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- di Giuliano

Matteo Roghi. Per non dimenticare


Proprio un anno fa Sportellate pubblicava un articolo shock sul decesso in campo di una giovane promessa del calcio. Stiamo parlando di Matteo Roghi, calciatore del Foiano (per la cronaca, una formazione aretina). A dodici mesi di distanza vi si ripropongono in estratto alcuni contenuti dello stesso articolo, con l'intento di commemorare e allo stesso tempo sensibilizzare, perché per apporre dei correttivi nella gestione della salute degli atleti non bisogna attendere altre tragedie, ma intervenire al più presto e seriamente.

Dato che troppo spesso si parla di riforma del calcio italiano, è bene che si entri finalmente nel merito di questioni per le quali non si può e non si deve più rimandare: l'idoneità fisica degli sportivi è uno dei temi principali. Soprattutto se si parla di campionati dilettantistici, per i quali molte società, in accordo con molti medici cialtroni delle Asl locali, fanno un po' quello che vogliono. O non vogliono. O non va di fare. Tavecchio dovrebbe pensarci e darsi una mossa. La Nazionale italiana è solo la punta dell'iceberg. Prima risolva i problemi alla base.

«Purtroppo, ci risiamo. E’ brutale dirlo, ma il calcio continua a mietere giovani vittime. Lo fa in silenzio, accantonando tutto molto rapidamente: con indifferenza.

Matteo Roghi, quattordicenne della squadra del Foiano, è deceduto mentre disputava una partita sul campo di Abbadia San Salvatore, nel senese. Il ragazzo, colpito da un malore durante l’incontro con l’Amiata, si è accasciato sul terreno di gioco e da lì non si è più rialzato. Inutile l’intervento del medico della società. A quel punto, diventava impossibile sventare una tragedia già compiuta. Doveva pensarci prima, il medico.

Ancora una volta, l’ennesima, siamo qui a discutere sui soliti banalissimi interrogativi: si poteva evitare? Certo.

E le responsabilità di chi sono? Di società che mandano allo sbaraglio i propri atleti, fregandosene completamente del loro stato di salute; dei molti professionisti nella medicina dello sport, che trattano questi ‘giovani ignari’ come se fossero pratiche giornaliere, da archiviare con indolenza e superficialità. Il ragionamento di questi individui si sviluppa pressoché in questo modo: “A che pro fare l’elettrocardiogramma e perdere tempo con visite approfondite per ciascun atleta, se posso cavarmela in pochi minuti, certificando l’idoneità a un intero gruppo?”. Eccovi riassunto il diffuso menefreghismo, che stronca l’esistenza di quanti, invece, di sport vorrebbero vivere. Poi, non si lamentino i diretti interessati (per esempio, il Coni), se in Italia l’attività motoria, soprattutto tra i giovani, stenta ad affermarsi. Come può un genitore fidarsi e mandare il proprio figlio a giocare, laddove non sono garantiti nemmeno semplici controlli di routine?

Matteo non ha avuto nemmeno il tempo di gioire per il gol del pareggio, che, intanto, un malore sanciva, sotto gli occhi attoniti di parenti e amici la fine della partita più grande: la sua.

E questo non è l'unico improvviso decesso a tingere di nero la storia recente del Foiano. Nel 2007 infatti, toccò la medesima sorte all’attaccante 22enne, Teddy Bartoli: anche per lui, finito a terra a causa di un arresto cardiaco, non ci fu più nulla da fare; meno male che da allora la società aretina si impegnava a garantire maggiormente l’incolumità dei propri tesserati!

Da biasimare inoltre, lo scandaloso atteggiamento di quei media, che, ancora una volta, hanno mostrato disinteresse e insensibilità per ciò che accade nei campionati minori. Quale delusione riscontrare che anche i programmi maggiormente seguiti, non vi abbiano fatto un minimo cenno.

A questi ricordo che la vita, come la morte non conosce categoria».


 

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