Interventi a gamba tesa

La Locura del Loco: Marcelo Bielsa

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“Le idee migliori non vengono dalla

ragione, ma da una lucida,

visionaria follia.”

(Erasmo da Rotterdam)

 

Metodico e affascinante, controverso e romantico, ossessivo e utopico: questo è Marcelo Bielsa.


La Cuna

Prima di accingermi a scrivere questo pezzo non sapevo un granché della città di Rosario. Ovviamente, da buon calciofilo ero a conoscenza che avesse dato i natali a Sua Divinità Leo Messi, a El Fideo Di Maria, al profeta César Luis Menotti, giusto per citarne due o tre, o spostandoci in altri campi, al Che e a Lucio Fontana. Ma sulla città in sé ero piuttosto allo scuro.

La descrivono come una ciudad elettrizzante, affacciata sulla sponda occidentale del fiume Paranà, che regala viste emozionanti, piena di negozi e musei e con una vita notturna alquanto movimentata. La maggior attrattiva turistica è sicuramente il Monumento alla Bandiera, non per niente Rosario è conosciuta come Cuna de la Bandiera. Assicurano che meritevoli di considerazione sono i parchi disseminati un po’ in tutta la città, tra i quali il più grande ed antico è Parque de la Indipendencia. All’interno di questo enorme complesso si possono trovare, tra le altre, un ippodromo, un museo e due stadi: il primo è meno conosciuto, intitolato a Jorge Newbery, personaggio di culto della storia argentina; mentre il secondo è da sempre la casa di una delle due compagini che animano El Clasico Rosarino, i Leprosos, che giocano al Coloso del Parque, oggi noto come Estadio Marcelo Bielsa.

El Coloso del Parque.

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Lo stesso Bielsa, nato proprio a Rosario il 21 luglio 1955,  ha definito “ingiusto ed eccessivo” intitolargli lo stadio, per poi aggiungere: “Ho accettato perché un uomo finisce per sottomettersi alle regole del cuore.” Non è falsa modestia, non è uno smarcarsi dai riflettori, ma semplicemente un’accettazione, una presa di coscienza della storia d’amore tra lui e il Newell’s, che di conseguenza implica legame, passione e impegno, tutto quello che c’è stato con la camiceta rojinegra,  prima da giocatore (per poco tempo) e poi da allenatore.

Ritiratosi all’età di venticinque anni, dopo un breve esperienza come tecnico della selezione dell’UBA (Universidad de Buenos Aires) inizia come vice allenatore, per poi passare all’attività di scouting. Non si limita ad osservare i giocatori che gli vengono segnalati, ma li ricerca in lungo e in largo, come un cacciatore di tesori, percorrendo migliaia di chilometri in su e in giù per l’Argentina a bordo della sua Fiat 147. È così che dalle parti di Avellaneda scopre un ragazzino un po’ goffo e sovrappeso, da tutti chiamato el gordo, a cui del calcio interessa il giusto e ad una vita da professionista non ci pensa più di tanto. Tale esemplare risponde al nome di Gabriel Omar Batistuta, e sul buon Marcelo dirà: “Mi fece dimagrire, e quando finii la dieta mi portò nel suo ufficio, sotto la tribuna, e mi regalò un’intera scatola di alfajores: è stato come un padre, il mio primo vero allenatore e il più importante in tutta la mia formazione.”  La leggenda, inoltre, narra di un viaggio notturno nel cuore della provincia di Santa Fe per convincere la famiglia Pochettino a lasciargli in carico il tredicenne Mauricio, in procinto di firmare col Central. Nel suo peregrinare, rimpolpa le file del Newell’s con altri nomi, alcuni molto noti al nostro calcio, come Nestor Sensini o Abel Balbo.

Un giovane Bielsa ed un ancor più giovane Pochettino.

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Alla guida di questi ragazzini terribili porta i Rossoneri di Rosario a dominare qualsiasi competizione giovanile, fino al 1990, quando la dirigenza decide di assegnargli il ruolo di allenatore del primer equipo. Giunto in prima squadra promuove dieci dei ragazzi allenati nelle giovanili, perché a Bielsa non bastano semplici calciatori, ma necessita di soldati fedeli e ubbidienti che credano ciecamente nella sua idea di calcio, fatta di creazione degli spazi e verticalità, che sappiano interpretare e riproporre una sinfonia armoniosa ed intensa, dove i giocatori sono elementi intelligenti ed intercambiabili, nodi dinamici di un sistema che come tale, al massimo della sua espressione, si muove all’ unisono, come un solo uomo. Grazie all’ opportunità offertagli dalla dirigenza rossonera ha la possibilità di mostrare al mondo professionistico il suo rivoluzionario 3-3-1-3, con la variante 3-3-3-1, grazie al quale guida i Leprosos alla vittoria di un campionato Apertura ed un Clausura, oltre alla finale della Copa Libertadores del 1992 persa ai rigori contro il Sao Paulo.  I trofei sono il meno, El Loco è già un guru, personaggio controverso e venerato. Tutti si accorgono che è entrata in scena la rivoluzione bielsista, sul confine tra utopia ed innovazione. I ritmi forsennati ed il pressing a tutto campo, quel vivere costantemente oltre la linea divengono oggetto di studio, materiale raro per gli avanguardisti di questo gioco. Da qui in poi c’è la prima scelta controcorrente, ovvero allenare l’Atlas de Guadalajara, club di media statura della prima divisione messicana. Non chiedetemi il perché, forse non ve lo saprà dire nemmeno lui. Poco dopo, è la volta dell’America di Città del Messico, per poi fare ritorno in patria, al Velez Sarsfield, ed anche qui è trionfo.

Fracaso

È il 1998. El Loco decide che è tempo di esportare il credo, evangelizzare un’altra parte del globo. Come prima squadra europea sceglie l’Espanyol, non a caso diremmo oggi. Infatti, Bielsa ci abituerà a vederlo lavorare in piazze storiche, caratterizzate da una grande passione, dove di calcio si parla h24, sette giorni su sette (come in Argentina), ma fuori dal novero dei grandi club odierni, un circolo di nobili decadute in attesa di un Messia. Poi, credo (ma questa resta una convinzione personale) che l’abbia affascinato di per sé la sfida di scegliere il club “sbagliato” di Barcellona, quello minore e perdente che contrasta con l’identità catalana portata avanti dai blaugrana, quello che nel proprio stemma ha una corona, con esplicito richiamo all’ identità spagnola della squadra. La luna di miele in Spagna, avvenuta grazie anche all’ intercessione dello “Sceriffo” Pochettino, dura appena due mesi, perché in settembre arriva la chiamata della vita, quella che non si può rifiutare: la panchina dell’ Albiceleste, uscita malconcia dal mondiale francese, eliminata da un magnifico gol  sul filo di lana dell’”olandese non volante”. Si giustifica così per il congedo prematuro dal Espanyol: “E’ l’obiettivo cui ho dedicato tutta la mia vita, il lavoro che amo, per il Paese a cui appartengo.”

Al Maestro non è richiesto solo il risultato, ma una strada da tracciare, un percorso che porti all’ identità tattica che la cultura calcistica argentina impone, lontana dagli atteggiamenti attendisti e difensivisti (stile “bilardista”) mostrati negli ultimi anni, ad esclusione della breve parentesi del Mondiale USA, nella quale sulle ali dell’entusiasmo del ritorno di Diego, l’ Albiceleste sfodera un calcio offensivo e spumeggiante, trascinata dal Re Leone Batistuta, anche se poi sappiamo tutti com’ è andata a finire. Il percorso di qualificazione al primo mondiale asiatico è un viaggio in pompa magna, che vede l’Argentina prima nel girone sudamericano, con 43 gol segnati ed una sola sconfitta subita a domicilio contro il Brasile. Prestazioni che portano di diritto la Selecciòn ad essere una delle favorite alla vittoria finale, in virtù anche di una rosa che può contare su Batistuta, Ortega, Crespo, Claudio Lopez, Simeone, Zanetti, Veron, Aimar, senza dimenticare i ministri della difesa Pochettino e Samuel. Bielsa si permette anche il lusso di lasciare a casa Riquelme, ritenuto dal Maestro antitetico con la sua idea di calcio, oltre agli acerbi ma talentuosissimi Saviola e D’Alessandro. La pressione che la squadra si porta dietro trascende le aspettative che riguardano “ el deporte nacional”. L’Argentina è in preda ad una profonda crisi economica e quasi sull’orlo del fallimento. Il Mondiale è la valvola di sfogo di una situazione ai limiti della vivibilità, in una nazione dove “el futbol es el juego del pueblo”, mezzo di riscatto sociale e strumento per distaccarsi, almeno idealmente, dalle difficoltà quotidiane. Il raggruppamento che vede di scena gli uomini del Loco è il classico girone di ferro che puntualmente troviamo in ogni kermesse internazionale: insieme a loro ci sono Inghilterra, Svezia e Nigeria.

L’esordio è positivo, vittoria di misura su una Nigeria troppo giovane per essere un pericolo, ma guidata dalla sapiente leadership di un Jay Jay Okocha al tramonto.

La seconda partita è uno scherzo del destino, un remake della sfida di quattro anni prima e della più celebre finale, perchè si sa, Eupalla (grazie Giovanni Luigi fu Carlo) è bizzosa e bizzarra e sa come farci emozionare. Il match è teso e cattivo, e non potrebbe essere altrimenti. Lo decide un rigore segnato di potenza da David Beckham.

La terza partita è dunque decisiva, da “win or go home” direbbero in America. Il gap tecnico tra Argentina e Svezia è sotto gli occhi di tutti, e anche la partita è un monologo della Selecciòn che crea molto, ma spreca di più. Il gol di Svensson è una doccia fredda e a nulla serve il tap in di Crespo su rigore sbagliato da Ortega. Game over. L’Argentina è fuori dal Mondiale.

In conferenza stampa Bielsa non si nasconde, anzi si mette in prima linea, come un bravo comandante che deve necessariamente rendere conto della disfatta: “E’ stato un disastro e l’unico responsabile sono io. […] Il coinvolgimento di ciascun giocatore con la mia idea di gioco è stato irreprensibile. C’è stata una comunicazione assoluta. Non ci sono rimproveri per nessuno. […] Avevo un materiale eccellente. Non sono riuscito a trasformarlo in una squadra da sogno.” Parla con la mestizia e col tono di voce elegiaco di chi, non solo sa di aver fallito, ma soprattutto di aver deluso. È lucido nel fornire risposte, cerca di dominare il dolore, riconosce la mancanza di concretezza, non si sottrae a nessuna domanda, che riguardi il suo futuro o il perché non abbia mai schierato in coppia Crespo e Batistuta. E alla fine si lascia andare: “Il dolore della sconfitta è qualcosa di personale che non può essere condiviso.”

Sin dal giorno successivo iniziano le speculazioni sul suo successore alla guida dell’ Albiceleste, ma Julio Grondona gli rinnova contratto e fiducia, come se avesse riconosciuto l’importanza del cammino intrapreso negli ultimi anni, nonostante la clamorosa débâcle. La vittoria dell’oro ad Atene 2004 non è altro che uno zuccherino dopo aver ingoiato litri di bile. Nello stupore generale rassegna le dimissioni, lasciando il posto al fido José Pekerman. Uno come lui non ce la fa a non sorprendere.

All’ombra delle Ande

Dopo le Olimpiadi si ferma per tre anni, eremita nella sua casa di Rosario, passando il tempo a visionare centinaia di partite dei maggiori campionati e a guardare film che gli vengono consigliati o direttamente spediti da un suo amico proprietario di un videonoleggio. Quest’aura di mistero da unirsi all’esplicita volontà di non rilasciare più alcun intervista che non sia durante una conferenza stampa, contribuiscono ad alimentare il culto della leggenda.

Nel 2007 accetta l’offerta della federazione cilena di sedersi sulla panchina della Roja. Il modulo e i principi tattici sono sempre gli stessi, così come l’amore incondizionato dei tifosi e la fedeltà e l’abnegazione dei nuovi adepti. Grazie al Maestro e ad una generazione d’oro forgiata dagli allenamenti e da intensive sedute di tattica, il Cile si qualifica al Mondiale 2010 da seconda del girone sudamericano. In Sudafrica la Roja dà spettacolo, ma esce agli ottavi, eliminata dal Brasile. Il ritorno in patria è un tripudio: solo una volta il Cile era arrivato così lontano. I giocatori vengono osannati come se il Mondiale l’avessero vinto e Bielsa è trattato da divinità. In aperta polemica con la federazione decide, inaspettatamente,  di rassegnare le dimissioni, annunciate in una conferenza stampa che viene trasmessa in diretta tv durante la quale, per l’eccezionalità e l’importanza dell’evento, viene interrotta la normale programmazione. A succedergli è il discepolo Sampaoli ed anche qui sappiamo com’è andata a finire.

L’inaspettata vittoria contro la Spagna.

Europa

Siamo nell’ estate del 2011, El Loco è disponibile e riceve una moltitudine di offerte (si narra anche di un’offerta dell’Inter). A quattrini e notorietà, della quale già gode, preferisce Bilbao (non che lì non sia stato pagato, per carità), altro luogo dove il calcio non è solo un gioco, ma mezzo di identificazione e rivalsa. Bielsa vira su un 4-2-3-1, giusto per dare una fisionomia un po’ più europea alla sua creatura, a testimonianza del fatto che crede ciecamente nelle proprie idee, ma non è un integralista monocorde come, ad esempio, Zdenek Zeman, applica sì la scienza al calcio, ma non è rigido e militaresco come lo poteva essere il colonnello Lobanovskyj. Anche perché nessuno meglio di Bielsa, e degli argentini in generale, sa che per quanto venga studiato e teorizzato, il calcio rimane materia del cuore, metafisica e sfuggente. Comunque, i dettami tattici sono gli stessi di sempre.

A recepirli trova un gruppo (rigorosamente basco, con l’unica eccezione di Amorebieta) formato da giocatori d’esperienza (menzione d’onore per Fernando Llorente) ed un manipolo di giovani di assoluto livello, tra cui Javi Martinez, Iker Muniain, Ander Herrera e Susaeta. La prima stagione è straordinaria, soprattutto nella seconda parte. L’Athletic mostra il meglio di sé nelle coppe: in Europa League vince il proprio girone e colleziona gli scalpi di PSG, Schalke 04, Manchester United e Sporting Lisbona, perdendo la finale contro l’Atletico Madrid per 3-0. La squadra del Cholo gioca il calcio che conosce, ovvero la kryptonite del bielsismo. Stessa sorte nell’atto conclusivo della Copa del Rey, stavolta l’avversario di turno è il Barcellona. Un altro episodio nel quale la creatura di Bielsa si scioglie sul più bello, quando a contare non è il gioco, ma solo il risultato. Il secondo anno è deludente, con una stagione piuttosto anonima. La dirigenza non gli rinnova il contratto ed il Maestro è libero di cercarsi una nuova isola felice dove emozionarsi e far emozionare.

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La nuova meta è Marsiglia, città di mare controversa ed affascinante, proprio come lui. Ed anche qui si snocciola un copione già visto: idolo della tifoseria, mal sopportato da dirigenza e giornalisti, ai quali non manca di far sapere cosa pensa. In particolare, accusa la proprietà di aver agito sul mercato in totale controsenso rispetto alle sue indicazioni. Dopo un inizio stentato, l’OM inizia a macinare gioco e risultati, sbaraglia la concorrenza e dopo una dozzina di giornate si ritrova primo. La trequarti, composta da Thauvin, Payet e Ayew (alternato ad Alessandrini) spaventa per qualità ed imprevedibilità. A finalizzare c’è Gignac, che quando vuole la caccia sempre dentro.

Complice un febbraio da incubo e la stanchezza che presenta il conto di una prima parte di stagione a mille, il Marsiglia terminerà quarto in campionato, Bielsa farà le valigie lasciando in eredità un gioco spettacolare e l’amore ritrovato del Velodrome per l’OM, oltre a questo discorso tanto bello ed emozionante da rivaleggiare con Al Pacino.

Si prende un anno sabbatico, per poi tornare in Francia, a Lille. Questa è un’esperienza triste, che si conclude con un esonero, dopo una fuga in Cile per salutare il collaboratore e amico di sempre Luis Maria Bonini, gravemente malato.

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Quest’anno è il turno dell’Inghilterra, profetizzare oltremanica. Nessuna big, neanche una ricca squadra che punta ad una salvezza tranquilla. L’obiettivo è riportare il Leeds United in Premier League, dalla quale manca da quindici anni, proprio nell’ anno del centenario. Roba da Bielsa.

Eredità

“Per me è il miglior allenatore del mondo perché ha fatto migliorare tutti i giocatori che ha avuto a disposizione. […] E’ un tecnico che mi ha aiutato molto, che mi ha dato buoni consigli ogni volta che ho avuto l’occasione di parlarci. Quando si parla di tecnici ci si concentra spesso sul loro palmarès, ma quello che davvero conta è la loro influenza.”

“E’ un orgoglio, un onore, giocare contro di lui, è come un secondo padre per me. Gran parte di ciò che conosco come allenatore è una sua eredità. Gli auguro “buona fortuna”, domenica vincerà chi giocherà meglio a calcio. Ho un grande affetto ed una grande ammirazione nei suoi confronti.”

Le parole di Guardiola e Pochettino bastano per rappresentare l’influenza del Loco sul calcio contemporaneo e la riverenza che questi due giganti provano nei confronti di Bielsa.

“Te adulan por haber ganado, no porque mereciste ganar.”

Amato, soprattutto da colleghi e giocatori, odiato da coloro che non sono ammessi alla sua cerchia o che non parlano il suo gergo, che non hanno la sua visione del calcio. Visione non significa essere d’accordo sui principi di gioco o sul miglior modulo da schierare, ma riconoscere l’importanza del percorso intrapreso, di ciò che è stato fatto. Anteporre il cammino al risultato. Questa è la sua visione del calcio e della vita. Poi, si può vincere o perdere, avere successo o fallire, ma il cammino resta. Quando ami ciò che fai importa poco come va a finire.

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non lo raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.” (Eduardo Galeano)


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Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.