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- di Raffaele Campo

Cronaca di una 4 giorni a Glasgow, capitale della cultura calcistica


La marcia di avvicinamento a Celtic-Inter, andata dei sedicesimi di Europa League, inizia mercoledì alle 11 di sera, quando chi vi scrive, in compagnia di 3 amici, atterra a Glasgow dopo due ore di scalo a London Gatwick. Arriviamo nella capitale scozzese stanchi, ma belli carichi. Ci aspetta un'esperienza vivamente consigliata a tutti gli amanti del calcio. 


Il clima partita che si respira già dal giovedì mattina è del tutto insolito. Almeno per noi italiani. Buchanan Sreet, la via pedonale principale del centro, è invasa da sciarpe biancoverdi e nerazzurre. Nonostante ciò, niente cori offensivi e tanto meno scontri tra le parti. Pacifica e serena convivenza. Solo questo dato farebbe notizia nel nostro paese, sfregiato nelle stesse ore dalle barbarie degli olandesi a Roma.

Poco dopo le 17, non conoscendo la città, iniziamo ad avviarci a piedi verso lo stadio, il mitico "Celtic Park". L'impianto è parecchio distante dal cuore della capitale e la camminata dura quasi 50 minuti. Tuttavia, ne è assolutamente valsa la pena. Durante il tragitto ci si imbatte in numerosi e coloratissimi pub. Fiumi di birra e cori di incitamento a go go per una squadra che, malgrado una stagione nel complesso negativa, ha la fortuna di poter contare su un appoggio pressoché incondizionato.

Arrivati allo stadio, enorme e imponente, ecco alzarsi nuove grida di supporto nel momento in cui Guidetti e soci scendono dal pullman per dirigersi negli spogliatoi. Non appena aprono i cancelli, entriamo nel nostro settore, il North Stand Upper: il colpo d'occhio del terreno di gioco e di tutto il resto dell'impianto è semplicemente sensazionale. Siamo talmente in alto che si riesce persino a vedere un pezzo di città, proprio come nello spot della stessa Europa League. La maggior parte dei tifosi biancoverdi, come da tradizione anglosassone, prende posto verso le 19.45, quasi a ridosso del fischio di inizio. Atmosfera da brividi: pezze, drappi e bandiere ovunque, quasi come per una finale di Champions.

Il momento clou scocca quando tutti - e sottolineo TUTTI - e 60.000 si alzano in piedi con le sciarpe rigorosamente alzate, cantando "You'll Never Walk Alone". Dire che si è trattata di una scena da pelle d'oca è superfluo, aggiungere che sono situazioni indescrivibili, e che sono vivendole si possono comprendere, altrettanto. Perché YNWA è una colonna sonora che mi sarei gustato un altro milione di volte. Due anni fa era incredibile il clima che si respirava al "White Hart Lane" di Londra per Tottenham-Inter (3-0 per gli inglesi il finale), eppure neanche lontanamente paragonabile a quello percepito giovedì scorso. Da applausi anche la loro coreografia, a richiamare la finale della Coppa dei Campioni del 1967 vinta proprio contro i nerazzurri.

I presupposti per assistere ad uno spettacolo pure sul rettangolo verde ci sono tutti. E infatti dopo soli 14 minuti l'Inter conduce già per 2-0, grazie alle reti di Shaqiri e Palacio. I tifosi di casa capiscono le difficoltà della squadra, tanto che il coro "Celtic! Celtic! Celtic", seguito da scroscianti battiti di mani, si fa sempre più forte e dirompente. Persino dai distinti si alzano in piedi. E non è un caso che, nel giro di due minuti, i padroni di casa si portino sul 2-2. "Merito" anche della difesa ballerina di Mancini, ma l'artefice principe della rimonta biancoverde è il pubblico. E dal 28' fino al 94' - quando cioè l'italo svedese John Guidetti fisserà il risultato sul definitivo 3-3 - questa incessante ondata di sostegno è quanto più una persona arrivata dalla nostra penisola possa ricordare. Senza dimenticare le strette di mano a fine gara tra il sottoscritto e gli scozzesi, con tanto di scambio di sciarpe e "Good game! See you in Milan!" vari. 

E' stata una vera festa, in tutti i significati che questo termine può assumere. Circa la gara di ritorno di stasera, l'Inter, alla luce del 3-3 e dell'organico, parte senz'altro favorita. Ma guai a sottovalutare il Celtic. Sembra una frase fatta, ma non si può prendere sotto gamba una formazione con un seguito così numeroso e appassionato. Sarà la loro carica il "pericoli" numero uno.

Tifosi dai quali tutti noi dovremmo prendere esempio in termini di civiltà e cultura calcistica. Immensa. E' questione di mentalità, non di biglietti nominativi o tessere del tifoso, che da quelle parti nemmeno sanno che cosa siano.


 

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