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- di Gian Marco Porcellini

Alla scoperta di Fernando Torres: apogeo e declino del nino madrileno


“Un pacco”, “ennesimo colpo di Galliani”, “è finito”, “in Italia tornerà quello dei tempi d’oro”. Non appena venerdì sera si è diffusa la notizia dell’ufficialità del passaggio di Fernando Torres dal Chelsea al Milan (prestito biennale con opzione d’ingaggio nel 2016), il bar sport italiano si è spaccato in due circa la bontà o meno del suo acquisto da parte del club di via Aldo Rossi.


Premesso che nemmeno chi vi scrive, un folle amante del nino spagnolo (soprannome affibbiatogli per via di quelle guanciotte rosse da eterno bambino), possiede la sfera di cristallo, si possono comunque provare a snocciolare i motivi della sua involuzione negli ultimi 3 anni e mezzo, da quando cioè, nel gennaio del 2011, si è trasferito dal Liverpool al Chelsea per la bellezza di 58 milioni di euro, e provare ad utilizzarli come chiave di lettura in ottica rossonera. Semplicistico tuttavia ridurre tale declino ad un mero cambio di maglia o di città: d’accordo, il centravanti iberico è uno di quei giocatori che ha bisogno di sentirsi coccolato da ambiente ed allenatore per rendere al meglio, e il rapporto pessimo con Villas Boas, deteriorato con Benitez, oppure mai sbocciato con Mourinho, non ha affatto giovato al suo rendimento con i blues.

Ma c’è dell’altro dietro ai pallidi numeri londinesi (46 reti in 172 apparizioni): in primis gli strascichi della spirale di infortuni collezionati nel quadriennio al Liverpool. Che paradossalmente non lo hanno scalfito nell’immediato: 33 gol in 46 presenze nel 2007-’08 nonostante i primi acciacchi all’inguine e al bicipite femorale destro, che la stagione successiva (17 centri in 38 gettoni) probabilmente si trasformano nella causa della lesione al tendine rotuleo della stessa gamba. Stesso copione nel 2009-‘10: 22 segnature in 33 gare, ma anche due interventi di pulizia della cartilagine del ginocchio destro tra gennaio e aprile del 2010. Rientra giusto in tempo per alzare la Coppa del Mondo con la Spagna, ma quella scesa in campo in Sud Africa è la controfigura sbiadita del killer implacabile che ha fatto innamorare la Kop. Assorbito lo stiramento all'adduttore sinistro rimediato in finale (2 mesi di stop), eccolo andare a segno altre 9 volte, prima di fare le valigie ed approdare alla corte di Abramovich il 31 gennaio 2011. Ironia della sorte, a Londra i guai fisici diminuiscono drasticamente di pari passo coi gol. Indice da un lato di un lavoro mirato al rafforzamento della massa muscolare della coscia e della gamba, dall’altro di un’esplosività andata scemando. Che ne è rimasto sulle rive del Tamigi di quel camion inarrestabile palla al piede, in grado di aggredire la profondità con una progressione mostruosa? Giusto lo spunto sul primo dribbling (celeberrima la sua finta a “manico d’ombrello”), quello sì tuttora efficace. Perché sui 20-30 metri la corsa ha perso di brillantezza e rapidità e i suoi allunghi, col tempo meno frequenti e brucianti, vengono inghiottiti dai diretti marcatori.

Fernando Torres

Minor esplosività, dicevamo, che rima pure con una maggior staticità, figlia, al di là degli appena citati malanni, di un’interpretazione diversa del ruolo di centravanti. Ad Anfield Road l’ex capitano dell’Atletico Madrid costituisce il terminale di riferimento nel 4-5-1 di Benitez, molto più propenso a giocare di rimessa che su azione manovrata, con Torres il più delle volte innescato in campo aperto dai vari Gerrard, Xabi Alonso e Kuyt (non è un caso che oltre il 65% delle sue reti in carriera siano arrivate nel secondo tempo, quando le difese tendevano ad aprirsi). Tutt’altra storia nella capitale britannica, dov'è per lo più costretto a sgomitare spalle alla porta ed arrampicarsi sulle palle alte, autentico tallone d'Achille a dispetto dei 186 centrimetri. Nel 4-2-3-1 andato in scena sistematicamente dal 2011-‘12 ad oggi, il numero 9 non rappresenta più il finalizzatore, bensì la boa che si abbassa per fraseggiare con la batteria di fantasisti, leggi Mata, Hazard, Oscar e Willian, favorendone l’inserimento, piuttosto che cercare gloria in prima persona. Una parte che mal gli si addice, tanto da risultare per lunghi tratti avulso dalla manovra, specie quando la squadra fa densità a ridosso dell’area avversaria, privandolo degli spazi vitali. Risultato? Più ombre che luci per un nino divenuto triste ed impotente. E sempre più di riserva dei vari Drogba, Eto’o e Demba Ba.  

Alla fine della fiera, cosa aspettarci dunque da Fernando Torres al Milan? Una miscela di tecnica, potenza, controllo di palla e senso del gol, oggettivamente in fase calante. Un fuoriclasse che si può accendere o spegnere ad un'intermittenza spaventosa. Una punta prestante, che se non viene messa tuttavia nelle condizioni di attaccare la porta, va giù di testa che è un piacere. Specie se non sente l’appoggio di San Siro. Un professionista serio e silenzioso, magari un po’ incline alla simulazione, che però dentro e fuori dal campo nulla ha da spartire con quel piantagrane di Balotelli. In definitiva, tutto e niente. Le sue sorti passano sì dalla voglia di rimettersi in gioco e riscoprirsi determinante a 30 anni in un torneo di livello inferiore alla Premier League, ma anche da come lo gestirà mister Inzaghi. Uno che sa cosa significa essere un attaccante.

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