Interventi a gamba tesa

Oklahoma City Thunder: eterni incompiuti?

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DENVER, CO – NOVEMBER 9: Russell Westbrook #0 of the Oklahoma City Thunder reacts to a play against the Denver Nuggets on November 9, 2017 at the Pepsi Center in Denver, Colorado. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and/or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2017 NBAE (Photo by Garrett Ellwood/NBAE via Getty Images)


Si è conclusa per l’ennesimo anno troppo presto la stagione di Westbrook e compagni. Ogni anno gli Oklahoma Thunder hanno i riflettori puntati addosso come possibile avversaria di Golden State ad Ovest, e ormai puntualmente, da tre anni, l’uscita al primo turno è servita.


Ripartiamo dall’estate 2016: Oklahoma viene sconfitta dai Golden State Warriors nella finale di conference a Ovest, dopo un’intensa gara 7. Tuttavia gli Warriors perdono il titolo contro i Cavaliers di Lebron e Irving, e il resto è storia. Kevin Durant firma proprio per Golden State, lasciando nelle mani di Westbrook il destino sportivo di Okc. Quest’ultima frase spiega alla perfezione la stagione 2016-2017 di Oklahoma: il nuovo arrivato Victor Oladipo non riesce mai a entrare realmente in squadra, la quale riuscirà a raggiungere comunque i Playoff, grazie all’entusiasmante stagione individuale di Westbrook, che chiuderà con una tripla doppia di media e il titolo di MVP, salvo poi uscire per 4-1 contro gli Houston Rockets.

Estate 2017, Sam Presti riesce a portare ad Oklahoma Paul George e Carmelo Anthony, nel primo caso scommettendo sulla sua permanenza l’estate successiva -mossa ripetuta dai Toronto Raptors per Kawhi Leonard-, nel secondo invece sperando in un ritorno ad alti livelli di Anthony. Anche qui, grandi aspettative e uscita al primo turno, stavolta 4-2 e contro gli Utah Jazz guidati dal rookie Donovan Mitchell, e da ottime prestazioni di ‘gregari’ come Ingles e Rubio. Gara 6 farà registrare soli 5 punti per George, e l’uscita dal campo di Anthony in molti passaggi decisivi della gara: si arriva alla postseason con tanti punti di domanda, primo tra tutti la decisione di Paul George.

Per quello che ha dimostrato Anthony ad Oklahoma, è stato poco corretto definirli “big three”…

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Giugno 2018 George inaspettatamente decide di restare: contemporaneamente pubblica su Instagram un selfie con Westbrook dove scrive ‘Unfinished business’; in seguito viene spedito Anthony agli Hawks e si acquisisce il tedesco Dennis Schroder, nella speranza di aggiungere punti e credibilità ad una panchina pressochè nulla negli anni precedenti. E con Billy Donovan ancora alla guida della squadra, si arriva finalmente a quest’anno.

La stagione di Oklahoma fino alla pausa per l’All Star Game è solida, sempre tra il terzo e il quinto posto, mettendo in mostra un Paul George in corsa per il premio di MVP da un lato, e i tanti e da un certo punto di vista ‘nuovi’ problemi al tiro di Westbrook; lo zero non è mai stato un tiratore naturale, ma mai aveva mostrato così tanta difficoltà al tiro e ai liberi. Dopo l’All Star Weekend qualcosa cambia, 12 vittorie e 13 sconfitte per chiudere la stagione al sesto posto, e ritrovarsi nella parte di tabellone che li vedrebbe contro Golden State o Houston solo nelle Finali di Conference. C’è Portland di Lillard e McCollum sulla strada di Oklahoma, i cui Playoff terminano subito con un 4-1 a favore dei Trail Blazers.

Proviamo ad analizzarne le cause. Oklahoma si presenta con un Paul George con forti dolori alla spalla, costretto a giocare da subito con una fasciatura (30% in gara 1 per lui), ma paradossalmente sembra essere l’ultimo dei problemi. La squadra di Donovan presenta il solito attacco statico, affidandosi alle giocate di talento di George e a quelle di Westbrook, ma con scarsi risultati: lo zero, eccetto gara 3, unica vittoria ottenuta da Donovan, continua a mostrare i problemi al tiro manifestati durante la regular season. Quello che salta subito all’occhio è l’incapacità di Donovan di trovare non tanto soluzioni offensive, quanto strategie difensive in grado di fermare Lillard e McCollum: la qualità principale dell’allenatore era sempre stata quella di mostrare una difesa competente e preparata, il cui obiettivo era vincere le partite prendendo un punto in meno, e non segnandone uno in più, dato che dalla decisione di Durant in poi, il talento offensivo dei Thunder non è mai stato abbondante. Per un’intera serie si sono visti Lillard, ma soprattutto McCollum, prendere gli stessi tiri, e segnare gli stessi canestri; si è vista la difesa di Donovan continuare a scommettere sulle triple dei tiratori di Portland, cosa che in quasi tutti i momenti della serie ha spostato gli equilibri.

Questa è già storia.

Postseason 2019. Da dove si riparte Sam? Sam Presti è sempre stato ritenuto dagli addetti ai lavori uno dei migliori general manager della lega, grazie all’aver pescato dall’Nba Draft Durant nel 2007 quando era a Seattle, Westbrook nel 2008, e James Harden nel 2009. Quando per i Thunder si prospettava un futuro di hero-ball di Westbrook come nella stagione 2016-17, Presti riesce ad acquisire via trade George, per poi rifirmarlo l’anno successivo, restituendo ambizione e prestigio alla franchigia: tuttavia quasi mai si parla dei suoi limiti, poiché più facile sparare a zero sulle prestazioni di Westbrook e sulla storia della sua ossessione per i numeri. “Le caratteristiche che deve avere un giocatore per Sam Presti devono essere velocità e grande atletismo”: quante volte lo abbiamo sentito in telecronaca a sky? Non che ce ne fosse bisogno. Basti pensare a tutti i giocatori che hanno vestito la casacca dei Thunder: da Reggie Jackson, a Serge Ibaka, passando per Andre Roberson e Jerami Grant, arrivando sino all’ultimo rookie, Terrance Ferguson. Si è sempre fatta la scelta di privilegiare l’aspetto atletico e dinamico, non dando mai troppa importanza alla qualità delle mani dei giocatori scelti: prendendo in esame il roster attuale, chi garantisce un sicuro 40% nel tiro da tre punti? Paul George, fine. Se questa scelta ha pagato in passato, quando si arrivò alle Finals contro i Miami Heat di Lebron nel 2011, o quando si arrivò a un passo dalle Finals nella sopracitata serie contro Golden State, è evidente che ora non è così. Siamo in un periodo storico in cui squadre in Nba sono interamente costruite sul tiro da tre punti, un modello che può pagare o meno, ma che quanto meno mette in mostra un’identità; basta considerare il percorso degli Houston Rockets, o ancora meglio quello dei Milwaukee Bucks, i quali hanno incentrato il proprio progetto su un giocatore, Giannis Antetokounmpo, che non può essere marcato da quasi nessuno se vuole andare al ferro, e per questo lo hanno circondato di tiratori dalle percentuali sicure nel tiro da tre punti: strategia che per il momento li ha portati sul 3-1 contro Boston. La sensazione è che la dirigenza Thunder debba provare a fare questo, seguendo la strada dei Bucks, o quanto meno un percorso che gli consegni un’identità, e non un’altra uscita al primo turno nella prossima stagione. Certo i primi segnali non sono incoraggianti, vista la probabile conferma di Donovan alla guida della squadra, allenatore che sembra aver fatto il suo tempo senza mai aver provato o essere riuscito a dare una sua impronta. A questo si aggiunga una situazione salariale tutt’altro che rosea, che non consentirà di fare grandi rivoluzioni, se non sacrificando qualche pezzo pregiato, Steven Adams su tutti, sembrato in difficoltà dal punto di vista difensivo, dopo una serie in cui è stato per larghi tratti dominato da Enes Kanter, l’ex di turno.

Onestamente, un Kanter decisivo nei possessi finale di una gara 4 dei Playoff, era difficile da immaginare.

La sensazione è che Oklahoma abbia bisogno di grandi cambiamenti, chissà se riguarderanno Russel Westbrook, il quale ha dichiarato nella conferenza di fine stagione che mostrerà notevoli miglioramenti al tiro dalla prossima stagione. Chissà se ci riuscirà, sarebbe gia un grande innesto per provare a cambiare pelle alla storia dei sin qui eterni incompiuti Thunder.


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Gabriele Rogani, nato a Roma, classe 98’. Studente di scienze della comunicazione, con il giornalismo come obiettivo professionale. Tifoso laziale, amante dello sport in generale, con una passione particolare per il calcio e per lo spettacolo della NBA.