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- di Alberto Paternò

Falso nueve: Muller, Messi e la falsa novità

 


Ci si mette anche la Germania. Nel paese dei Bomber, la Nationalmannschaft è arrivata in Brasile solo con Miroslav Klose come unico "vero attaccante", unico "vero nove". E per battere il portogallo (4-0), Miro è rimasto in panchina a guardare Thomas Müller ricoprire quel ruolo di "nove" che Guardiola gli aveva già dato un paio di volte.


Formatosi come punta, cresciuto come esterno destro d'attacco, creatore di spazi piuttosto che "pivot", ma realizzatore pieno di sangue freddo dai sedici metri, Muller è un "vero nove" per alcuni, falso nove per altri. Un'espressione la cui nascita è tanto vaga quanto la funzione che definisce. Genesi di un ruolo sfuggente e di una definizione inevitabilmente imperfetta.

Apparsa agli occhi del pubblico per tramite del Barça di Guardiola e Messi, il "falso nove" diventa controverso quando Fabregas ricopre il ruolo di vertice finale della Spagna a Euro 2012. L'apogeo di un calcio geniale e di una roja "dadaista" che cancella ogni definizione schematica in funzione del proprio amore per il pallone. Prova dell' ingresso ufficiale del termine nel grande dizionario globale del calcio è il suo inserimento nell'edizione 2014 del videogioco "Football Manager", in cui lo si definisce come simile a un playmaker o un centrocampista avanzato. L'inesauribile Wikipedia, referente principe in quanto a vulgata universale, considera il falso nove come "un centravanti non convenzionale, che spazia lungo il centro del campo per creare un problema di marcatura ai difensori centrali, che possono seguirlo lasciando spazi alle loro spalle, sfruttabili da centrocampisti e ali che si inseriscono in piena corsa o lasciarlo scorazzare permettendogli di avere tempo e spazio per un dribbling o un passaggio."

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Come i difensori, si mostrano disorientati anche i teorici del calcio, soprattutto se si volesse stabilire in quale giorno ci si è svegliati con l'idea di tirar fuori il nome di "falso nove". Per comprendere il termine, bisogna evidentemente capire le sottigliezze e la genesi di un ruolo fuori dagli standard classici.  Potrebbe sconvolgere sapere che il meccanismo esiste almeno fin dagli anni '30.

ALLE ORIGINI DEL FALSO NOVE

Le origini del falso nove sono più contestate di quelle del curling! Gli inglesi, che non possono permettere di lasciare ad altri l'invenzione del gioco (leggi il calcio fiorentino), rivendicando a sé la paternità di ogni particolarità del gioco, tirano fuori la carta di Gilbert Oswald Smith, giocatore di cricket, convertitosi nel Corinthian britannico alla fine del XIX secolo. Altri ritardano la nascita calcistica del falso nove  all'esplosione di Martin Sindelar  nel wünderteam  austriaco degli anni '30, ma il primo falso nove divenuto istituzione mondiale è senza dubbio Nandor Hidegkuti, attaccante della grande Ungheria degli anni '50. "L'attaccante ungherese è stato visto più nel proprio rettangolo di gioco che in quello avversario", scriverà il Guardian all'indomani della vittoria ungherese in terra inglese (6-3), meno affascinato dai 3 gol di Hidegkuti che dal suo stile di gioco. All' epoca si parlava di "WM" come si parlerà di "calcio totale" vent'anni dopo. Ma né Hidegkuti, né Cruijff o Di Stefano saranno mai definiti falso nove.

La prima occorrenza del termine sembra datare al 1988, uscita dalla del giornalista italiano Gianni Mura. Non in un articolo. In una agenda. Nella mitica Smemoranda, agenda-libro che ognuno di noi ha posseduto durante il proprio percorso scolastico, nella sua decima edizione rendeva omaggio al numero 10. E Mura racconta  Di Stefano: "Non ho visto Di Stefano negli anni della gioventù, difficile che a otto anni un giornale mi spedisse inviato a Bogotà, ma ricordo bene la "saeta rubia" nel Real. Era un finto 9, un vero 10, e sapeva far di tutto." Finto nove, la parola era uscita. Per la penna di un giornalista piuttosto che per la bocca di un giocatore o di un allenatore. E in vista degli sviluppi negli anni successivi, si può parlare di occorrenza avanguardistica o di una bottiglia lanciata in mare, ma non di una definizione sistematica.

Sarà comunque in Italia che il ruolo farà il suo ritorno, all'inizio degli anni 2000, quando un Spalletti, privo di attaccanti decide di posizionare Totti come punta della sua Roma. Un giorno di dicembre, Totti gioca, sul campo della Sampdoria, come centravanti. Gian Piero Savola, che scrive dell'incontro per "Il giornale", parla di un Totti che "non si è lasciato impressionare e si è comportato come una vera punta, lottando come una furia nel rettangolo dell'area, creando problemi incessanti tra i difensori centrali addormentati e distratti." Totti quindi non gioca cercando di fare "il falso nove", ma cerca di comportarsi come un vero centravanti, portando piuttosto inconsciamente le sue caratteristiche di trequartista nel suo nuovo ruolo. La stessa logica che farà dire a Fabregas, qualche anno più tardi: "Continuo a pensare che questo dibattito sul falso nove sia relativo, dal momento che sto cercando di giocare come una vera punta."

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IL DELANTERO MENTIROSO

Alcun giornalista, giocatore o allenatore. Nessuno all'epoca definì Totti come un un finto nove. Al contrario. Spalletti confessò di avergli chiesto di fare il centravanti. "Avvicinare Totti all'area, è come mettere la volpe più vicino al pollaio. Io ho privilegiato l'equilibrio di squadra: era più libero di fare quel che vuole, senza compito di copertura." Per l'allenatore di Certaldo il falso nove era dunque un modo per risolvere il problema Totti, giocatore fuori dagli schemi italiani classici, che avevano portato altri allenatori del nostro paese a sacrificare mostri sacri quali Baggio (definito da Platini un "nove e mezzo") o Zola. Era quindi un modo per far sopravvivere il trequartista alle necessità del calcio moderno. "Secondo me il ruolo di trequartista non è troppo diverso dalla prima punta: sempre avversario alle spalle, o difensore o mediano. Lui deve trovare la condizione per fare quei movimenti che non consentono il contatto con l’avversario, al di là dei cinque metri indietro o cinque avanti".

Per sentir parlare di falso nove sia nella stampa che sulle magliette, bisognerà dunque aspettare il Barcellona, Guardiola e Messi. Tuttavia è con Rijkaard che la storia comincia, durante una partita contro l'Athletic Bilbao, raccontata dal Mundo Depurtivo nel gennaio del 2008: "Messi diventava un po' sofferente sul lato destro a causa dell'impetuoso Koikili, che non fu per caso campione spagnolo di lotta greco-romana dilettante. Rijkaard ha deciso di metterlo come falso centravanti, affinché si calmasse un po' e per tentare la sorpresa."

Le stesse motivazioni spinsero inizialmente Guardiola nel modellare il ruolo di nueve mentiroso. Nove bugiardo: ecco come la Spagna scelse di definire questo nuovo ruolo. Mettendosi sulla scia di Leo Messi, il quale si auto definisce proprio con quel termine, davanti alla penna di un giornalista di "El Mundo": "l'allenatore mi ha spesso detto di giocare così per insinuare il dubbio tra le difese. E' ideale per il nostro gioco al Barça perchè quasi tutti i nostri attacchi si svolgono su quest'asse".

I LIMITI DEL NOVE BUGIARDO

"Messi ha il 10, ma è tutto tranne un 10, è un attaccante classico" spiega Safet Susic (ct Bosnia) su "So Foot". Informazione preliminare per la seconda parte dell'articolo: chi è un falso nueve, chi è un nove classico, chi è un dieci? In pratica, quali sono i limiti di questo nuovo ruolo che sfugge alla toponomastica calcistica tradizionale, tanto da aver dovuto definirlo con un nome così falsamente definitorio?

Se ci si attiene alla stretta definizione del ruolo, ossia "un giocatore che sembra giocare centravanti, ma che si "sgancia" da quel ruolo", per riprendere le parole di Jonathan Wilson, primo a teorizzare il ruolo nell'ottobre del 2009, le sfumature del ruolo sono pressoché infinite: non ci sono solo Messi e Fabregas, ma anche Benzema o Van Persie, Berbatov o Ibrahimovic, i quali ultimi uniscono a un fisico classicamente da nove con piedi buoni da dieci classico. Eppure non vengono mai definiti come falso nove, probabilmente perché il vertice dell'attacco è il loro ruolo iniziale e naturale, non vi sono stati collocati a posteriori (forse l'eccezione è Van Persie che cominciò come ala).
Ecco perchè la definizione di Muller come falso nove divide: il Raumdeuter non è più un vero nove, ma non possiamo dimenticare che è da lì che ha cominciato.
Il problema è che la vecchia Europa (prettamente l'Inghilterra), nel suo infinito bisogno di incasellare e di stabilire tutto in cifre e statistiche, non poteva vedere giocare qualcuno tra le sue due eterne linee di quattro senza avere un adamitico istinto eponimo, senza dargli un nome. E dal momento che questo giocatore, che si ritrovava nelle linee di centrocampo e difesa, in realtà partiva allineato come nove, senza essere un nove classico, si è semplicemente optato per "falso nove". Potessimo scegliere, nueve mentiroso sarebbe più giusto. Ma perchè rinominare una posizione che evolve, mentre il terzino o il difensore centrale, talmente differenti da una decina di anni a questa parte, non cambiano di denominazione?

PERDITA DI RIFERIMENTO E CALCIO SENZA ATTACCANTI.

Il nove è troppo importante per permettere una vaghezza terminologica. E' il solo giocatore che potrebbe considerarsi come punto di riferimento assoluto nell'immaginario collettivo. I vecchi dei tempi di Riva, Boninsegna o Rossi, non dicono forse che per vincere un Mondiale, ci vuole un grande portiere e un grande attaccante? Come se tutto quello che c'è in mezzo non importasse. Allora, quando Barcellona, Spagna o altri rimuovono il riferimento offensivo, il calcio si priva della certezza e cerca un nome per fermare questo giocatore così sfuggente.
E per trovare questo nome, si deve già determinare se il giocatore in questione è un centrocampista o un attaccante. La Spagna in questo caso parla di un elemento che rimane un attaccante, ma che comporta una variante tattica per i suoi spostamenti atipici, per far perdere punti di riferimento ai centrali avversari. Fuori dai confini iberici, invece, si parla di sistema di gioco senza attaccanti. A posteriori, la storia considera la Roma di Spalletti come una squadra che gioca con il 4-6-0. Parlando del Barcellona, dopo la sconfitta nell'intercontinentale per 4-0, l' allenatore del Santos Ramalho tirò fuori questa dichiarazione eccezionale: "Se giocate così in Brasile vi mettono sotto inchiesta per un delitto calcistico. (...) Hanno giocato con un 3-7-0. Una formazione inconcepibile da noi." Un calcio senza attaccanti, quindi? Lo smentisce direttamente Guardiola: "Non penso che abbiamo giocato con un 3-7-0. E' semplicemente il nostro modo di giocare. Cerchiamo di controllare il centrocampo e...lo spazio."

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Per controllare questo gioco, bisogna avere tecnica ovunque. Al centro, ma anche dietro e davanti. Inoltre ci vuole qualcosa di più del controllo per segnare dei goal. Ci vuole il "genio". Il genio di un nove o quello di un dieci. Guardiola e i suoi adepti del nueve mentiroso hanno scelto di avere tutte e due in una sola volta. Espulsi dagli schemi del calcio a zona, troppo lenti e irresponsabili nel loro pressing per guadagnare un posto a centrocampo o sulla fascia, i nuovi 10 si sono posizionati nel ruolo del centravanti.

Una volta posizionatosi al centro del diamante del 4-3-1-2, il trequartista è avanzato di una posizione per uscire dallo stress del pressing, spingendo sui lati degli attaccanti che sono divenuti dei corridori folli, con la responsabilità di inserirsi negli spazi liberati dagli spostamenti del trequartista.
L'elenco delle qualità per evolversi in falso nove non fa che accentuare l'evidente: dribbling e passaggi oltre la metà campo, finalizzazione da vicino come da lontano, e soprattutto istinto e senso del gioco. Un trequartista privo del centravanti che funga da referente davanti a lui. Il dieci più libero di sempre, in un qualche modo.

UN' IDENTITA' NELL'ASSENZA

Dato per morto con l'avvento del calcio di Sacchi, il trequartista dunque si reinventa in quello di Guardiola. Un dieci avanzato più che un "nove bugiardo". Un giocatore per definizione sfuggente come lo definisce Walter Mazzarri:"La forza del dieci sta nel fatto che gli avversari sono incapaci di capire se si tratti di un centrocampista, un'ala o un attaccante."

Potete allora continuare a parlare di falsonueve, se volete. O cominciare a parlare di dieci avanzato, di un trequartista che oscilla tra la tre o quattro quarti. O accettare che il calcio possa sfuggire alle denominazioni, come un attaccante  che si smarca, si sgancia e scappa alla difesa.
Infine, il nove è un villaggio, il centrocampo una città vicina e, tra le due, c'è la strada dove (come un Kerouac calcistico) il trequartista ha posto la sua casa. In mezzo al nulla, non è più il villaggio non è ancora la città. Un luogo senza nome che sarebbe dovuto restare fuori da ogni denominazione geografica (calcistica). Il problema è che il proprietario un giorno si è chiamato Lionel Messi. Quindi, si è dovuto "battezzare" il luogo. L'uomo più importante al mondo non può abitare da nessuna parte.
Il falso nueve è realtà, perché il giocatore più forte al mondo, Lionel Messi è reale.


 

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