Interventi a gamba tesa

Dirk Nowitzki, il tedesco venuto dal futuro

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Nella notte, Dirk Nowitzki ha appeso per l’ultima volta al gancio dello spogliatoio la canotta n°41 dei Dallas Mavericks, quella che verrà ricordata per sempre come la sua casacca. Un percorso che l’ha portato in qualche anno dal luogo più tedesco della Germania al più americano degli Stati Uniti. Un viaggio di sola andata a bordo del talento e della visione cestistica di un giocatore capace come pochi altri nella storia di imporre al gioco le proprie regole.


Una certezza assodata quando si parla della Germania è che il tedesco non è assolutamente una lingua dal suono piacevole. Per quanto l’epica sassone e il romanticismo ci abbiano regalato opere notevoli scritte in quest’idioma, cambiare opinione sulla lingua rimane impossibile. Duro, crudo, scontroso, quasi come se fosse stato appositamente creato a immagine e somiglianza del popolo che lo parla. Difficile da imparare per un non tedesco, come se conoscerlo a fondo fosse un privilegio riservato a chi è nato in quel determinato contesto. Esiste però una parola che riesce a farsi notare in positivo all’interno di questa giungla di consonanti e vocali aspirate: è la parola wunderIn un linguaggio come quello tedesco che tende ad agire per complicazione questa parola emerge proprio per la sua inaspettata capacità di essere riduttiva, intuitiva ed assolutamente efficace. In italiano la tradurremmo con il termine meraviglia, che a dir la verità, pur nella lingua di Dante fa la sua porca figura a livello di bellezza. Non è un caso dunque che il più grande sportivo della storia della Germania abbia legato la sua carriera a questa parola, entrando nell’immaginario di tutti con il soprannome WunderDirk.

Quanta vita passa tra l’essere un bambino neonato della provincia tedesca e il diventare il cestista europeo più forte di sempre? Per saperlo con certezza dovremmo dirigerci verso Würzburg, nella Baviera settentrionale, e citofonare alla famiglia Nowitzki. Quando il 19 giugno 1978 Helga partorisce il suo primo figlio maschio tutti sanno che nel futuro del bambino ci sarà molto sport. La tradizione famigliare lo impone, Madre Natura completa l’opera regalando a Dirk una statura notevole ed utile ad imporsi in ogni attività fisica in cui si cimenta. Inizialmente le passioni del padre lo spingono verso il tennis e la pallamano, ma Dirk continua inesorabilmente a crescere e quando qualcuno dei compagni inizia a burlarsi di lui definendolo un “freak” (uno scherzo della natura), decide di buttarsi nel mondo del basket. A posteriori tutti noi amanti della pallacanestro dovremmo un grazie a chi gli ha fatto prendere quella scelta, perché ciò che ne è risultato è un giocatore senza eguali, che ha segnato un solco nel futuro del gioco.

Dirk all’opera ai tempi della sua squadra liceale.

Lucio Anneo Seneca in una delle sue opere scrisse: “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità“. Difficile trovare parole migliori per descrivere l’inizio della carriera giovanile di Nowitzki con la divisa del DJK Würzburg, squadra della sua città. Il talento di Dirk è notevole e abbagliante e la palla gli esce dalle mani come se non avesse fatto altro per tutta la vita. L’opportunità invece gliela cuce addosso Holger Geschwindner, che folgorato dalla sua bravura, lo prende sotto la propria ala diventandone l’allenatore personale. In tre stagioni Dirk scala le gerarchie della squadra e conquista una storica promozione in Bundesliga. A 18 anni è già il leader tecnico della propria squadra e in patria iniziano a parlare di lui come si parla di un predestinato, le voci si rincorrono e giungono veloci negli USA, in particolare al quartier generale Nike, che lo invita ad un’esibizione promozionale. All’interno della partita c’è un momento di svolta: in contropiede Dirk riceve un pallone in corsa, alza lo sguardo e si ritrova davanti Charles Barkley, MVP NBA del 1993, senza pensarci si alza in volo e gli schiaccia in testa. Al termine della partita Barkley afferma: “Quel ragazzo è un genio. Se vuole entrare in NBA può chiamarmi“. Lo vuole Charles, eccome se lo vuole.

Al draft del 1998 Dirk si rende eleggibile rifiutando di giocare l’anno di college. È un draft strano, in cui alla n°1 i Clippers scelgono il nigeriano Olowokandi, una delle più scarse prime scelte di sempre. Alla n°6 i Dallas Mavericks selezionano Robert Traylor, centro di Michigan State: Robert pesa 140 kg e quella sera indossa un gessato che tira da tutte le parti, ma mostra uno sguardo fiero alla tv americana mentre indossa il cappellino dei Mavs. Ciò che non sa è che in realtà il GM texano lo ha già scambiato con quel tedesco che Milwaukee ha draftato alla 9 e che ha ricevuto pure qualche fischio nel momento in cui Stern ha pronunciato il suo nome: Dirk Nowitzki. Quella è la notte in cui scatta l’amore tra Nowitzki e Dallas, una storia romantica, monogama, lunga e destinata a regalare molte soddisfazioni.

Il giovane Dirk, con un taglio di capelli degno della migliore popstar tedesca, si presenta ai Mavericks. La nascita di un grande amore.

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Tra Würzburg e Dallas ci sta letteralmente un oceano, geograficamente e culturalmente, ma se c’è una lega sportiva che non aspetta nessuno quella è l’NBA e Dirk è costretto ad adattarsi in fretta. La stagione 98′-99′ è accorciata dal lock-out per l’accordo collettivo e Nowitzki non brilla nella sua annata da rookie segnando 8,2 punti di media. Quando si presenta ai nastri di partenza della stagione 99′-00′ però trova il suo allenatore Don Nelson ad aspettarlo sulla porta. Nelson l’ha studiato per tutta l’estate, sa che ciò che gli sta passando tra le mani è un bene da non sperperare, e ha deciso che insieme a lui porterà il basket ad un nuovo livello, ridefinendo il ruolo di ala grande. Chi l’ha detto che uno con un fisico di 2.13 debba giocare per forza tutti i suoi minuti sotto canestro? Soprattutto se possiede questa capacità mai vista prima di attaccare fronte a canestro, in post e in pick and roll? Lo staff lavora per migliorare ulteriormente il tiro di Dirk, che è qualcosa che non si è mai visto: un fade-away con richiami un po’ Jordan e un po’ Olajuwon, ma che è completamente immarcabile per l’altezza da cui parte. Quello diventerà il tiro NowitzkiSe volete provare a bendarlo, fatelo. Tanto non sbaglia comunque.

Leggendario ed immarcabile.

Il 2000 è anche l’anno in cui la franchigia Dallas viene rilevata da Mark Cuban. Cuban è fondamentalmente un pazzo, un milionario di quelli che i soldi non sanno più dove metterli, un istrionico personaggio con un ego grande come tutto il Texas. È l’opposto di Dirk, ma è una storia americana e il rapporto tra i due decolla. Insieme porteranno i Mavs ad essere una delle squadre più seguite di inizio millennio, anche perché il tedesco alza clamorosamente il proprio rendimento stagione dopo stagione. Non gioca a basket, Dirk balla sulle note disegnate per lui da Nelson e dal suo playmaker Steve Nash. La 2005-06′ è una stagione decisiva nella carriera di Nowitzki: a suon di prestazioni trascina Dallas fino alle finali NBA, dove incontra Miami. I Mavs vanno sopra 2-0 e in gara 3 a sette minuti dal termine sono sopra di 13. Dirk vede il traguardo, sta per realizzare il proprio obiettivo, a Dallas si stappa lo champagne. Ma Miami rimonta, guidata da un Wade stellare, vince gara 3 e le successive tre partite. È uno schiaffo che fa malissimo, anche perché i media non gli risparmiano le critiche: gli danno dell’acerbo, dell’incompiuto, del perdente. Nowitzki non è geneticamente predisposto ad arrendersi e la stagione successiva gioca la sua miglior stagione di sempre arrivando addirittura al titolo di MVP, primo giocatore europeo di sempre a riuscirci. Tutto sembra pronto per la “perfetta rivincita”, e invece Dallas va fuori ancora, al primo turno, ribaltata da Golden State. Stavolta non è uno schiaffo, è un colpo da KO di quelli capaci di stendere i giganti. E Dirk che un gigante lo è per davvero, stavolta va giù.

Com’era quella storia degli opposti che si attraggono?

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La risalita è difficile, ma è la parte più bella del cammino di un uomo. Quando dopo altre due stagioni altalenanti Dallas si presenta ai nastri di partenza della stagione 2010-11 nessuno li considera tra i favoriti. A ovest ci sono i Lakers campioni in carica ed i Thunder in rampa di lancio, ad est invece i Miami Heat della prima versione dei “Big Three” con LeBron James, Wade e Bosh. Sulla città di Dallas però si crea una strana congiunzione astrale: Nowitzki è il leader di un gruppo operaio di grande qualità con giocatori come Chandler, Kidd, Barea e Jason Terry e il tutto è sapientemente organizzato dalla panchina da Rick Carlisle. Le avversarie sono fortissime ma WunderDirk stavolta ha negli occhi qualcosa di diverso. Si ricorda di tutte le sfide superate nella sua vita, dei bambini che lo prendevano in giro, della scuola che a Würzburg lo faceva tribolare, delle sconfitte degli anni precedenti. E vola in quei playoff, proprio come aveva fatto schiacciando su Charles Barkley, riuscendo infine a condurre la Sua Dallas al titolo NBA. Dirk ha vinto, il ragazzo venuto da lontano ce l’ha fatta.

Il resto della carriera è il coronamento di questo grande successo. Le offerte arrivano, anno dopo anno, da tutte le altre franchigie, ma Nowitzki si è promesso a Dallas e non cambierà mai casacca fino alla fine della carriera. Una fine che è arrivata stanotte, dopo aver scollinato quota 30.000 punti realizzati ed essere diventato il sesto realizzatore all-time in NBA. Ringraziando il suo pubblico ha detto con la solita umiltà: “È stata una corsa lunga e magnifica“. È stata una corsa sì, ma a bordo di un mezzo venuto dal futuro, in grado di prendere il gioco, imporgli le proprie regole e condurlo verso ciò che è oggi. Grazie Dirk, noi scendiamo qua, ma il tuo passaggio non ce lo scordiamo. È stata una corsa meravigliosa.

Thank you Dirk.


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Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.