Interventi a gamba tesa

Vite parallele – Taarabt Boateng


“And if my friend Boateng, who was with me at Tottenham a number 6 and was often in the stands, playing 10 I think I have a chance too”.

Così diceva di Boateng, con una notevole nota di arroganza (e di realismo, a dire il vero), nell’anno domini 2012, il buon Adel Taarabt.
Il caso volle che il mercuriale marocchino approdasse in rossonero giusto una manciata di mesi dopo che il ghanese-ogni-quattro-anni di Berlino lasciasse libera la maglia che fu dell’attuale allenatore del Milan e prima ancora di Manuel Rui e di altri esponenti di spicco del pantheon milanista.
Il caso, e pensa che caso, volle che l’impatto del funambolo di Fes fosse estremamente simile a quello di Boateng.
Un impatto devastante.
Due gol, una presenza costante, tanta, tantissima corsa e, incredibile a dirsi per un osservatore della Premier League, un’abnegazione totale alla causa e uno spirito di sacrificio che non erano neanche lontanamente pensabili per il giocatore che scaldava la panchina della squadra fanalino di coda del campionato inglese.
Ma facciamo un passo indietro..

Boateng giunge via Genoa nel 2010, dopo un campionato del mondo che vede lui e il suo “nuovo” paese d’origine protagonisti della kermesse sudafricana. Arriva al Milan dopo esser retrocesso con il Portsmouth -squadra capace di restituire al campionato italiano un altro grande interprete del “giuoco” del pallone born in Ghana come quel campione (…) di Muntari- e le prime impressioni non potevano che esser condite dallo scetticismo generale.
Bene, le prime impressioni scomparvero alla luce di quel che fece KPB nel suo primo anno e mezzo in rossonero, lasciando posto ad una sorta di ammirazione estasiata.
Corsa, potenza, voglia, grinta, gol mirabolanti, abnegazione, qualche colpo di tacco da artista ma sempre e comunque funzionale alla causa. Questo fu Boateng. Fu, perché poi non diede seguito a ciò, perso ad inseguire la chimera di essere un trequartista e non un centrocampista.
I tifosi rossoneri eran convinti di aver trovato il loro Arturo Vidal, un instancabile motorino di centrocampo capace di colpire in attacco alla stregua del numero 23 bianconero, con i tempi di inserimento di Marek Hamsik e la forza d’urto del Fredy Guarin delle notti migliori.
Niente, non fu così.
E il buon Prince prese la via di Gelsenkirchen senza esser rimpianto se non da qualche grupie e da qualche venditore di pantagonna.

L’impatto di Adel ricorda la furia che fu Prince: scetticismo iniziale, scherno da parte dei commentatori d’oltremanica, tanta voglia, tantissima corsa, voglia di riscatto e un’autostrada spianata verso il cuore dei tifosi milanisti.

Giocatori diversi, personalità differenti ma vite parallele.
E, ci si augura, un epilogo di gran lunga migliore.
Coraggio, #inAdelwetrust.


 

Milanese, classe 87 e milanista. Non credo in nulla che non sia uscito dai piedi di Cantona o Le Tissier. Mi disimpegno come praticante avvocato nel tempo libero. Detesto chi considera il tifoso un accessorio o il male del calcio. Considero Argentina e Balcani i veri genitori del calcio come dico io. La vita è da affrontare con la Garra giusta.