Interventi a gamba tesa

All’attacco del semispazio

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È il quarantaduesimo minuto di gioco all’Etihad Stadium di Manchester, quando Zinchenko, in possesso di palla nel semispazio sinistro offensivo, serve con un preciso passante Leroy Sané, talentuoso ed elegante attaccante esterno, scattato in profondità alle spalle del suo diretto marcatore. Il City, squadra ospitante, è impegnato ad affrontare lo Schalke 04, club tedesco di base a Gelsenkirchen, nel match di ritorno degli ottavi di finale della Champions League 2018-2019 ed il punteggio è già sul 2 a 0 per gli inglesi. Con un preciso rasoterra mancino, l’ala tedesca di origine senegalese mette a segno la terza rete, chiudendo definitivamente le porte a qualunque speranza di qualificazione al turno successivo degli ospiti, suoi connazionali, che già erano capitolati nella partita di andata per 3 a 2, dopo essere stati a lungo in vantaggio, anche in termini numerici.


Il pubblico, entusiasta, scoppia in un urlo di gioia. Forse prova anche una leggera sensazione di sollievo. In fondo, il Manchester City non ha abituato i suoi fans al successo nelle competizioni internazionali e il singolo gol di vantaggio su cui la squadra poteva contare, non poneva i “citizens” totalmente al riparo da sorprese. In ogni caso, si è pronti a scommettere, i tifosi ricorderanno a lungo quella rete, così come ricorderanno le altre sei messe a segno quella stessa sera. Perché nella memoria di qualunque supporter rimangono scolpiti i gol, unità di misura di successi o sconfitte, mentre lo stesso non può dirsi delle azioni, delle sequenze di passaggi o, più in generale, delle circostanze che hanno portato alla loro realizzazione. Del resto, al sostenitore importa principalmente il risultato finale. Non è un tecnico. Non percepisce il gol come un prodotto di un collettivo, come la sublimazione di una filosofia di gioco, come l’attuazione, da parte di undici uomini, di chiari principi per i quali l’allenatore si è ripetutamente sgolato durante sessioni di allenamento e partite, nella speranza di inculcarli nelle menti dei suoi giocatori, materiali esecutori delle sue idee. Per un C.T., dunque, il gol di Sané, come qualunque altra rete, è un prodotto. In particolare, quel gol è il prodotto di un eccellente passaggio, partito da una zona di campo ribattezzata semispazio ed eseguito magistralmente da un falso terzino, termine coniato per descrivere il ruolo posizionale ricoperto dai difensori esterni del Bayern Monaco e del Manchester City, durante la gestione tecnica di Pep Guardiola.

Proviamo, con l’aiuto dell’immaginazione, a dividere longitudinalmente ciascuna metà campo del terreno di gioco in cinque parti, facendo partire dalla linea di fondo quattro linee rette (rispettivamente dai vertici destro e sinistro dell’area di rigore e dai vertici destro e sinistro dell’area piccola) e congiungendole con la linea di centrocampo, che andranno ad intersecare perpendicolarmente. Ogni metà campo risulterà divisa in cinque porzioni spaziali. Possiamo definire semispazio (da “halbraum”, termine utilizzato dal settore tecnico della federcalcio tedesca) ciascuna porzione di terreno di gioco, di forma rettangolare, avente come lato corto il segmento di linea di fondo che va da ciascun vertice dell’area piccola al più vicino vertice dell’area di rigore.

Illustrazione 1: i semispazi vengono ricavati suddividendo longitudinalmente ciascuna metà di gioco in cinque macro-aree.

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Ebbene, l’occupazione e l’aggressione dei semispazi, con tutta probabilità ignoti ad una grandissima fetta di appassionati di calcio, è concetto moderno al centro della filosofia offensiva di alcuni top team europei, poiché da tempo è stato scoperto che esistono zone di campo che, se attaccate e occupate con successo, possono aumentare la prolificità offensiva di una squadra. In principio, a cavallo del secondo e terzo millennio, alcuni analisti avevano infatti individuato che i club con le più alte percentuali di vittorie erano soliti operare un maggior numero di passaggi verso, da e all’interno di uno spazio rettangolare, appena fuori l’area di rigore, che definirono “zone 14”, altrimenti noto anche come “the golden square”.

Illustrazione 2: “The Golden Square”, ovvero la zona 14, si ricava dividendo il campo di gioco in tre sezioni verticali ed in sei sezioni orizzontali.

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Per intenderci, quella porzione di terreno di gioco, localizzata esattamente tra la linea difensiva e quella di centrocampo della squadra avversaria, coincide con la zona di campo in cui era (ed è) chiamato a smarcarsi a supporto, o a sostegno dei compagni, il classico trequartista, oppure, in tempi più recenti, il “falso nueve”. Portare un proprio giocatore in possesso di palla nella zona rifinitura è cruciale. Servirlo fronte alla porta in quel rettangolino  spaziale può segnare il confine tra un’azione offensiva andata in fumo e una andata a buon fine, tra una vittoria e una sconfitta, tra un’immensa felicità collettiva ed una cocente delusione, tra una gioia popolare e un disastro nazionale, tra il guadagno di svariate decine di milioni e il ridimensionamento di una strategia aziendale, specie quando a giocarsi una coppa, un campionato, un titolo, sono club dal fatturato a nove zeri. Tuttavia, è nata recentemente una corrente di pensiero che considera ancor più importante servire, smarcare, o portare in possesso di palla un proprio giocatore nei semispazi. È vero, verticalizzare dalla “zone 14” per innescare azioni maggiormente pericolose è, o per lo meno dovrebbe essere, certamente più facile. Logicamente, dalla zona rifinitura, il conducente del pallone, nel caso in cui si venga a trovare fronte alla porta, dispone di un’ampia visione di gioco e può, quindi, innescare i compagni scattati in profondità alle spalle dei difensori avversari, oppure può concludere a rete, considerato che gli si staglia davanti lo specchio di porta in tutta la sua ampiezza, in tutta la sua interezza.

È altrettanto vero, però, che nella corsia centrale del campo la densità di avversari è maggiore, perciò, ricevere spalle alla porta, girarsi, e al contempo mantenere il possesso palla, è complicato. Si consideri poi un elemento ulteriore. Le opzioni di passaggio tecnicamente più semplici a disposizione dell’attaccante in zona rifinitura sono quelle di assistere un altro giocatore all’interno della stessa, oppure di servirne uno propostosi nelle zone adiacenti, proprio nei semispazi, corsie perfettamente identiche e simmetriche tra loro. Al contrario, lo stesso giocatore, ove fosse all’interno del semispazio, avrebbe a disposizione due scelte differenti, ma dalla stessa difficoltà tecnica. Potrebbe servire il compagno smarcatosi in fascia, o alternativamente quello posizionatosi nel corridoio centrale, ampliando così le possibilità di sviluppo e costruzione della manovra della propria squadra.

Illustrazione 3: differenti sono le immediate e più agevoli opzioni offensive del portatore di palla fronte alla porta nel semispazio, rispetto a quello posizionato nel corridoio centrale del terreno di gioco.

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Josep Guardiola dell’importanza dei semispazi se ne è accorto già da qualche anno e della loro occupazione ne ha fatto un mantra. Nel sistema di gioco del City, in fase di possesso palla, i centrocampisti interni (nonché gli attaccanti esterni e l’attaccante centrale, nel caso in cui siano avvenuti scambi di posizione, circostanza per gli “sky blues” assai frequente) hanno facoltà e obbligo di movimento negli “half spaces”, in zona rifinitura.

Illustrazione 4: tipica disposizione offensiva, in fase di sviluppo della manovra, degli undici giocatori titolari del Manchester City. A turno, Silva e De Bruyne si propongono nei semispazi, in zona rifinitura, mentre Aguero agisce come “falso nueve” con licenza di svariare su tutto il fronte offensivo.

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L’idea di fondo è quella di obbligare i giocatori avversari, chiamati a presidiare difesa e centrocampo, a compiere una scelta tra due mali, tra due morti alternative. Non possiamo illustrare in questa sede tutte le varianti che un tale schieramento offensivo può generare. Ci limiteremo, pertanto, a fornire un unico esempio. Poniamo il caso che a fronteggiare il City di Guardiola vi sia una squadra disposta secondo il classico 4-4-2, mantenente tutti i reparti perfettamente in linea, e che a condurre palla vi sia uno dei due terzini degli “sky blues”. Il movimento dei centrocampisti offensivi nei semispazi tra le linee nemiche comporterebbe automaticamente quattro possibili e immediate conseguenze.

In prima ipotesi, se questo movimento fosse seguito da uno dei due interni di centrocampo avversari, si aprirebbe un corridoio centrale, utilizzabile per servire l’attaccante centrale posizionato all’interno del “golden square” (Figura A). Se, invece, a stringere per contrastare l’avversario fosse uno dei centrocampisti esterni (circostanza già vantaggiosa di per sé), il falso terzino potrebbe indisturbatamente far viaggiare il pallone in direzione dell’ala, la quale difficilmente subirebbe un raddoppio di marcatura (Figura B). In terza ipotesi, uno dei due centrali difensivi potrebbe uscire dalla linea per interessarsi direttamente del centrocampista avanzato, lasciando dietro di sé un ampio spazio attaccabile dall’attaccante esterno, finito in situazione di uno contro uno con il suo diretto marcatore. A questo punto, il possessore di palla potrebbe assisterlo in profondità con una rapida verticalizzazione, con gravi conseguenze per la difesa (Figura C). Conseguenze che sarebbero addirittura ancor più gravi ove ad incaricarsi di contrastare il David Silva di turno fosse il terzino (Figura D).

Certo, un’ulteriore possibilità per i difendenti potrebbe essere quella di lasciare ricevere palla al centrocampista offensivo, senza opposizione alcuna. Considerate, tuttavia, le straordinarie capacità tecniche dei “citizens” e le valutazioni svolte fino ad ora sulle pericolosità che possono derivare dall’aver lasciato margine di manovra, in quella zona di campo, ai giocatori avversari, nemmeno questa sembra una soluzione auspicabile.

Figura A

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Figura B

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Figura C

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Figura D

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Nell’esempio che si è sopra formulato, comunque, la scelta di attribuire il possesso del pallone ad un terzino, anche esso all’interno di un semispazio, non è stata affatto casuale. Lo schieramento dei propri difensori esterni in quella posizione, in fase di sviluppo della manovra, è una delle innovazioni tattiche ascrivibili al tecnico spagnolo, risalente al periodo da egli trascorso alla guida del Bayern Monaco. Nel sistema di gioco del City una tale soluzione è funzionale a quattro scopi principali: in primo luogo, l’avanzamento e il contemporaneo accentramento dei terzini ripara gli “sky blues”, in caso di transizione negativa, da eventuali rapide ripartenze avversarie; in secondo luogo, garantisce una più celere riconquista del pallone, perché rende più facile creare densità nella zona centrale del campo; in terza battuta, svincola i centrocampisti interni da compiti difensivi e ne aumenta la libertà di svariare in zona rifinitura, proprio nei semispazi; infine, favorisce la circolazione del pallone, poiché aumenta le linee di passaggio a disposizione della squadra (per esempio, permette ai centrali difensivi di servire direttamente gli attaccanti esterni abbassatisi in fascia). Ma forse vi è di più. Mantenere i terzini nei semispazi, diagonali rispetto alla porta, può ulteriormente aumentare l’efficacia offensiva della squadra. Infatti, i “false fullbacks”, in ragione del loro collocamento sul campo, dispongono di una ampia visione di gioco (superiore a quella dei giocatori posizionati nella corsia centrale fronte alla porta e inferiore solo a quella degli attaccanti esterni, i quali sono, tuttavia, limitati nella loro azione dalla presenza delle linee laterali), circostanza che li rende ideali playmakers aggiunti, poiché, tra l’altro, le verticalizzazioni diagonali sono i passaggi di più difficile lettura per le difese, dato che obbligano i difensori a compiere movimenti poco naturali.

Illustrazione 5: normale campo visivo a disposizione di un giocatore posizionato diagonale alla porta all’interno di un semispazio, poco oltre la linea mediana del campo.

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Si comprende, dunque, perché Guardiola abbia schierato nel ruolo di difensori esterni giocatori, come Delph o Zinchenko, privi delle tipiche caratteristiche storicamente richieste ai classici terzini, ma dotati, piuttosto, di abilità, quali precisione nei passaggi e visione di gioco, peculiari del centrocampista. Perché ha capito l’importanza di sfruttare a pieno i semispazi. Perché se la “zone 14” è un “golden square”, gli “half spaces”, per tutte le ragioni esposte, sono dei “golden rectangles”.

A cura di Carlo Iannaccone


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