Interventi a gamba tesa

Scrivo “calcio”, leggo Alessandro Del Piero


Alessandro Del Piero. 11 novembre 1996. Era la festa di San Martino, patrono di Santarcangelo di Romagna (per la cronaca, siamo in provincia di Rimini), e stavo passeggiando coi miei genitori per le vie del centro. Il paese era pieno di bancarelle di ogni tipo, ma io rimasi impietrito davanti al bancone delle magliette da calcio. Avevo 6 anni e ancora non ero a conoscenza di cosa significasse questo sport in Italia, ma come tutti i bambini di quell’epoca, il “virus” del pallone si era già impossessato in me. All’oratorio come sotto casa, al parco come in salotto, l’importante era prendere a calci qualsiasi oggetto possibile immaginabile. Se sferico e ricoperto di cuoio tanto meglio. Mio padre, juventino fin dalla nascita, per indirizzarmi verso i colori bianconeri, decise di comprarmi la maglia di Alessandro Del Piero. Quel giorno nessuno di noi due poteva sapere che quel pezzo di plastica da 10.000 lire (quella della foto in alto, tanto per intenderci. Di fianco a quella del Sidney, comprata 18 anni dopo) mi avrebbe cambiato la vita. Perché se oggi amo questo gioco, il merito è di Del Piero. No, forse non rendo l’idea. Amo Del Piero molto più della Juventus e del calcio stesso. E quando smetterà di giocare (ahimè, temo non manchi molto), sono sicuro che la passione per questo sport inevitabilmente sarà destinata a scemare.


Da quell’uggioso pomeriggio ho seguito appassionatamente le vicende bianconere, ma se Del Piero non segnava o non giocava bene, era sempre una gioia parziale. I primi ricordi (per la verità abbastanza sfocati), risalivano alla finale di Champions League del 1997: Juve contro Borussia Dortmund. “Tranquillo, vinciamo facile” mi rassicurava mio babbo, seduto sul divano accanto a me. Invece successe l’imponderabile: doppietta di Riedle e 2-0 per i tedeschi all’intervallo. Alle 21.30 dovevo andare a letto, ordine inderogabile della mamma. Il giorno dopo c’era scuola. Ma chi prendeva sonno? Mi giravo e rigiravo in continuazione, ansioso di sapere come sarebbe finita. Dopo una ventina di minuti, irruppe mio babbo nella mia camera:“Del Piero di tacco, Del Piero di tacco!”. Lo sapevo, come tutti i supereroi, Del Piero entrò e segnò. Col tacco. “Adesso rimontiamo” pensai dentro di me. Ma il calcio non è un fumetto: il Borussia ne fece un altro e si portò a casa la coppa. Meglio avere imparato l’amara lezione a 7 anni.

Il 1997-’98 fu spettacolo allo stato puro: Alex segnava a ripetizione e ogni domenica pomeriggio non vedevo l’ora di incollarmi davanti alla tv per godermi le sue prodezze su “90° minuto”. Un interno destro che canta, una corsa palla al piede incontenibile. “Come si fa a fermarlo?”. Solo il destino ci poteva mettere lo zampino. Che infatti, puntuale, presentò il conto l’8 novembre del 1998: lesione dei legamenti crociati anteriore e posteriore contro l’Udinese. Ero a casa di un amico di mio babbo quando guardai quelle immagini drammatiche, ma lì per lì non realizzai la gravità della situazione. Credevo si trattasse di un infortunio da niente, ma non era così. E il fatto che la Juve, orfana di Del Piero, non vincesse più mezza partita, lo elevò nella mia fervida immaginazione di fanciullo ad Oliver Hutton della situazione.

Nessuno mi toglie dalla testa che quell’infortunio abbia limato del 30% il suo potenziale. Ma forse è soltanto uno dei tanti “what if”.

 

Così, quando il 4 agosto del 1999 lo rividi nuovamente in campo, fu una vera e propria liberazione: ingresso al 53’ contro il Rostov in Intertoto e 23 minuti più tardi il gol. “L’incubo è finito, è tornato”. Purtroppo era soltanto l’inizio di un logorante calvario. Lento, impacciato, incapace di saltare all’uomo e segnare su azione. Andare al bar e sentire i vecchietti insultarlo rappresentava una sofferenza a cui mi sottoponevo sempre meno volentieri. “Dove sei finito Del Piero?” mi chiedevo disperato.

No, non è stato il gol di testa al Parma alla penultima giornata di quel campionato a farlo rinascere. Il Del Piero 2.0 è sbocciato il 18 febbraio 2001, al San Nicola di Bari, a pochi giorni di distanza dalla scomparsa del padre. Gli occhi erano per mio papà che giocava a calcetto con gli amici, le orecchie per “Tutto il calcio minuto per minuto”. “Prodezza  di DelPiero, Juventus in vantaggio” esclama il radiocronista. “Saranno le solite iperboli da giornalista” dissi lì per lì. Invece no: doppio passo e pallonetto a scavalcare il portiere. La Juve quell’anno arrivò seconda, ma il dispiacere era relativo. Perché sapevo che con un Pinturicchio così le vittorie sarebbero piovute nel giro di pochi mesi. Piuttosto ci rimasi malissimo quando scoprii che Ancelotti non era stato riconfermato. Proprio lui, che aveva avuto la pazienza e il coraggio di aspettare Del Piero. Ma quel pomeriggio imparai che nel calcio a parlare sono i risultati. Sempre e solo i risultati.

In panchina tornò Lippi, il quale poteva godersi un Del Piero rigenerato. A maggior ragione se segnava persino su punizione, l’antica specialità della casa: prima col Venezia, poi altre due volte in Coppa Campioni, contro Porto e Celtic. “È questo il mio Del Piero!”. Scudetto nel 2002, scudetto nel 2003. E Alex sempre protagonista. Indimenticabile la gemma incastonata contro il Piacenza il 26 gennaio 2003, 2 giorni dopo la morte dell’avvocato Agnelli. Cross di Zambrotta dalla sinistra, deviazione di suola e vana opposizione di Orlandoni, a toccare la palla prima che s’insaccasse. Di suola! Un colpo difficile soltanto da immaginare, figuriamoci da mettere in pratica. Una stagione magica, quel 2002-’03, culminata con la semifinale di ritorno di Champions contro il Real Madrid. “Del Piero all’andata è stato l’ombra di sé stesso, vediamo se stasera combina qualcosa” sentenziò mio padre. Io me ne restai zitto. A costo di mordermi la lingua. Perché sapevo che sarebbe stata la partita del mio campione. Come andò finire, chi quel giorno era davanti al televisore, non se lo potrà mai scordare: una prestazione spaventosa dei bianconeri e di Alex in particolare. Trezeguet, Del Piero, Nedved: 3-1! L’apoteosi sul secondo gol: lancio di Zambrotta, stop telecomandato del capitano, finta a mettere a sedere Hierro, rasoiata sul primo palo e Casillas beffato. Del Piero esultò tuffandosi in scivolata, io scesi dal divano e feci lo stesso. “Il fenomeno vero è Alessandro Del Piero” recitava uno striscione sulle tribune del “Delle Alpi”. Libidine allo stato puro.

Ci avrei scommesso la casa che avrebbe tirato sul palo lungo. Anche Casillas, probabilmente…

Il 2003-’04 lo ricordo tuttora a menadito: per Alex fu una delle peggiori annate di sempre, condizionata da un infortunio muscolare che lo tenne fermo nella prima parte di stagione. Quando rientrò, pareva l’ombra di sé stesso. La Juve giocava male e Del Piero peggio, eppure non mi perdevo neanche una sua partita. Perché ogni domenica in cui andavo al bar, ero convinto che quella sarebbe stato il match della rinascita. Che bello essere adolescenti. Che bello vivere in un mondo di illusioni e di certezze incrollabili, a discutere su chi fosse il più forte tra lui e Totti, malgrado poi in quel campionato il 10 romanista gli fece le scarpe. Persino io ne ero a conoscenza, ma piuttosto che ammetterlo, negavo l’evidenza. “Totti è più forte, guarda come sta giocando”, “E guarda quanto ha vinto Del Piero”, “Sì però il 10 in nazionale che l’ha il pupone”, “Ma Del Piero mica sputa agli avversari”. Assurde discussioni senza capo né coda coi miei compagni di scuola che duravano ancora ore e ore, portate avanti all’infinito pur di difendere il mio paladino. Puntualmente infangato dai giornalisti: “Un rebus di 8 lettere: Del Piero” intitolava un giorno di ormai 11 anni fa “La Gazzetta dello Sport”, in cui Boniek, da sempre tenero col pianeta Juve, rincarava la dose dicendo che il tono dei suoi polpacci era crollato. Una pugnalata al cuore per un adolescente cresciuto col suo poster in mansarda. Un 14enne smanioso di essere stupito ancora una volta ed urlare a squarciagola il suo nome.

Le mie sofferenze con Capello in panca non facevano però che acuirsi: perché nel frattempo era arrivato pure Ibrahimovic e Del Piero veniva trattato come una riserva qualunque. Eppure quando giocava, spesso e volentieri dimostrava di essere ancora un signor giocatore. Ma niente, l’allenatore lo faceva entrare ed uscire dal campo con una frequenza quasi sadica. “Capello ti odio, odio quella tua espressione perennemente insolente e scortese! Ti diverti a prendere gioco di Del Piero?”. Il campionato 2004-’05 si era presto trasformato in un testa a testa col Milan. Che si risolse l’8 maggio del 2005. Avrei dovuto studiare, visto che il giorno dopo mi aspettava il compito di matematica e rischiavo seriamente di beccarmi un 5 in pagella. Ma non me ne poteva fregare di meno. C’era Del Piero titolare al posto di Ibra, squalificato. Non me lo sarei perso per nulla al mondo. In quasi 10 anni di calcio, giocato e vissuto, mai avevo ammirato quello che successe al 27’. Del Piero puntò l’area e crossò, palla ribattuta da Gattuso. “Porca miseria, perché non hai tirato subito?” sbuffò un anziano signore seduto di fianco a me. L’azione, ci fosse stato qualsiasi altro giocatore, sarebbe finita lì. Ma poi venimmo risucchiati tutti quanti in un varco spazio-temporale che ci catapultò nella fantascienza. “Del Piero per Trezeguet… David, Tre-ze-guet! 1-0, ma che cross di Del Piero!” l’urlo di Fabio Caressa nel momento in cui il capitano raccolse la respinta di Ringhio, rovesciando per la testa di Trezeguet. Sì, cross in rovesciata, avete capito bene. Capitava saltuariamente di ammirare gol segnati in quel modo, ma assist così mai. Mi alzai in piedi sulla sedia ad applaudire, malgrado ancora oggi fatichi a realizzare quanto successe in quella giornata.

Neanche in Holly e Benji.

Altrettanto dura fu rendersi conto in che cosa si fosse trasformata l’estate successiva, all’insorgere di calciopoli. Al di là di tutto però, ero convinto che il capitano, al contrario di Capello, non avrebbe mai abbandonato la barca che stava affondando. Neanche in serie B. No, non è questione di convenienza o mancanza di alternative, come sussurrarono al tempo i maligni. È questione di lealtà, riconoscenza e attaccamento alla maglia.

Il beffardo destino volle che la Juve ripartisse a settembre in casa del Rimini, la mia squadra del cuore. Per una società che fino al 2006 poteva vantare 6 tornei in cadetteria come punto più alto, un evento senza precedenti. Per il sottoscritto una sorta di umiliazione ed euforia al tempo stesso. Insomma un assurdo conflitto interiore in piena regola. I miei biancorossi affrontare il mio beniamino, fresco campione del mondo – a proposito, sul 2-0 alla Germania in semifinale di “Achille”, come si autosoprannominò Del Piero durante i mondiali tedeschi, per poco non scoppiai in lacrime, mentre correvo per casa senza alcuna cognizione logica – sogno o son desto? No, non me la sentii di andare al “Romeo Neri” quel giorno. Meglio soffrire aggrappato alla radio: troppi sentimenti contrastanti. Anche a fine gara: da una parte la soddisfazione per il pareggio strappato dal Rimini, dall’altro quel senso di sconforto sgorgato dalla prestazione incolore di Pinturicchio, pizzicato oltretutto dalle telecamere a battibeccare con Di Giulio. Il bello però di quel 2006-’07 fu che i bianconeri si trasformarono in una giostra gioiosa che illuminava il torneo grazie ai suoi campioni, capeggiata da un Del Piero versione capocannoniere. Il brutto che pure io scendevo in campo il sabato pomeriggio, per cui la maggior parte delle partite me le persi.

La serie B è un mix di romanticismo e squallore. Ma con Bob Sinclair a palla vince la nostalgia per i miei 16 anni e le prime uscite in discoteca.

 

Stesso straordinario film per il mio numero 10 l’anno seguente: anche in serie A timbrava con una frequenza ugualmente spaventosa. Alla vigilia dell’ultima giornata, lui e Trezeguet erano appaiati in testa alla classifica marcatori a quota 19 reti. La signora giocava a Genova in casa della Samp, io invece ero in gita con la scuola a Praga. Non avendo più soldi nel telefono, dovetti fremere fino al giorno successivo, quando mi fiondai in edicola per leggere che il capitano ce l’aveva fatta: doppietta e di nuovo sul trono dei goleador. Per il secondo campionato di fila.

La Champions League 2008-’09 si tramutò in un surreale viaggio nel tempo. Del Piero aveva 34 anni, probabilmente non aveva più la gamba dei tempi migliori, ma la classe restava sempre cristallina. Grazie alla quale continuava a dipingere pezzi d’arte, mandandomi ad ogni gara in brodo di giuggiole. Destro a giro sotto l’incrocio nei preliminari contro l’Artmedia – il più classico dei gol “alla Del Piero” – punizione da oltre 35 metri a stappare lo 0-0 con lo Zenit San Pietroburgo. E capriola a festeggiare il gol vittoria. “È un 34enne od un ragazzino?”. Poi arrivò il Real Madrid: il 2-1 dell’andata (Del Piero ed Amauri i marcatori) non me lo potei gustare causa allenamento, il ritorno no. Sofferenza immane, squarciata da due lampi del capitano. Sinistro in corsa e punizione sul palo di Casillas. Poi, la standing ovation del Bernabeu. Corsi subito ad impugnare il telefono e mandare un messaggio a mio babbo, in quella settimana all’estero per lavoro. Anche se ancora stento a capire il senso dei complimenti del mio professore di matematica la mattinata successiva, che si congratulò con me per la doppietta di Pinturicchio. Neanche le avessi fatte io quelle due reti.

L’ignoranza di quella Juve inversamente proporzionale alla sensibilità dei piedi di ADP10.

 

Bazzecole, dinanzi al biennio orribilis marchiato Ferrara, Zaccheroni e Del Neri. I bianconeri, senza mezzi termini, facevano schifo, nonostante il solito faro luminoso. Che correva da solo nella galleria dei record. 300 gol da professionista, marcatore più prolifico in serie A con la casacca bianconera. E via, via, tanti altri. “Una squadra così scarsa è un insulto a Del Piero. Ma la società non se ne rende conto che non hanno un verso questi pseudo giocatori?”.

A questo punto potreste pensare che, se uno nutre un amore così viscerale nei confronti di Alessandro Del Piero, il giorno in cui Andrea Agnelli ne annunciò l’addio alla fine della stagione 2011-’12, si mise a lutto o andò a Torino a protestare. Niente di tutto ciò. Perché 3 anni fa la mia preoccupazione era non tanto perdere per sempre il mio campione, bensì quella di non dovermi deprimere dinanzi ad un atleta piegato dal peso dell’età, che arrancasse sul rettangolo verde specchiandosi nella sua gloria riflessa. E pronunciare la fatidica frase:“Ma perché non smetti?”. Avevo 21 anni ed avevo fatto mia, vuoi perché nel frattempo avevo iniziato a collaborare con un giornale, vuoi perché l’innocenza dell’adolescenza si era bruciata assieme ai capelli, uno spirito critico ed un’obiettività, che a volte quasi mi rattrista. “Del Piero nel febbraio del 2011 ha pubblicato un videomessaggio in cui si diceva disposto a firmare in bianco pur di restare a Torino. Una dichiarazione d’amore con cui ha messo con le spalle al muro Agnelli, il quale il 18 ottobre 2011 per ripicca ha rivelato via stampa che avrebbe chiuso il suo ciclo in bianconero a maggio”. La questione mi pareva di una logica ineccepibile, tant’è che mi trovavo in disaccordo con chi auspicava un clamoroso prolungamento a sorpresa. Meglio rimpiangere qualcuno che maledirlo. In realtà, non avevo ben messo a fuoco cosa significasse distaccarmi dalla mia bandiera. Distaccarmi definitivamente.

Oggi invece hai solo il mio disprezzo, figlio di papà che non sei altro.

Nel mentre Alex giocava col contagocce, tuttavia quando entrava in campo non passava certo inosservato: eliminate Roma e Milan in Coppa Italia grazie alle sue marcature, in campionato impallinate Inter, Lazio (punizione a lasciare impietrito Marchetti!) e Atalanta all’ultima giornata a scudetto già conquistato. Ecco, quello che accadde quel 13 maggio del 2012 rasentava il non senso. Apparentemente la solita domenica di calcio: 1-0 di Marrone, raddoppio del capitano. “Evvai ce l’ho al fantacalcio!” gioii, anche se in maniera piuttosto contenuta, pensando si trattasse di una giornata e di una partita come tante altre. A fine primo tempo però, passarono in rassegna in tv i gol più belli della sua carriera. “No, non è possibile che oggi finisca tutto ciò”. All’improvviso un tourbillon di emozioni ribollì dentro di me. Spensi la televisione ed indossai un giacchetto alla bell’è meglio e, pur di non sorbirmi la scena del Suo passo d’addio, mi diressi ad un campetto vicino a casa mia, per vedere un match di Promozione. Non ero emotivamente pronto per separarmi da Lui. Solo qualche mese più tardi ebbi il coraggio di andare su youtube e, con uno sforzo indescrivibile, cliccare play sul video relativo alla sua uscita dallo “Juventus Stadium”.

Il video più bello e struggente del web. Un atto di masochismo condividerlo qui.

 

Un tifoso “normale” nell’estate del 2012 avrebbe detto, tornando a concentrarsi sulla Juve “vabbè, morto un papa se ne fa un altro”. Eppure a me di Vidal, Chiellini, Marotta, Agnelli e compagnia interessava sempre meno. A me importava soltanto di scoprire dove avrebbe proseguito la sua carriera il capitano. “Sidney, che bello! Un’esperienza di vita completamente nuova, diventerà l’ambasciatore del calcio in Australia” il mio primo commento. Il compiacimento si elevò poi a dismisura quando Mediaset Premium annunciò che avrebbe trasmesso tutte le gare degli sky blues. Nei week end, la mia preoccupazione primaria era diventata puntare la sveglia, mettermi comodo sul divano – talvolta senza nemmeno passare dal letto! – ed ammirare il maestro insegnare calcio nella terra dei canguri. E pazienza se i suoi compagni al pallone non davano nemmeno del “voi”, contava soltanto Lui. Ieri come oggi, atterrato in India a dare lustro alla neonata Indian Super League. Perché, rivisitando una frase di Giampiero Boniperti, “Alex non è importante, è l’unica cosa che conta”. Anche se 17 anni or sono, non avrei mai creduto di amare un giocatore più della sua stessa squadra e del suo stesso sport. E di provare, ogni qual volta in cui scorgo la 10 della Juve appiccicata sulle spalle di Tevez, un pugno allo stomaco.

Del Piero che spiega il gioco del pallone agli aborigeni. Anche con una gamba meno esplosiva e con una pancetta più… protuberante.

Ora, ci sono almeno mille modi con cui vorrei terminare questo chilometrico pezzo di 17.000 battute e rotte ed augurare quindi un buon compleanno ad Alessandro Del Piero. Alla fine ho optato per l’espressione del telecronista Pierluigi Pardo coniata in seguito alla 200a rete con la maglia della Juventus, firmata il 28 ottobre 2006 in serie B contro il Frosinone. “La storia, l’esempio, la maglia”. AUGURI CAPITANO, GRAZIE DI TUTTO!

Lo sapevamo tutti che il pallone sarebbe finito sui suoi piedi.


 

La redazione di Sportellate.it nasce in un attico riminese nell'estate del 2012. Oggi è la voce di una trentina di ragazzacci da tutta Italia. Non ama prendersi troppo sul serio.