Interventi a gamba tesa

Figc connection: a casa i poteri forti!

Dopo la disfatta brasiliana doveva essere rivoluzione, ma tra Tavecchio, Albertini e giochi di potere il ricambio dirigenziale della Figc si tramuterà in una guerra civile “libica”…


Natal (Brasile) ore  15.00 locali: “è una decisione presa prima del Mondiale, mi prendo le mie responsabilità, quindi mi dimetto”, il capitano Prandelli abbandona la nave in rotta di collisione con l’iceberg dell’eliminazione dai mondiali. In un attimo quello che appariva un progetto lungimirante (codice etico, calcio offensivo e spettacolare, faccia pulita, Sacchi e il progetto tecnico, giovani in nazionale, banane antirazziste, amichevoli tra i terremotati e l’occhiolino all’antimafia) si sgonfia subito come una bolla immobiliare americana e il resto della ciurma subito si accalca alla ricerca di una scialuppa di salvataggio: Pirlo che non giocherà più in nazionale, Buffon che litiga con Cassano, De Rossi che attacca le figurine alla Balotelli.


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Il fuggi-fuggi dei dirigenti Figc. Dimessosi Prandelli, tutta Italia si è girata fissando il presidente della Figc Abete, in attesa di una risposta risoluta e tranquillizzante sul futuro della nostra nazionale. Il Povero dirigente chiamato  a fare il suo dovere , preso alla sprovvista e dall’imbarazzo per il dover  lavorare per la prima volta nella sua vita, si è guardato intorno alla ricerca di una via d’uscita nell’assalto dei giornalisti e, non trovandola, ha pensato bene di risolvere tutto gridando: “Aiutooo.. mi dimetto!! Ora parlate con Albertini, tiè!”. Finalmente poteva asciugarsi il sudore dalla fronte…
E’ il turno di Demetrio, il giovane che potrà renzianamente cogliere la palla al balzo e riformare finalmente questo nostro vecchio calcio malato: Rottamazione! Ma raggiunto dai microfoni Rai, il bambinello spaurito, scoppia in lacrime dalla tensione e, indicando il vecchio da rottamare Abete, grida tutto d’un fiato: “Prendo quello che ha preso lui!!”. In effetti, troppe responsabilità, quante pretese verso un giovanotto di appena 43 anni…


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Lotte di potere, Coni, Figc e la politica. La confusione attuale sulla nomina del nuovo capo della Figc risale al 2012 quando cambiarono i criteri di elezione permettendo così a un Tavecchio, con i voti di Lega Pro e Dilettanti, di avere la golden share di tutto il calcio italiano. Già a quel tempo Tavecchio era candidato, ma non era il suo turno. Chi frequenta il palazzo sa che nel calcio e nello sport, le principali cariche sono gestite sempre dai soliti noti: Carraro, Matarrese e Petrucci. Nel 2012 vinse Abete in un giro di potenti che arriva fino all’ ascesa politica di Montezemolo. In particolare la longa manu del patron Ferrari arrivò nel 2013 a imporre l’elezione al Coni di Malagò garante di poteri forti romani (sullo sfondo il governo Monti) dopo l’onnipresenza della gestione Petrucci.
Tuttavia i nomi passano, eppure i potenti restano da una parte ed ogni elezione Figc vede la pressione di Carraro e Matarrese pronti a spingere i propri candidati. Dopo lo scandalo del 2006, arrivò il commissariamento: sappiamo che la Figc ormai era una associazione a delinquere con sede Torino, sponda bianconera, ma dopo la battaglia in procura la Juventus vide perdere il proprio potere a favore di altre squadre protagoniste. Quel che è sicuro però è che la Figc non ha smesso i panni di arbitro non super partes, nonchè di gallinella dalle uova d’oro: chi favorisce quel potere avrà un vantaggio non solo sportivo, bensì economico, vedi i diritti televisivi.


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La guerra dei diritti Tv.  La Serie A, lo sappiamo, campa grazie ai diritti televisivi: 1 miliardo all’anno, i due terzi del fatturato. E, per la proprietà transitiva, le categorie inferiori pendono dai proventi tv della Serie A. Si chiama mutualità ed è regolata dalla Legge Melandri, col 6% da distribuire tra B e Lega Pro, più il 4% che un’apposita fondazione destina allo sviluppo dei vivai delle società professionistiche, al calcio dilettantistico e a due progetti extracalcio. Si tratta di un centinaio di milioni a stagione, una questione di sopravvivenza per i campionati minori, tanto che le leghe hanno fatto a botte in tribunale, salvo poi trovare un accordo sulla ripartizione. Che è il seguente e vale anche per il 2014-15: alla B vanno 56 milioni, alla Lega Pro 24 e ai Dilettanti 10.
La gestione dei diritti però è affare principalmente dalla Lega A, teatro di un nuovo fronte di guerra. Proprio l’anno scorso, la Juve tramite Andrea Agnelli, fallì la scalata o la spallata alla gestione attuale targata Galliani-Lotito. Non è un mistero che i diritti tv siano appaltati alla società Infront  e noti sono ormai gli stretti legami tra questa società e Galliani. Dalla scorsa elezione si è palesata proprio l’ alleanza Milan-Lazio, che ora si rinnova nella spinta di Tavecchio ai vertici della Figc e si avvicina una schiacciante sconfitta dell’opposizione capeggiata da Agnelli, orientata alla nomina di Albertini o al commissariamento.
Il pomo della discordia.  Il patto tavecchiano prevede un aumento di queste erogazioni, attraverso due leve: da un lato il previsto incremento del 20% delle entrate televisive per la Serie A nel triennio 2015-18 (quindi 20 milioni in più per la mutualità), dall’altro una suddivisione più favorevole alle leghe dei contributi federali. Quest’ultimo punto si traduce così: vincendo Tavecchio, la Federazione diventa a trazione «leghista» e le convenzioni Figc-Leghe, appunto, possono essere modificate in senso migliorativo per le società. Esempio: la Lega Pro attualmente percepisce 10 milioni dalla Federcalcio che sommati ai 24 della A fanno 34. L’obiettivo finale è di arrivare a 40-45 milioni, almeno uno a società. No, non abbiamo fatto male i calcoli. Nei piani dei «pattisti», infatti, c’è la riduzione a 40 squadre della terza serie, che già è scesa a 60. Insomma, meno club e più soldi per tutti.


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Tavecchio-Albertini, stesso potere. I poteri forti durante lo scorso mandato chiamarono  Sacchi e Roberto Baggio per cambiare volto alla nazionale, con quest’ultimo che propose un piano tecnico per riformare il calcio italiano. Al calciatore più amato d’Italia non si poteva dire di no, ma ben presto divenne la foglia di fico per lasciar tutto com’era… Ora Tavecchio e Albertini, pienamente immersi nella precedente gestione Figc in egual misura, riprendono proprio i piani dei due protagonisti degli anni ’90: “Vogliamo creare un sistema di centri di formazione Figc partendo dai centri locali, dalle regioni, da cui confluiranno circa 700 mila soggetti che potranno essere valutati”. Traducendo, i soggetti sarebbero i ragazzini di talento e di ambizioni. Per il resto, copiano la relazione di Baggio. Ma fu proprio Tavecchio, assieme ai compagni in Federcalcio, a neutralizzare il “divin codino”: “il settore tecnico doveva dare seguito con la Lega Dilettanti alla nascita dei centri federali nelle regioni”, chiosò Abete, regolarmente in carriera mentre Baggio diceva addio. Eppure lo stesso Baggio aveva presentato un progetto importantissimo da 10 milioni. Questi 10 milioni di euro stanziati, questi furbetti prima li hanno  ridotti e poi li hanno congelati. Dove sono finiti? Mistero. Tavecchio & co. non potevano perdere un pezzo di patrimonio, fatto di trafile, iscrizioni, cartellini, investimenti, scambi di favori. Allo stesso tempo Albertini si dimostrava il povero idiota che non solo non interviene in nessuna situazione, ma addirittura come vicepresidente sostenne le posizioni più “reazionarie”. Ora le sue parole sembrano rivoluzionarie. Che si sia svegliato?

 


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11 Agosto? dovrebbe essere il #calcinculoday. Ormai  le elezioni si sono svolte senza sorprese, ha vinto Tavecchio il vecchio, Albertini il falso giovane ha fatto la comparsa e come insegna il Gattopardo, essendo in Italia, tutto è cambiato perché nulla potesse cambiare. Lo scandalo più grande però, ai miei occhi, sta nel fatto che già dall’elezione di Abete si sapesse che il prossimo presidente Figc sarebbe stato Tavecchio, in quanto le norme elettive non fanno altro che avvantaggiare i rappresentanti di leghe numerose, bensì economicamente insignificanti, come la LND. E’ accettabile che nel periodo storico in cui la battaglia politica è incentrata sulla rottamazione renziana, sulle primarie e sulla democrazia diretta grillina, si possa stabilire il capo del calcio italiano con criteri dubbi e oscuri?
Qui ci vuole una riforma, una rivoluzione che venga dal basso. Il terzo stato del calcio, cioè i tesserati, dovrebbero ribellarsi e affermare un principio ben preciso: decidiamo noi!
Se vogliamo evitare che si ripeta sempre lo stesso teatrino, il palazzo del potere deve tremare veramente: da una parte (ma questa è una soluzione meno fattibile e discutibile) le cariche della Lega serie A e B dovrebbero essere stabilite da chi mette i soldi.

[I proprietari delle società? Macchè, ormai nessuno ha alcun soldo, le società vivono dei diritti tv. E allora dobbiamo chiederci: da dove vengono i soldi delle tv? Dall’utente finale, dai tifosi che, se nel calcio moderno sono sempre meno presenti, i soldi da loro investiti nella passione calcistica, anche durante la crisi, sono sempre di più.]

Quindi se le società italiane non accettano di condividere il potere con loro, come invece succede in Spagna dove per esempio Barcellona e Real Madrid sono guidate da assemblee di soci (tifosi), che almeno venga riconosciuto il potere del loro investimento all’interno della Lega, facendo scegliere loro il presidente delle Leghe Calcio.
Lo stesso discorso però è ancor più valido per la scelta del capo Figc. Perché non far votare tutti gli iscritti  alla federazione: allenatori, arbitri, calciatori ecc… a qualsiasi livello, senza alcun tramite, secondo il principio uno vale uno? I candidati non sarebbero così vaghi e incompetenti, perché il consenso dovrebbero conquistarselo e, di fronte a programmi contrapposti,  il misero ragazzetto che gioca per passione in una squadra di terza categoria potrebbe decidere se il futuro della sua federazione possa essere guidato da A o da B, allo stesso livello del Lotito di turno… Sarebbe semplice, ma ci sono affari troppo interessanti da mantenere intatti e così, solo una mobilitazione generale, un #calcinculoday potrebbe forse cambiare qualcosa… Arriverà mai il Masaniello del calcio italiano?

 

Alberto Paternò, Rimini. Nato nel vecchio millennio, in un'afosa giornata di luglio. Partorito tra ombrelloni e lettini della riviera romagnola, sfoga subito la rabbia per la venuta al mondo calciando ossessivamente Super Tele e Super Santos. Da quel giorno sopporta stoicamente l'esistenza, sguazzando nei campi melmosi della periferia riminese e sognando di diventare un giorno il nuovo Pessotto. Co-fondatore di Sportellate.it