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- di Alberto Paternò

Il solco arato di Bruno Peres e altre amenità bucoliche...


Un tempo si chiamava coast to coast, con riferimento ad un'impresa tipica del football americano. Ma non sarebbe forse meglio definirlo con una bella metafora "trattorifica": "Bruno Peres ha arato il campo, su quella fascia destra!". Caressa, inebriato dal gol e forse da qualcos'altro, non si trattiene e con un commento dei suoi riesce, come i grandi poeti, a farci guardare dove noi non avremmo mai potuto osare.


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Calcio e contado. Forse guardando lo spessore culturale medio dei calciatori potremmo allargare il contesto. Calcio, Agricoltura e Pastorizia.

Nella vita di tanti calciatori di periferia questa associazione non sembra affatto improvvida. Proprio lì, la parola campo o l'espressione "scendere in campo" o "prendere campo" riacquistano il loro vero valore. In quegli "stadi" dove le tribune sono le auto parcheggiate in doppia fila o il balcone della vecchia di fronte, puntualmente incazzata e col vetro rotto; là è il teatro di vere e proprie battaglie campali. Avete presente le antiche "giostre" medievali, dove due cavalieri si scontravano in mezzo a un campaccio di fango?

Ecco, immaginatevi che al centro, in palio, ci sia un oggetto sferico, sostituisci cavalieri con, a scelta, idraulico, manovale, elettricista, dottore... Potete notarli che partono dalle due estremità del terreno, si guardano negli occhi con odio, identici se non fosse che uno ha la maglia blu e l'altro la maglia rossa. Partono, prendono la rincorsa, scivolano, sbattono il muso a terra, grugniscono, si rialzano, inveiscono e bestemmiano. Riprendono la rincorsa. Di nuovo scivolano, ma questa volta in direzione del pallone. Risultato? Il pallone rimane lì sommerso dalla motriglia e i due contendenti si ritrovano ognuno con in bocca la scarpa dell'avversario. Cinque denti in meno e sette punti in più.


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In effetti se guardiamo all'etimologia di [càmpo] gli studiosi si dividono tra l'origine latina, da "càpere" perchè "atto a contenere gran copia di messi o animali", e l'origine greca da "skàpto", cioè fendere, scavare. In ogni caso è proprio nel calcio che la parola esprime tutte le sue sfumature. In particolare vale per  la seconda derivazione. Nella mia infanzia, dopo esser stato cullato per anni nella gioia e nella pulizia, a un certo punto entro brutalmente a contatto con il "campo" e con un mondo fatto di melma e fango. Avevo sei anni, cominciavo a giocare con la squadra "Pulcini" della parrocchia dietro casa mia. Mi sembrava di essere Maradona, in realtà ero solo un botolino poco più alto della palla che goffamente, in un qualche modo, faceva ruzzolare il pallone qua e là a casaccio. Certo però le mie impressioni e aspirazioni erano completamente diverse: mi sentivo alto e snello come Cruijff, con la potenza di Van Basten e il dribbling di Roberto Baggio.

Dopo pochi mesi, di pomeriggio mi dirigo al mio amato campetto, già mal messo, e mi ritrovo davanti a un campo arato a maggese. Ero entrato nel mondo del calcio. Nel mondo sporco: di notte, un imprenditore riminese proprietario del campo,  dato in gestione alla parrocchia, era entrato con il trattore e aveva arato, in stile Bruno Peres, tutto quanto. Comprese le margheritine che crescevano sul dischetto di rigore. Il motivo? Voleva spingere il comune a trasformare i suoi terreni da agricoli a edificabili (compreso il campetto da calcio).
Non è certo l'unica meravigliosa nefandezza che si può trovare nei campetti di periferia, basterebbe guardare i referti arbitrali per scoprire un mondo che se non fosse per Bruno Peres e Caressa avremmo dimenticato.


Il Veneto è una miniera di episodi esilaranti. In una partita di 1a Ctegoria, per esempio, l'arbitro annotava: "un dirigente mi ha atteso davanti alla porta dello spogliatoio per ingiuriarmi. L’aggressore chiudeva la porta dietro di sé, afferrava il direttore di gara per un braccio, lo costringeva contro il muro e gli urlava in faccia, schizzandolo di saliva, insulti e minacce, lamentando il mancato recupero di uno dei minuti annunciati. La scena veniva momentaneamente sospesa per l’ingresso di persona non identificata che invitava l’aggressore a non insistere, ma questi chiudeva la porta a chiave, mettendola in tasca". Certo, una burla di moggesca memoria, ma si sa, i giovani seguono i loro eroi, come un ragazzo della serie D veronese di calcio a 5, che fu squalificato "per essersi scagliato violentemente verso un avversario, a gioco fermo, tentando di morderlo al volto." Piccoli Suarez crescono.

Eppure siamo ancora lontani dall'essenza del calcio di campagna, fatto di contado e pastorizia. In una partita di Juniores, ragazzi poco più che sedicenni, viene annotato sempre da uno sventurato arbitro:"Ammenda di centocinquanta euro al Crazy Colombo per aver lasciato incustodito un badile, utilizzato al termine della gara da un proprio giocatore per colpire un avversario." Un badile.Un BADILE... Oppure un ragazzo che, memore dell'antica tradizione pastorizia di concludere contratti con una stretta di mano "speciale", vende qualcosa all'arbitro, che offeso segna sul taccuino: "al fischio finale attuava un gesto altamente antisportivo e provocatorio verso l’arbitro sputandosi sulla mano prima di porgerla allo stesso per il saluto". Questi arbitri urbani senza alcuna attenzione verso la tradizione!


Bruno Peres ara la fascia, ma in serie A è il massimo dello spettacolo che possiamo aspettarci. E' nei campi malati di 3a Categoria che ritroviamo l'originaria animalità da calcio fiorentino, la barbara fisicità del rugby (seppur nobilissima), dove fighetti alla Osvaldo o Balotelli si ritroverebbero con una badilata e una rastrellata nei denti, costretti a ritornare a casa chiedendo un passaggio al montanaro che con l'Ape modificato, la zappa sul sedile, li fa accomodare appesi sul retro, esposti al pubblico ludibrio...  #StayAnimal

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