Interventi a gamba tesa

Volata Champions: due poltrone per sei

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A undici giornate dal termine del campionato, con sei squadre raccolte in sette punti, analizziamo i pregi e i difetti che potrebbero portare una squadra, piuttosto che un’altra, al tanto agognato posto Champions.


MILAN: NEL SEGNO DI PIATEK

È sotto gli occhi di tutti che il Milan, nel 2019, abbia invertito sensibilmente la rotta del suo cammino. Questo è in grandissima parte merito di Gattuso che è riuscito a uscire da una situazione molto intricata. Il Milan, pur sacrificando il palleggio e un gioco più offensivo, ha trovato una quadra e un’identità ben precisa a livello difensivo. La difesa è passata da essere una delle più perforate d’Europa (20 gol subiti nelle prime 19 di campionato) a una delle più blindate (solo 3 in queste prime otto partite del girone di ritorno). Il gruppo è compatto, unito e – fatto non scontato di questi tempi – segue l’allenatore. In più è arrivato Piatek che ha garantito una pericolosità offensiva che Higuain, vuoi per l’età, vuoi per le motivazioni, non ha praticamente mai offerto. Si potrebbe semplicemente dire che, banalmente, se il pistolero continuerà a segnare con questa frequenza (quasi un gol a partita) difficilmente il Milan mancherà l’appuntamento con la Champions. A livello di singoli sarà poi determinante anche il rendimento di almeno altri due giocatori. Il primo è Gigio Donnarumma che, messi da parte i dissapori della stagione passata, libero dagli spifferi che arrivano  fuori dal campo, è tornato a essere terribilmente decisivo. Il secondo è capitan Alessio Romagnoli che, una partita dopo l’altra, si sta ritagliando uno spazio importante nel cuore dei tifosi rossoneri non solo per le ottime prestazioni in tandem con Musacchio, ma anche per la sua figura silenziosa ma carismatica che nella società di via Aldo Rossi mancava da fin troppo tempo.

Gigio, continua così!

Il rischio più grande per il Milan, a questo punto della stagione, è che qualcosa si inceppi in Piatek. I rossoneri non stanno offrendo prestazioni memorabili dal punto di vista offensivo: Suso è impalpabile da fine Novembre e Calhanoglu è troppo impegnato (ottimamente beninteso) nella fase difensiva. A centrocampo l’innesto di Paquetà ha riportato, almeno in parte, quella dinamicità e quella capacità di inserimento che si era persa dall’infortunio di Bonaventura ma, d’altro canto, Bakayoko fondamentale e ordinato nelle fasi di interdizione e contenimento, non ha quasi mai quello spunto geniale necessario in fase di impostazione. Dunque, il Milan in attacco, ad oggi, si appoggia più che mai sulle spalle di un solo giocatore, il numero 19. In più, i rossoneri dovranno far fronte a una tanto probabile quanto fisiologica flessione dal punto di vista fisico: ed è in quel momento che si vedrà davvero se, mentalmente, ci sarà stato il salto di qualità obbligatorio per tutte quelle squadre che vogliono diventare grandi.

INTER: SOLA CONTRO SE STESSA 

Non è facile trovare un aspetto positivo nell’Inter di oggi, mangiata dalle ciarle da bar che arrivano fuori dal campo del suo giocatore migliore. La differenza vera potrebbe farla il tanto vituperato Spalletti che, a differenza dei suoi colleghi-contendenti per la Champions, ha vissuto tante situazioni spinosissime e ha una grande esperienza in fatto di qualificazioni europee: è storicamente difficile che ‘il mago di Certaldo’ abbia mancato un obiettivo minimo. Il tema è questo: se Spalletti riuscirà a ricreare gli stimoli di una squadra che appare oggi divisa e depressa, l’Inter, che ha delle individualità tecnicamente molto importanti e probabilmente superiori a quelle delle dirette avversarie, potrà riconquistare il posto Champions. Molto passerà dal muro nerazzurro Skriniar-De Vrij che nelle ultime partite ha scricchiolato in modo sinistro soprattutto sul versante olandese. E molto dipenderà, come ogni anno, dal Derby capace di affossare una squadra in gran forma e di redimerne un’altra in difficoltà.

Il problema è uno solo, anche quando Mauro Icardi giocava e segnava: la testa. Non solo nel corso della gestione Spalletti ma ogni anno, nel post Mourinho, l’Inter ha sempre avuto un grandissimo problema di fragilità mentale. Chiedete pure a un tifoso interista quante stagioni sono cominciate sotto i migliori auspici sulla carta e poi sul campo, per poi perdersi dopo una partita, spesso anche giocata bene: come l’anno scorso dopo il pareggio a reti bianche in casa della Juve, o quest’anno dopo la vittoria sul Napoli. Vi risponderà: non poche. L’Inter negli ultimi anni raggiunge vette alte e promettenti, per poi iniziare a soffrire di una vertigine inspiegabile che la fa ripiombare nelle solite incertezze. Emblema di tutto questo è stato l’andamento in Champions quest’anno: meritatamente i nerazzurri si erano costruiti la possibilità, quasi insperata dopo il sorteggio, di passare la prima fase salvo poi sciogliersi come neve al sole a Wembley e poi in casa contro un modesto PSV. Il tema rimane quello del punto precedente: Spalletti e la capacità di ricreare gli stimoli giusti nei suoi uomini. In aggiunta a tutto ciò, calendario alla mano, l’Inter, tra le squadre in corsa per l’Europa che conta, è forse quella con gli impegni più difficili: dopo il Derby, dovrà scontrarsi ancora con Lazio, Atalanta e Juve in casa e Roma e Napoli fuori. Con un Inter così è davvero tutto possibile, nel bene e nel male.

Un disastro.

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ROMA: L’IMPORTANZA DI AVERE UNA DIFESA

Roma, Roma, Roma. Altra formazione capace di passare da prestazioni maiuscole a rendimenti inaccettabili nel giro di una settimana. Squadra che, se non si fosse creata aspettative enormi grazie a delle prestazioni sopra le righe in campionato e Champions nelle ultime due stagioni, sarebbe piena di attenuanti. Del resto sono passati in un estate dall’avere il miglior portiere al mondo in questo momento, all’averne uno che, a quanto pare, si esalta davvero solo con la maglia della propria nazionale; è passata dall’avere giocatori esperti e carismatici come Strootman e Nainggolan all’avere giocatori discontinui e umorali come N’Zonzi e Pastore. C’è però ancora uno degli ultimi baluardi, Edin Dzeko, quest’anno sotto tono, che ha il dovere di caricarsi la sua squadra sulle spalle e trascinarla verso l’obiettivo. Per farlo dovrà essere aiutato e, in questo senso, sarà fondamentale la continuità di El Shaarawy – insieme a Zaniolo uniche note liete della stagione romanista fin qui – e il recupero di Under che è mancato e sta mancando molto per i suoi strappi, la sua imprevedibilità e il suo apporto alla manovra offensiva. Ranieri dal canto suo può se non altro costituire un aspetto positivo per la scossa che può dare come elemento di novità e grazie alle sue doti di intermediario fra curva – sempre parecchio esigente dalle parti di Trigoria – e squadre, ereditate dal suo mai celato tifo per la Lupa.

La difesa. Nello scorso campionato alle soglie della ventottesima giornata la Roma aveva incassato 23 gol, quarta difesa del campionato; oggi dopo ventisette partite i gol incassati sono 37, quattordici in più. Qualcosa è successo, è evidente. Di Robin Olsen si è già accennato in precedenza e, se da un lato è vero che qualche rete subita dalla Roma è primariamente colpa sua, dall’altro non si può accusare solo ed esclusivamente il portiere svedese. Manolas e Fazio, quest’anno, oltre a qualche problemino fisico di troppo soprattutto per il greco, hanno patito terribilmente l’alleggerimento improvviso che ha subito il centrocampo della Roma che ha causato maggiore pressione sul duo difensivo giallorosso. Inoltre mai come quest’anno i terzini non hanno funzionato: Florenzi, forse per i suoi dissidi con una frangia del pubblico forse per la sua emotività a tratti esagerata, ha avuto un rendimento confusionario e discontinuo; Karsdorp, che dopo la stagione scorsa passata in infermeria doveva essere come un nuovo acquisto, ha deluso grandemente dimostrandosi ancora molto acerbo; Santon è più un giocatore di sicurezza e di rotazione che di spessore; Kolarov che, nonostante l’età, rimane il più dotato e continuo di tutti, ha dovuto assorbire anche lui i momenti negativi della squadra. C’è di buono che l’organizzazione, soprattutto difensiva, è un po’ il piatto forte di Claudio Ranieri che, se deve aggiustare qualcosa in queste ultime undici partite, dovrà iniziare subito dalla sua fase difensiva.

Claudio pensaci tu.

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Foto Fabio Rossi/AS Roma/ LaPresse

TORINO: LICENZA DI FAR FUORI LE PICCOLE

Se a Roma la difesa non funziona, dalle parti del Po sponda granata funziona benissimo. Dopo un primo periodo a singhiozzo in cui il Torino faticava a costruire e contenere il gioco, la squadra sembra aver finalmente assimilato i concetti del 3-5-2 mazzarriano che coinvolge tutti i giocatori. Pilastro della difesa è il francese N’Koulou cresciuto tantissimo nel corso della stagione e vero leader della retroguardia torinese. Ansaldi e De Silvestri stanno vivendo una nuova giovinezza sulle fasce con un lavoro ambivalente in fase di copertura e in quella d’attacco. Rincon è il mastino del centrocampo che incarna i valori dello stile di gioco votato al sacrificio della squadra di Mazzarri. Infine c’è Belotti che, anche a costo di una presenza meno costante nel tabellino (nonostante sia in ripresa ultimamente), mai come quest’anno gioca al servizio della squadra, non disdegnando il ripiegamento difensivo e facendo valere il suo potere fisico in avanti. Insomma in questo Torino tutti si sentono protagonisti allo stesso modo, tutti devono dare lo stesso contributo: perché se uno stecca, paga tutta la squadra.

Per i granata, che mai avrebbero pensato a inizio stagione di ritrovarsi a meno sei punti dal quarto posto a undici giornate dalla fine, la grande incognita è la continuità di rendimento. Nonostante una rosa che propone una miscela omogenea di giocatori esperti e giovani, è difficile pensare che l’undici di Mazzarri possa reggere i ritmi della volata finale che, per forza di cose, dovrebbero intensificarsi di settimana in settimana. Dal punto di vista del calendario non sono tanto le partite con le grandi del campionato che fanno paura, anzi in queste occasioni il Torino tende a tirar fuori il meglio di sé specie davanti al proprio pubblico: Lazio e Milan avvisate. Il reale pericolo consiste per la verità nelle partite contro le piccole o le pari grado che hanno sempre messo in difficoltà la squadra di Mazzarri: bisognerà prestare attenzione alla Samp e al Sassuolo quando verranno allo Stadio Olimpico Grande Torino e soprattutto alle trasferte di Firenze e Parma che diranno molto sul futuro e sulle ambizioni europee dei granata.

ATALANTA: UNA MACCHINA (QUASI) PERFETTA

Quest’anno gli Orobici hanno tappato l’unico buco scoperto della rosa, la punta, con l’innesto di Duvan Zapata che, vuoi perché baciato dalla dea della stagione perfetta, vuoi perché finalmente in una squadra che valorizza pienamente le sue qualità atletiche e tecniche, sta trascinando la Dea là dove per la terza stagione consecutiva si pensava non potesse tornare. La squadra di Gasperini è bella perché mette in mostra i lati migliori di ogni suo giocatore. La cosa ancora più bella è che nonostante gli anni passino e con loro i giocatori, la squadra continua a macinare bel gioco. Sono andati via Gagliardini, Kessie, Conti, Caldara, Cristante e Spinazzola che sembravano pedine insostituibili, eppure oggi ci sono Freuler, De Roon, Castagne, Mancini, Hateboer e Gosens che non fanno rimpiangere i predecessori al pazientissimo pubblico bergamasco. Il gruppo c’è ed è compatto dietro il suo mister e sostenuto dalla sua gente, l’identità di gioco che presuppone una tenuta atletica fuori dal comune è vincente e riconosciuta… cosa manca?

Duvan Zapata non vorrà certo mollare sul più bello.

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Gianpiero Gasperini l’ha detto tante volte, l’Atalanta dal punto di vista tecnico e dell’esperienza è dietro a molte delle contendenti. Effettivamente la squadra nerazzurra l’unica volta che ha dovuto affrontare una sfida che metteva qualcosa in palio, ovvero il sogno di un posto Champions, ha fatto cilecca: contro il Milan, nonostante un euforico primo tempo da Atalanta, i bergamaschi sono stati schiacciati dall’importanza della partita e dai risvolti che stava prendendo, senza più riuscire a reagire. Dunque, l’Atalanta deve giocare libera, senza pressioni che non le appartengono, se non vuole rischiare di andare in cortocircuito. Altra piccola incognita per i nerazzurri di Bergamo è la Coppa Italia: dopo aver battuto la Juve ai quarti e aver un discreto vantaggio sulla Fiorentina in vista del ritorno della semifinale, il popolo atalantino ci crede. La Coppa è forse l’obiettivo più alla portata per Gomez e compagni e questo potrebbe togliere energie importanti alla squadra nel rush finale per la Champions.

LAZIO: UNA QUESTIONE DI TESTA.

Il discorso sui biancocelesti è uniforme: perché la Lazio ha più probabilità di agguantare il posto Champions solo se non cade nel suo solito, annoso limite. Gli uomini di Inzaghi sono una formazione con un’idea di gioco precisa e ben rodata negli elementi da almeno un paio di anni a questa parte. Non rinunciano a giocare il pallone e hanno grande forza fisica in mezzo al campo. Hanno giocatori di talento in grado di spaccare la partita ma troppo discontinui: ne è un esempio Milinkovic-Savic fantasma di se stesso perlomeno fino a Natale; oppure Immobile capace di attraversare momenti di grandissima fertilità realizzativa e di piombare tutto a un tratto nell’anonimato. Alla Lazio serve che questi giocatori (con Correa e Luis Alberto) che hanno la classe per girare a proprio favore le partite, non si perdano in se stessi e trovino la necessaria continuità tecnico-fisica ma soprattutto mentale che è poi quella che serve a tutta la Lazio. Troppe volte i biancocelesti si sono autodistrutti avendo in mano i fili della propria sorte: l’anno scorso con il suicidio sportivo a Salisburgo e in casa contro l’Inter, hanno letteralmente buttato all’aria una stagione giocata ad alti livelli. Dunque il futuro della Lazio passerà dalla concentrazione, dalla cattiveria sotto porta (la cui mancanza non ha permesso di chiudere partite come quella con la Fiorentina) e più in generale dalla tenuta mentale che gli uomini di Inzaghi sapranno mantenere da qui a Maggio.


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Nato a Napoli da madre partenopea e padre svizzero-milanese: vivo da sempre all'ombra della Madunina. Classe '97, quinto di sette figli: tutti, in misura diversa, ossessionati dallo sport. Il calcio è il mio pane quotidiano: il rossonero è la mia seconda pelle, cantare "You'll never walk alone" ad Anfield il mio sogno, verosimilmente il primo tifoso italiano dell'Hoffenheim (dal lontano 2008). Il Football Americano è il mio vizio: sto in piedi la notte per seguire i Baltimore Ravens. Le Olimpiadi sono il giusto concentrato di emozioni che mi ricorda ogni due anni il perchè ogni sport non sia "soltanto uno sport". Fervente devoto, tra gli altri, di Roger Federer e Drew Brees