Interventi a gamba tesa

L’indipendenza (calcistica) della Scozia


No thanks, better togheter. Alla fine tra gli scozzesi ha prevalso la più ragionevole intenzione di rimanere all’interno del Regno Unito, rigettando così la più romantica idea di una Scozia finalmente libera e indipendente dai poco amati vicini inglesi. Nel referendum di ieri il popolo scozzese era chiamato a scegliere se continuare la convivenza con Londra, oppure abolire per sempre l’Act of Union, che dal 1707 legava le due nazioni in un unico stato. I no hanno prevalso con il 55% e la Scozia rimarrà dunque una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito, insieme a Inghilterra, Galles ed Irlanda del Nord.
Uniti ma non troppo. Di certo non nel calcio, come nel rugby tra l’altro, dove le quattro nazioni, da più di 100 anni ormai, possono vantare quattro differenti federazioni e quattro rispettive squadre. E da qui la domanda che da anni attanaglia e turba le giornate dei più polemici tra noi: perché loro quattro squadre e altri no? La risposta al quesito si potrebbe riassumere nella semplice quanto prepotente, e puramente ipotetica, affermazione: “Le nostre federazioni sono nate più di 30 anni prima della Fifa, il calcio e le sue regole le abbiamo inventate noi, facciamo come cazzo ci pare”. Asserzione che, per quanto polemica, rappresenterebbe comunque una risposta poco lontana dalla realtà.
Il 30 novembre 1872 a Glasgow si giocò quella che viene riconosciuta dalla Fifa come la prima partita tra due nazionali di calcio, Inghilterra e Scozia appunto, tabellino rimasto fermo sullo 0-0. In realtà tra il 1870 e il 1872 le due federazioni avevano già giocato una serie di incontri, 5 in totale, ignorati però dalla Fifa, in quanto i giocatori della Scozia erano cittadini scozzesi residenti a Londra (e quindi? direte voi). Scozia e Inghilterra polemicamente, come piace a loro, non concordano infatti con la valutazione della Fifa e ritengono che la prima partita da considerarsi ufficiale sia quella disputatasi allo stadio “The Oval” di Londra il 5 marzo 1870, terminata 1-1, grazie alle reti del battitore d’asta inglese Alfred Barker e dal sottotenente di Milizia scozzese Robert Crawford.

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Oggi all’Oval possiamo assistere solo a deliziose partite di cricket, quello che invece non è cambiato è il fatto che Scozia e Inghilterra, così come Galles e Irlanda del Nord, continuino a giocare come quattro squadre indipendenti. Questo perché già nel 1882, ovvero 22 anni prima della fondazione della Fifa (1904), le quattro federazioni si erano organizzate nell’ “International Football Association Board”, prima organizzazione calcistica internazionale, che aveva tra i suoi compiti quello di uniformare le regole del calcio, emanando il primo regolamento ufficiale del gioco del calcio, e di organizzare il primo torneo calcistico internazionale, il “British Home Championship”. Un lungo elenco di primati che, ci piaccia o meno, legittima la posizione “di favore” di cui godono le quattro nazioni del Regno Unito. Ci sono state anche rare e sporadiche occasioni in cui le quattro nazionali hanno giocato sotto un’unica bandiera, per lo più amichevoli o tornei olimpici, ultimo dei quali in occasione dei giochi di Londra 2012, dove la nazionale del Regno Unito è tornata nuovamente in campo dopo 30 anni di assenza.

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A noi, egoisti amanti dello spettacolo, questa frammentazione di squadre ci lascerà l’amarezza di non aver mai visto campioni britannici del calibro di Denis Law, George Best, Ryan Giggs e Gareth Bale, esibirsi da protagonisti in un mondiale. Analizzando invece la questione dalla prospettiva dei diretti interessati, appare chiaro come da un parte questa situazione abbia permesso a tanti giocatori scozzesi, così come gallesi e nordirlandesi, di realizzare il sogno di difendere i colori della propria nazionale, sogno che per tanti sarebbe rimasto tale nell’ipotesi di una squadra unica, in virtù della supremazia inglese. Dall’altra però, non ha permesso agli scozzesi di raggiungere risultati importanti nelle grandi competizioni, nelle quali la rappresentativa biancoblù non è mai andata oltre il primo turno. Pochi metterebbero in dubbio però che gli scozzesi preferiscano perdere come tali, piuttosto che vincere come britannici, cioè insieme agli inglesi. Non che comunque l’Inghilterra abbia vinto tanto nella sua storia. L’ultima apparizione della Scozia in tornei ufficiali risale a Francia ’98, occasione nella quale i supporter scozzesi, la “Tartan Army”, sono stati nominati i fan più amichevoli al mondo, complice l’irresistibile fascino del kilt. Con l’allargamento del torneo europeo a 24 squadre, avremo sicuramente maggiori possibilità di vedere la Scozia ad Euro 2016, sempre che gli scozzesi riescano a strappare il secondo posto del girone di qualificazione a Polonia e Irlanda (mettere in dubbio la leadership della Germania è pura utopia). Non me ne vogliano Georgia e Gibilterra se le taglio fuori dai giochi.

Indipendenza o no, la Scozia quindi continuerà quantomeno ad avere la sua rappresentativa calcistica, mentre noi continueremo a deliziarci delle note di Flower of Scotland, l’inno (non ufficiale) scozzese, che viene suonato prima di ogni partita. L’inno, probabilmente tra i più belli ed appassionanti, commemora la battaglia di Bannockburn del 1314, quando l’armata scozzese sconfisse gli invasori inglesi guidati da re Edoardo II, proclamando così la temporanea indipendenza della Scozia. Oltre a celebrare l’evento, il testo ricorda come, nonostante quei giorni siano ormai passati (“Those days are past now”), il popolo scozzese sarà sempre pronto a rialzarsi ed essere di nuovo nazione (“But we can still rise now, and be the nation again”), così come avvenne 700 anni fa contro l’esercito del fiero Edoardo d’Inghilterra.

L’orgoglioso sogno d’indipendenza non ha tuttavia permesso ai più di ignorare i dubbi e le paure di un futuro al di fuori del Regno Unito. Le incertezze, gli enormi problemi economici, burocratici, amministrativi, sono gli elementi che hanno portato il popolo scozzese a rinunciare per ora, e probabilmente per sempre, alla propria emancipazione. Ma al di là della sovranità mancata, quello che nessuno potrà mai togliere a questo popolo è il forte senso di appartenenza che da sempre li distingue, che porta un insieme di persone a identificarsi in un’unica nazione, estremamente fiera delle proprie origine, della propria storia. Un sentimento che un quesito referendario non può intaccare.