andrebbe criticato mai, anche se è normale che da uno che ha ricevuto il dono di avere dei piedi eccezionali ti aspetti faccia sempre la differenza. Essere fantasista non è sempre facile o bello come non lo è essere un artista, è questo il ragionamento che va fatto. Quindi la società, l'allenatore e possibilmente anche i tifosi, devono sempre difenderlo e supportarlo, in quanto se comincerà a sentirsi solo e vulnerabile, pure il suo rendimento verrà intaccato.

Veniamo ai punti forti dell'impiego del trequarti: lo spettacolo, la possibilità di fare i soldi, i risultati.

Lo spettacolo in primis. Perché io tifoso della Reggina mi faccio l'abbonamento per andare a vedere giocare Ciccio Cozza, che mi fa vincere all'Olimpico con la Roma di Totti, che mi fa vincere con il Milan che ha vinto da poco la Champions League, che quando fa un passaggio ti fa capire come il calcio possa assurgere allo stato di opera d'arte solo grazie alla libertà d'espressione di un campione che è libero di fare quello che vuole. Io tifoso del Palermo vado a vedere la lucidità di Lamberto Zauli, sempre pronto a fare la cosa giusta, a dare la sfera con i giri giusti a Luca Toni per fargli fare quella miriade di gol. Io tifoso del Parma vado a vedere la fragilità di Domenico Morfe,o che sa farmi vincere o perdere una partita, a seconda di come entri in campo quel giorno, della voglia di arte che ha.



La possibilità di fare soldi. Purtroppo è quello che ha ucciso lo sport e il calcio in questi anni, però è una cosa a cui tutte le società sono attente. Riuscire a far esprimere un giocatore al massimo del suo potenziale offre un potenziale ritorno economico e per questo ti conviene puntare su un trequartista di talento, soprattutto se non hai un patrimonio da investire.

I risultati. Se tu società, riesci ad azzeccare una serie di fattori quali l'allenatore giusto, con le idee tattiche giuste, il trequartista adatto, un mezzo attaccante decente più una difesa presentabile, hai l'opportunità di arrivare a risultati importantissimi. Basta guardare al Palermo negli anni di Zauli e Toni. Con un progetto tecnico e anche una buona percentuale di culo è riuscito a trasformare una serie di sconosciuti e semi tali in fenomeni che giocavano forse il miglior calcio di provincia, arrivando addirittura a tentare di esportarlo in coppa Uefa.

Lode quindi ai fantasisti, ai trequartisti ultimi Baluardi contro il pensiero unico, contro i limiti di espressione e di libertà di inventare arte e rendere il giuoco del pallone una vera e propria opera d'arte immortale. Sempre siano lodati Giovanni Stroppa, Francesco Cozza, Tomas Locatelli, Lamberto Zauli, Domenico Morfeo, Gaetano D'Agostino e tutti coloro che hanno contribuito ad appassionarci a quello che era il gioco più bello del mondo.

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Matteo Enia 2/6/87 (quello col cappello) Antropologo, si interessa di fenomeni sociali legati al mondo pallonaro. In campo si ispira a Giulio Migliaccio. Si auto definisce un Baluardo del Calcio Popolare. Locrese di adozione, quando è in Calabria segue attivamente il campionato di promozione calabrese sostenendo L'ac Locri 1909, tra le squadre professionistiche sostiene il Palermo. Vive e pensa a Roma. Francesco Tromba Sostiene da sempre le squadre di provincia. Da piccolo guardava tutto il calcio presente in tv anche posticipi come Spal-Pro Vercelli. É da sempre dalla parte del più debole, del più matto, del più strambo. L'ombrello di Luca Bucci è un gesto di Redenzione totale. No al calcio moderno, sì ai Baluardi del Calcio Popolare!

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