Interventi a gamba tesa

Il ritiro di Thierry Henry. Ode alla sua classe senza tempo.


Thierry Henry lascia il calcio giocato. È stato lo stesso attaccante a darne l’annuncio, dopo la partita pareggiata dai suoi New York Red Bull con i New England Revolution, che ha sancito l’eliminazione dei newyorkesi dai play-off, con un messaggio pubblicato sul proprio profilo ufficiale di Facebook.


Alcune cose – anche se sono sempre più rare – trascendono il tempo.

Alcuni artisti trovano il modo per estendere il loro mestiere, le loro rispettive carriere, oltre al momento in cui, per un qualche motivo, sono costretti a fermarsi.

Non si tratta di far girare la testa. Non si tratta di mostrare quel qualcosa di spettacolare che ci si aspetta. Si tratta di far rallentare lo sguardo dello spettatore, del pubblico, in un mondo che non si ferma mai. Si tratta di sacrificare la velocità della vita per uno scopo particolare. Metterla in discussione. Per sfidarla. Per consentire ad altri di imitare, o semplicemente godere di quel momento quasi all’infinito.

Thierry Henry è uno di questi. È diventato un invincibile, quando prima era un campione del mondo. Ma accanto a ogni conquista (e Henry è uno dei pochi calciatori che ha vinto tutto, ma proprio tutto) Thierry rimane un campione nell’evadere e superare qualsiasi riconoscimento, che gli arrivasse dalle lodi e dalle preghiere iperboliche dei fans, o dal giudizio critico dei giornalisti di ogni giorno.
C’era una modesta ignoranza, quasi una colpa, quando Henry doveva riconoscere pubblicamente i propri meriti, il talento che lo ha reso uno dei calciatori più forti al mondo (quella pacatezza e umiltà che, per intenderci, lo avvicinano ad altri campioni come Baggio e Del Piero).

Il rifiuto di guardare al proprio passato, a quel se stesso che aveva  strabiliato tutti quanti, veniva interpretata dagli altri come una suprema fiducia in sé. Poteva superare l’assurdo, ma per lui nulla era mai abbastanza, cercava sempre qualcosa di più…

Di più, di più, di più.


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Non era mai abbastanza. Non era mai pienamente soddisfatto. Non dopo aver vinto la Coppa del Mondo. Non dopo una stagione da imbattuto con l’Arsenal. Non dopo aver sollevato tutto il possibile e inimmaginabile con il Barcellona. Ogni volta Henry allontanava il pensiero e insieme al suo comportamento diceva una sola cosa: “Non ho finito!”.

Per questo molti fan americani  che si svegliavano alle 6 di sabato mattina per vederlo giocare a nord di Londra, ora hanno smesso. Hanno potuto vederlo con i loro occhi, in tribuna, mandare in estasi tutta la Red Bull Arena. Era come molti di noi lo ricordavano. Più elusivo dell’impossibile, più sfuggente dell’imprevedibile. Sia che tu fossi un difensore o un tifoso, eri quasi indifferente ai suoi movimenti, perché non li percepivi. E quando ti accorgevi cosa aveva appena fatto, era troppo tardi. Aveva trovato un varco tra l’essere disinvolto e il surreale, rendendo tutto – in apparenza – naturale.
Facendo un passo indietro, questo tratto si adatta perfettamente all’analisi della sua carriera. Nessuno si è accorto che aveva lasciato l’Arsenal per il Barcellona e allo stesso tempo in un istante è passato dal giocare al fianco di Zlatan e Messi ad arrivare a New York, nei Red Bull. Sfuggente.


 

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Ma questo era il dono di Thierry. Con quel sorriso ironico con cui voleva semplicemente dirti: “Non ha visto dove stavo andando, vero?” Un sorrisino ancor più vistoso pensando al fatto che Henry non ci ha mai rivelato se le sue azioni, compresa l’ultima, fossero all’altezza delle sue ambizioni… “Dove voleva andare? Dove stava andando?” Forse è per questo che un genio come Luciano Moggi se l’è fatto scappare. Era troppo veloce e sinuoso per lui. Troppo per una persona così ancorata alla materia e al potere.
Rimane una costante: c’era sempre qualcosa in più da rivelare.

Thierry aveva l’eleganza tipica dei maghi e dei prestigiatori. Sapeva quando rallentare, quando fermarsi. Sapeva far sentire a uno stadio intero il tempo di un tocco di palla come un tempo di eternità e sospensione. Sapeva eliminare tutti i movimenti di una partita, solo per sorprendere e far sentire l’avversario uno sciocco.



E ora ci ha fatti sentire tutti quanti degli sciocchi: con un post sulla sua pagina Facebook, ci ha risvegliato da un incantesimo, ci aveva fatto credere che gli anni in cui ci strabiliava con le sue giocate all’Arsenal fossero infiniti, che fossero ancora oggi in un unica eternità. E invece, si è fermato, con queste parole:

After 20 years in the game I have decided to retire from professional football. It has been an incredible journey and I would like to thank all the fans, team mates and individuals involved with AS Monaco, Juventus, Arsenal FC, FC Barcelona, the New York Red Bulls and of course the French National Team that have made my time in the game so special.

It is now time for a different career path and I am pleased to say that I will be returning to London and joining Sky Sports. I will hopefully share some of the insights, observations and experiences I have learnt over the years with you guys.

I have had some amazing memories (mostly good!) and a wonderful experience.

I hope you have enjoyed watching as much as I have enjoyed taking part.

See you on the other side…

Thierry ci ha lasciato al buio. Nessuno sapeva quale sarebbe stato il suo prossimo passo: sarebbe tornato all’Arsenal? Avrebbe allenato? Avrebbe fatto una corsetta sulla costiera amalfitana?
Henry ci ha tenuti costantemente a immaginare tutte le possibilità. Sono passati decenni, ma una continuità di pura imprevedibilità rimane.

La classe di Thierry Henry è davvero senza tempo.

Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it