Interventi a gamba tesa

Il clasico di Carletto


No, non è stato il clasico di Cristiano Ronaldo, meno luccicante del solito eppure sempre presente nel tabellino dei marcatori (a proposito, 16° centro in Liga, il 21° in stagione), tanto meno quello di un certamente prorompente per forza d’urto e cifra tecnica Karim Benzema. Poteva essere quello di Neymar da Silva Santos Junior e della sua metamorfosi da portaborse a leader del Barcellona, invece questo 3-1 con cui il Real Madrid ha steso il Barça, ha il viso paffuto e l’aria apparentemente compassata del proprio tecnico: Carlo Ancelotti. Un allenatore da 16 trofei, incluse 3 Champions League, in 20 anni di panchina.


Soltanto il 24 maggio il mister di Reggiolo alzava al cielo la decima Coppa dei Campioni, frutto di quell’alchimia sfociata in un 4-3-3 capace di esaltare, al di là della progressione di un Bale dirottato per la prima volta in carriera sulla destra – sotto gli occhi di tutti i risultati – la gamba e la visione di gioco di un sontuoso Di Maria, reinventato ad hoc interno sinistro all’alba del 2014. Un giocattolino fantastico, quella squadra, che però Florentino Perez in estate ha deciso di smontare: fuori l’artefice di quel 4-1 in finale all’Atletico Madrid, Di Maria appunto, ceduto al Manchester United, e fuori Xabi Alonso, svenduto al Bayern Monaco. Dentro Kroos, geniale per duttilità ed acume tattico, ma dentro anche quella costosissima figurina che risponde al nome di James Rodriguez, fantasista colombiano di cui il numero uno delle merengues s’è infatuato durante i mondiali brasiliani. E adesso pensaci tu Carletto, ad incastrare di nuovo i pezzi e confermare i galacticos nell’élite planetaria.

bernabeu

Se non ha fatto una piega in sede di mercato, né davanti all’ultimatum del suo presidente il giorno della finale coi colchoneros (“o vinci o sei licenziato” l’ultimatum di Perez, irritato dalla scarsa considerazione dell’italiano nei confronti dei giovani spagnoli, leggi Isco ed Illaramendi, a cui per quella partita preferì il convalescente Khedira per rimpiazzare lo squalificato Xabi Alonso), figuriamoci se ha tremato quando al Bernabeu si è presentato il Barcellona primo in classifica a punteggio pieno e ancora a quota 0 reti subite. Per giunta senza l’infortunato Bale. Perché per l’ex coach del Paris Saint Germain “problema” rima con “soluzione”. Lo stop del gallese significa apparecchiare nuovamente quel 4-4-2, che solo 3 giorni prima aveva umiliato il Liverpool ad Anfield Road. CR7 più vicino alla porta, ma soprattutto Rodriguez e Isco, di professione trequartisti, riciclati come faticatori di fascia. Morale della favola, 4 laterali ad allargare le maglie del 4-3-3 degli uomini di Luis Enrique e mandarne il tilt il loro proverbiale tiqui taca.

Scrivere che la mossa ha pagato è semplicemente riduttivo. Detto della leggerezza di Carvajal – l’unica di una prova diversamente impeccabile – reo al 4’ di aver concesso quei due metri fatali a Neymar in occasione del vantaggio dei catalani, il Madrid da quel momento ha inaugurato un assedio tambureggiante che, guarda a caso, si è sviluppato principalmente sulle fasce. Carvajal e James sulla destra, ma soprattutto Isco ed uno straripante Marcelo sulla sinistra, hanno sfruttato l’ininterrotto mismatch numerico, affondando con una frequenza clamorosa: proprio l’ennesima discesa del brasiliano ha propiziato al 35’ il fallo di mano di Piqué in area convertito in gol da Cristiano dal dischetto. Stesso copione nel lato B: altre due reti per il Real, ad opera di Pepe (51’) e Benzema (’61), ed una diffusa sensazione di impotenza nella metà campo blaugrana. Perché il Messi 2.0 di Luis Enrique, più arretrato di una decina di metri rispetto al recente passato, è stato fagocitato dalla mediana granitica composta da Kroos e Modric, un formidabile cocktail di qualità e quantità, spalleggiato all’occorrenza dal prezioso sacrificio in copertura degli insospettabili Isco e Rodriguez. Un centrocampo, quello dei campioni d’Europa, in grado di mettere i piedi in testa pure ai dirimpettai Xavi, Busquets ed Iniesta. Il primo piegato dal peso dell’età, il secondo da un’estenuante pubalgia, il terzo da un ruolo, l’interno sinistro, non più suo. Va da sé che, perdendo il centro del ring, il Barcellona sia stato costretto in fase di possesso a ripiegare sulle ali. Dove però non l’ha mai vista. Chapeau Carletto, questo clasico è tutto tuo.   


 

classe ‘90 formatosi a Rimini. Calciofilo per inerzia, volleyballista (inteso come raccontaballe) per passione. Collaboratore al “Corriere di Romagna” dal 2009 al 2014, la Lega Pro da ormai troppo tempo è diventata il suo pane quotidiano. Valentina Arrighetti la sua dea, tradita soltanto per qualche sveltina con Fernando Torres e Earvin Ngapeth. Caporedattore Sportellate.it