Interventi a gamba tesa

Le 10 migliori rimonte delle italiane in Europa

AS Roma v FC Barcelona : UEFA Champions League quarter-finals 2nd leg
Edin Dzeko of Roma celebrates with the teammates at Olimpico Stadium in Rome, Italy on April 10, 2018.
(Photo by Matteo Ciambelli/NurPhoto via Getty Images)


La Juventus, nel ritorno degli ottavi di Champions League, è attesa al varco: dopo il sanguinoso 2-0 patito al Wanda Metropolitano, i bianconeri devono necessariamente effettuare la rimonta perfetta ai danni dell’Atletico Madrid per non essere costretti a mettere prematuramente la parola fine sul loro cammino europeo. Il momento della verità, per Allegri, Cristiano Ronaldo & co., è finalmente arrivato.


Ci vorrà la miglior Juventus possibile per realizzare quella che è a tutti gli effetti un’impresa: il risultato dell’andata pone infatti i colchoneros in una posizione invidiabile, ovvero quella di avere due reti di vantaggio, tale da permettere agli uomini di Simeone di fare quello che gli riesce meglio, ovvero gestire il risultato e mettere in ghiaccio la partita ad ogni costo.
I bianconeri, chiamati alla missione rimonta, dovranno quindi cambiare registro e disputare una prova coraggiosa, nella quale Allegri dovrà fare il possibile per sfruttare tutta la qualità a sua disposizione, cercando di impensierire la retroguardia biancorossa grazie ai colpi dei suoi fuoriclasse che dovranno trascinarla in quella che sembra una risalita ai limiti dell’impossibile: occorrono 3 gol, da segnare a una delle migliori difese d’Europa tra l’altro, per proseguire il cammino europeo alla ricerca di quella Champions League che ha assunto ormai i contorni di un’ossessione.

Quella della Juventus però non è la prima volta in cui il cammino di una squadra italiana si fa decisamente in salita dopo la gara d’andata: la rimonta è uno scenario ricorrente nelle coppa europee, competizioni più che mai prodighe di colpi di scena dove persino il risultato più scontato può restare in bilico fino al triplice fischio dell’arbitro.

Solo due edizioni fa il PSG venne eliminato clamorosamente dal Barcellona agli ottavi di finale dopo una vittoria, quella del 4-0 al Parco dei Principi, che avrebbe dovuto mettere in cassaforte il passaggio al turno successivo.

Un canovaccio, quello del ribaltamento dei pronostici già scritti dopo la partita dell’andata, che ha visto più e più volte protagoniste le squadre italiane durante le varie edizioni delle diverse coppe europee, autrici di veri e propri capolavori calcistici che, nonostante gli anni passati, sono destinate a memoria imperitura.

Alla vigilia dell’ennesima chiamata al miracolo dunque, cosa c’è di meglio di rivivere le dieci rimonte più incredibili, entusiasmanti e impronosticabili della storia del calcio italiano nelle coppe europee? Chissà, magari serviranno da ispirazione per i calciatori juventini in vista della partita dell’Allianz Stadium, o più modestamente possono infondere maggiore fiducia ai nostri lettori bianconeri nei confronti dell’impresa che attende i loro beniamini.

Prima di iniziare una doverosa premessa: nella scelta delle sfide (davvero tante, per cui qualche esclusione era inevitabile) è stato difficile selezionare dei criteri per scegliere le partite dal maggiore appeal.
I criteri che mi hanno guidato nella scelta quanto più oggettiva possibile delle dieci rimonte riportate in seguito sono stati tre:
– peso specifico della partita: sono stati privilegiati il più possibile quei match validi per turni potenzialmente decisivi per le sorti della competizione (per cui molte rimonte, magari anch’esse memorabili, sono state scartate perché andate in scena nei primissimi turni e quindi troppo lontane dalla fase clou della competizione, come ad esempio le due rimonte dell’Atalanta nei primi due turni di Coppa delle Coppe 1988). Nella scelta ha inciso anche il peso specifico della competizione in sè, per cui in linea generale è valsa l’equazione “partita in Coppa dei Campioni/Champions League > partita in Coppa Uefa/Europa League o in Coppa delle Coppe”;
difficoltà delle rimonte: se il primo criterio è intuitivo e in un certo qual modo “oggettivo”, non si può dire lo stesso di questo punto, visto che qui entra in gioco una certa componente soggettiva ed emotiva difficile da mandare via. Per dare un certo grado di oggettività alla “difficoltà della rimonta” mi sono quindi basato principalmente sul blasone dell’avversario (per cui finiscono fuori, a malincuore, le rimonte del Milan in Coppa dei Campioni ai danni dei campioni dell’allora stato indipendente del Saarland e dell’Inter contro il semisconosciuto TPS di Mika Aaltonen), sulla differenza di valori tecnici fra le due squadre in campo (per cui una sfida che in un certo senso ha ricalcato il topos del Davide contro Golia” è stata preferita a una in cui i valori dei due avversari sostanzialmente si equivalevano) e ovviamente sul grado di compromissione della sfida dopo la partita di andata, cercando infine di tirare le somme;
– variabilità: infine ho evitato, per quanto possibile, di ricordare più imprese di una singola squadra, provando a dare spazio un po’ a tutte le squadre italiane riuscite a compiere una rimonta in campo europeo.
Fatte le dovute premesse, cominciamo!

10) Juventus-Benfica 3-0 – Coppa Uefa 1992-1993, quarti di finale

Quel Benfica poteva vantare anche la presenza di una giovanissima futura stella del calcio mondiale, che si vendicherà dei bianconeri dieci anni dopo, in una calda notte di maggio inglese: Manuel Rui Costa.

Nell’edizione 1992-1993 della Coppa Uefa, quella che ha avuto come epilogo la vittoria della Juventus al termine di quella che potremmo definire una cavalcata trionfale (6-1 il risultato complessivo al termine della doppia finale con il quale i bianconeri hanno regolato il Borussia Dortmund) l’unico momento di défaillance della truppa guidata da Trapattoni si è verificato all’andata dei quarti di finale: al Da Luz di Lisbona infatti è il Benfica l’unica squadra della competizione in grado di prendere lo scalpo dei bianconeri grazie a una doppietta di Vitor Paneira, cui risponde per il gol della bandiera Vialli su calcio di rigore, utile per rendere meno ardua l’operazione rimonta in cui la Vecchia Signora dovrà cimentarsi nella gara di ritorno. La partita però si mette subito in discesa: si gioca solo da due minuti al Delle Alpi quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, una carambola impazzita fra il difensore Helder e il portiere Silvino (infortunatosi nella medesima circostanza) consegna il pallone al tedesco della Juve Kohler, che non deve far altro che appoggiare il pallone nella porta sguarnita. Mettono poi il punto esclamativo, spegnendo ogni velleità offensiva dei portoghesi, i gol di Dino Baggio al 47′ e di Ravanelli al 68′.

9) Porto-Sampdoria 0-1 (3-5 dcr.) – Coppa delle Coppe 1994-1995, quarti di finale

La stagione 1994-1995 è una stagione per così dire di transizione per i colori blucerchiati: messi alle spalle gli anni d’oro dell’era Mantovani (il presidentissimo della Sampdoria più vincente di sempre, scomparso prematuramente nel 1993), certificati anche dagli addii di Boskov e Vialli, la Sampdoria si affaccia a una nuova stagione con molti reduci della precedente (cui si aggiungono i nuovi acquisti Mihajlovic, Zenga e, pur se a stagione in corso, il cavallo di ritorno Gullit), conclusa con la vittoria della Coppa Italia valida per il ritorno in Europa dei genovesi, precisamente nella ormai scomparsa Coppa delle Coppe. Sarà proprio la campagna europea a dare maggiori soddisfazioni agli uomini di Eriksson: dopo aver superato (non senza qualche brivido di troppo) le pratiche Bodø/Glimt Grasshopper, ai quarti i blucerchiati affrontano il quotatissimo Porto di Bobby Robson (che aveva come vice un giovanissimo José Mourinho), dominatore del campionato casalingo. Le cose, già non propriamente semplici per i blucerchiati, si complicano ulteriormente dopo il turno di andata, quando un gol di Yuran decide il primo atto, di scena al Ferraris, a favore dei lusitani. La sfida di ritorno in Portogallo è quindi decisiva, ma la Samp regge la pressione e, dopo aver rischiato grosso con Yuran che a tu per tu con Zenga manda in curva il pallone del possibile ko, prende in mano le redini della partita: a salire in cattedra è Roberto Mancini, uomo simbolo dei blucerchiati, che nel secondo tempo fa esplodere il suo sinistro, portando in vantaggio i blucerchiati con un bel tiro al volo che ammutolisce il pubblico del Das Antas.

Una volta ristabilita la parità nel doppio confronto i ritmi si abbassano e la contesa si sposta prima ai supplementari, quindi ai tiri di rigore: l’ultimo atto premia la squadra genovese, trascinata dai suoi infallibili tiratori e da Zenga, decisivo nel neutralizzare il tiro di Domingos, che accede alla semifinale dove ad attendere i blucerchiati ci sono i campioni in carica dell’Arsenal.

8) Bayer Leverkusen-Udinese 1-2 – Coppa Uefa 1999-2000, sedicesimi di finale

A rendere il tutto più prezioso la telecronaca appassionata di un incontenibile Lorenzo Petiziol per TeleFriuli

L’impresa che attende l’Udinese è ai limiti del proibitivo: ai sedicesimi di finale l’urna sorteggia per i friulani uno scoglio durissimo quale il Bayer Leverkusen, squadra retrocessa dal girone di Champions che può annoverare in rosa campioni o futuri tali del calibro di Kirsten, Emerson, Zè Roberto Ballack. All’andata, nonostante una buona prova dei bianconeri, sono le aspirine a spuntarla al Friuli grazie al gol della stella Ballack. Visto il divario esistente fra le due squadre (l’Udinese infatti vive un campionato di metà classifica, lontana dai fasti delle stagioni appena vissute), quella della BayArena sembra poco più di una formalità per i più quotati rossoneri. Non hanno fatto i conti però con l’imprevedibilità del calcio, sport nel quale le sorprese sono dietro l’angolo: la sorpresa in questo caso assume le fattezze del giovane attaccante italo-venezuelano Massimo Margiotta, pescato a sorpresa dal tecnico De Canio per formare il tandem d’attacco insieme a Muzzi. La scelta, se sulle prime fa storcere un po’ il naso, alla fine ripaga: occorrono 18 minuti al bomber di scorta per depositare per due volte il pallone in fondo al sacco, portando l’Udinese sul 2-0 che ribalta completamente pronostici e inerzia della partita, visto che adesso sono i tedeschi a dover inseguire. La reazione dei tedeschi è veemente, col solito Ballack a realizzare il gol dell’1-2 buono per riaprire i giochi, tuttavia la strenua resistenza della difesa friulana e le parate del giovane portiere De Sanctis, anche lui schierato a sorpresa al posto del titolare Turci, misero in ghiaccio il risultato, che favorì i friulani in virtù del maggior numero di gol in trasferta. E fa nulla se il cammino dell’Udinese si interruppe immediatamente al turno successivo contro il più modesto Slavia Praga, ai tifosi friulani resta il ricordo di una notte europea indimenticabile.

7) Bayern Monaco-Inter 2-3 – Champions League 2010-2011, ottavi di finale

Il film della partita più emozionante di quella edizione della Champions League.

L’urna di Nyon, si sa, spesso è stata beffarda nel creare gli accoppiamenti per le fasi finali delle coppe, ma nel 2010-2011 si è probabilmente superata: sono solo gli ottavi di finale, ma è già tempo che Inter e Bayern Monaco, le finaliste dell’edizione precedente, incrocino nuovamente le armi. Andata a San Siro, dove al termine di una partita avvincente e ricca di occasioni Mario Gomez riesce a sfruttare un’incertezza di Julio Cesar e a mettere in rete il gol del definitivo 0-1. Un gol pesante, visto che costringe i nerazzurri di Leonardo a tentare l’impresa all’Allianz Arena. È una partita difficile, eppure l’Inter parte bene e dopo quattro minuti Pandev pesca con un delizioso tocco d’esterno Eto’o sul filo del fuorigioco, che a tu per tu col portiere pareggia immediatamente i conti. Tuttavia, visto che questo ottavo di finale è nato da un sorteggio particolarmente beffardo dell’urna di Nyon, ecco che la beffa è sempre dietro l’angolo: circa venti giorni dopo la partita del Meazza è sempre Robben, dopo aver messo a ferro e fuoco la difesa nerazzurra a colpi di dribbling ubriacanti, a cercare un tiro dalla distanza sul quale Julio Cesar è ancora incerto nella presa, e ad approfittare del pallone vacante c’è, come ormai avrete capito, ancora Mario Gomez, che sigla l’1-1. Più che una rimonta adesso si tratta di una montagna da scalare, che al 31′ diventa un vero e proprio Everest, in quanto il Bayern si porta sul 2-1 grazie al gol del suo giovane campione Thomas Muller. È un colpo che stordisce l’Inter, che barcolla pericolosamente ma non crolla, sorretta letteralmente in piedi prima da Julio Cesar, che compie una una gran parata di su Ribery; successivamente da Ranocchia che, aiutato da un legno particolarmente benevolo, nega a Gomez la doppietta personale; infine dalla clemenza di Robben che sul finire del primo tempo spara a lato da posizione favorevole. Nel secondo tempo poi la musica cambia: l’Inter, come un pugile che si è messo alle corde con la guardia alta attendendo il suono della campanella, riprende le ostilità come rinvigorita dallo scampato pericolo, e l’ingresso del giovanissimo Coutinho regala qualità e forze fresche alla squadra. Proprio dal brasiliano parte l’azione che porta al destro chirurgico di Sneijder valido per il 2-2 che riapre partita e soprattutto discorso qualificazione. A questo punto è l’Inter ad attaccare, col Bayern a incassare cercando di non crollare, ma i nerazzurri non riescono a cavarne un ragno dal buco, almeno fino al 88′: in pieno crepuscolo di match, e con un piede e mezzo fuori dalla Champions, Eto’o vince un duello con Breno, controlla in area un pallone spiovente e serve sulla corsa l’accorente Pandev, che con il sinistro trova palo più lontano e qualificazione ai quarti.

6) Napoli-Juventus 3-0 – Coppa Uefa 1988-1989, quarti di finale

La magica notte del San Paolo, quella della rimonta perfetta, che diede la certezza agli azzurri che quella fosse la volta buona per un titolo europeo.

Sempre a proposito di urne beffarde, quella dei quarti di finale di Coppa Uefa propone uno scontro fratricida tra due squadre italiane, il Napoli e la Juventus. Una partita ovviamente sentitissima per la rivalità che lega le due squadre, spesso contrapposte in avvincenti lotte scudetto. L’andata, in scena al Comunale, vede trionfare i bianconeri per 2-0 grazie al gol di Bruno al 5′ e all’autorete di Corradini a fine primo tempo. Un risultato quindi ai limiti del proibitivo per i partenopei, le cui speranze di rimonta sono quasi ridotte al lumicino, tuttavia ciò non spaventa il tifo partenopeo: per il ritorno al San Paolo c’è il pubblico delle grandi occasioni, con 83.089 spettatori (ufficiali, a dare un’occhiata alle immagini però sembra ce ne sia qualcuno in più) che credono nella rimonta di Maradona e compagni. Il Napoli ingrana subito la quinta, pressando a tutto campo e giocando con ritmi insostenibili, specialmente con Careca, incontenibile per Bruno che già dopo dieci minuti deve ricorrere alle maniere forti: rigore per i partenopei, con Maradona che trasforma. Il Napoli rallenta un po’ il forcing iniziale, ma resta letale in contropiede, ed è proprio sfruttando un contropiede originato da un break a centrocampo ben effettuato dall’onnipresente Alemao che il Napoli trova il 2-0 con Carnevale, che con un destro preciso fa secco Tacconi. Nel secondo tempo al contrario prevale la paura di subire il gol del ko più che di segnare: la Juventus si chiude a riccio lasciando troppo isolato Altobelli ben controllato da Ferrara, mentre il Napoli ha le occasioni migliori ma perde un po’ dell’intensità vista nella prima frazione. Si va ai supplementari, durante i quali il canovaccio visto nei secondi 45 minuti non cambia: quando i rigori sembrano inevitabili Careca scodella in mezzo il pallone della disperazione sul quale arriva la testa di Renica che indirizza il pallone alle spalle di Tacconi per il 3-0. Un gol fondamentale che completa la rimonta e consegna al Napoli il derby italiano, tassello decisivo per la cavalcata che porterà a sollevare la coppa a Stoccarda.

5) Milan-Manchester United 3-2 – Champions League 2006-2007, semifinali

Pensi a Milan-Manchester United e pensi inevitabilmente al santino si Kakà con le braccia alte sotto la pioggia

La Champions League 2006-2007 è un’edizione molto strana per il Milan vissuta innanzitutto col brivido di uscire fuori prima di iniziare a giocare: se infatti in campionato i rossoneri di Ancelotti hanno chiuso al secondo posto, in estate il ciclone Calciopoli ha riscritto la storia di quel torneo e, in quei giorni in cui la mannaia della giustizia sportiva sembrava potesse colpire tutti indistintamente, si era fatta concreta anche l’ipotesi di esclusione dalle competizioni Uefa per il Milan (l’accusa in prima istanza chiese addirittura la retrocessione in Serie B), ipotesi poi fortunatamente caduta nel nulla.
Il cammino europeo del Milan ad ogni modo procede (non sempre speditissimo a dirla tutta) fino alla semifinale, quando l’urna sortaggia il temibile Manchester United di sir Alex Ferguson, vecchia volpe della competizione.
È una sfida fra stelle di fulgido splendore quella in programma per le semifinali della competizione per club più prestigiosa al mondo: il primo atto è all’Old Trafford, dove bastano cinque minuti a Cristiano Ronaldo per portare in vantaggio i suoi. Poi però assistiamo alla prima rimonta della partita, che porta la firma illustre di Kakà.

Kakà che arriva su un lancio lungo dalle retrovie, tocca il pallone scavalcando Heinze e virando verso l’area, poi lo tocca di nuovo di testa mandando a vuoto Evra che si scontra con il rientrante Heinze, mentre Kakà li aggira arrivando comodamente davanti a Van der Sar. Con questo gol Kakà si è praticamente preso il Pallone d’oro.

Tutto inutile però perché un’altra doppietta, quella di Rooney, capovolge ancora il risultato, fissandolo sul 3-2 per i red devils. Tutto da rifare per il Milan a San Siro, ma l’ambiente è fiducioso: in una doppia sfida in cui “rimonta” è stata la parola chiave, vuoi vedere che al Milan non riuscirà di ribaltare ancora le sorti dell’incontro?
Se la partita d’andata è stata vibrante e ricca di colpi di scena, il ritorno in terra milanese è stato tutto l’opposto: troppo forti gli assi in rossonero quella sera, con i gol ancora di Kakà, Seedorf e Gilardino a certificare il perentorio 3-0 con il quale il Milan batte lo United e prenota un biglietto per Atene, là dove li attende una vendetta attesa per due anni contro il Liverpool di Rafa Benitez.

Il Milan di Ancelotti era una squadra talmente ricca di talento in ogni zona del campo da essere praticamente ingiocabile per chiunque, quando in giornata.

4) Inter-Liverpool 3-0 – Coppa dei Campioni 1964-1965, semifinali

Il gol decisivo di Giacinto Facchetti, che porta l’Inter alla finale (poi vinta) col Benfica.

«Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione.»

Non so se anche il grande Mario Monicelli sia stato un appassionato di calcio come il suo collega Pier Paolo Pasolini, tuttavia mi piace pensare che l’idea per la celebre frase riportata sopra, tratta dal capolavoro del regista romano “Amici miei”, gli sia venuta circa una decina di anni prima dell’uscita del film, la sera del 12 maggio 1965: al Giuseppe Meazza di Milano siamo circa al nono minuto di gioco quando Peirò, il centravanti spagnolo della squadra di casa, scambia con Mazzola, ma il pallone di ritorno del più famoso figlio d’arte del calcio italiano non giunge a destinazione a causa della perentoria uscita del portiere degli ospiti Lawrence. Il quale, con il pallone fra le mani, si guarda intorno cercando un compagno libero per far ripartire l’azione. Non si accorto che Peirò è ancora lì, in agguato come un falco che ha fiutato la sua preda ed è pronto a colpire al momento opportuno: Lawrence fa rimbalzare il pallone (allora gli arbitri erano molto più fiscali nel far rispettare la regola secondo la quale il portiere non può mantenere il possesso del pallone fra le mani per più di sei secondi, per cui spesso i portieri facevano rimbalzare il pallone per interrompere il possesso) una, due volte, ma alla terza spunta improvvisamente il piede sinistro di Peirò, che sposta il pallone quel tanto che basta perché finisca fuori dalla portata dell’ingenuo portiere avversario, per poi realizzare una rete facile facile.

Guardare, mai come in questo caso, rende più di mille parole.

Il geniale gol di Peirò vale il 2-0 che ristabilisce la parità fra le due squadre in campo per il match di ritorno delle semifinali di Coppa dei Campioni, ovvero l’Inter campione in carica e il Liverpool di Bill Shankly. Una squadra che, nonostante sia all’esordio assoluto nella massima competizione europea, ha intrapreso un cammino brillante dimostrandosi un osso durissimo anche durante il match d’andata: ad Anfield infatti la gara è stata a senso unico, con i gol di Hunt, Callaghan e St. John ai quali risponde il solo Mazzola a sancire un perentorio 3-1. Serve l’impresa agli uomini di Helenio Herrera, ai quali il 2-0 non basta per completare la rimonta, visto che la regola dei gol in trasferta non è ancora valida: la squadra però parte benissimo, spinta dai 70mila spettatori che affolano gli spalti di San Siro, e come detto al decimo minuto di gioco l’Inter ha gia pareggiato i conti grazie alla classica foglia morta di Mario Corso e al già citato colpo di genio di Peirò. La partita verrà poi decisa in favore dei nerazzurri, dopo che questi ultimi si sono ben difesi dalla risposta pur veemente del Liverpool, da un gran tiro dalla distanza di Facchetti, difensore col vizio del gol, che non lascia scampo al povero Lawrence.

3) Juventus-Real Madrid 3-1 – Champions League 2002-2003, semifinali

Non bastano i “galacticos” per fermare la Juventus, che raggiunge il Milan nella finale tutta italiana in programma a Manchester

Lippi, il coach dell’ultima Champions League juventina, ci riprova: la squadra, d’altro canto, è rodata e può contare, oltre che sulla vecchia guardia formata dai vari Del Piero, Trezeguet, Conte e Zambrotta, anche sui nuovi arrivati degli ultimi due anni Buffon, Thuram, Nedved e Camoranesi, oltre che su seconde linee rivelatesi particolarmente utili nel corso della stagione (una su tutte l’uruguagio Zalayeta).
L’ostacolo da superare per arrivare a giocarsi la coppa dalle grandi orecchie nel derby tutto italiano con Milan o Inter è comunque enorme, persino per una squadra ricca di campioni come quella bianconera: il Real Madrid dei galacticos”.
Ovvero una squadra che sembra costruita alla play-station: Casillas, Roberto Carlos, Guti, Zidane, Figo, Raul, Ronaldo, tutti insieme con la stessa maglia. Sono loro infatti a portare a casa il primo atto: ai gol dei brasiliani Ronaldo e Roberto Carlos risponde per i bianconeri il francese Trezeguet, per un 2-1 che lascia accese le speranze juventine in ottica rimonta.
Il ritorno a Torino è una perfetta sinfonia bianconera: dopo 12 minuti la Juventus è già in vantaggio, grazie al gol del solito Trezeguet che su sponda di Del Piero fredda Casillas. Potrebbe già bastare per completare la rimonta, ma la Juventus vuole chiudere la pratica, quindi sale in cattedra Del Piero il quale, dopo aver agganciato un pallone non semplicissimo in area, mette a sedere Hierro con una serie di finte e poi trova l’angolino alla destra di Casillas per il 2-0. C’è gloria anche per Buffon, che ipnotizza Figo dal dischetto, e per Nedved, il quale chiude la pratica con un gran tiro al volo, l’unico motivo per il quale vorrebbe ricordare quella partita, ma che quasi passa in secondo piano rispetto a quest’altro episodio. Buono solo per le statistiche il gol all’89’ di Zidane.

2) Torino-Real Madrid 2-0 – Coppa Uefa 1991-1992, semifinali

Notti magiche e probabilmente irripetibili per i tifosi granata.

Si ritorna in Coppa Uefa, dimostratasi ancora una volta competizione quasi onirica dove i sogni diventano realtà: l’edizione 1992 sarà particolarmente prodiga di soddisfazioni per i club italiani anche di medio lignaggio, capaci di collezionare parecchi scalpi nobili in giro per il continente (ricordiamo ad esempio l’impresa del Genoa, corsaro ad Anfield grazie alla doppietta di Aguilera). In semifinale però l’impresa a cui è chiamato il Toro di Mondonico è davvero troppo ardua: non che alla squadra mancasse grinta (altrimenti probabilmente non si chiamerebbe Torino) e anche qualità, visto che di giocatori più che buoni fra i granata c’erano (fra gli altri il portiere Marchegiani, l’intelligente regista Fusi dotato di un’eccellente visione di gioco, gli ex Anderlecht e Real Madrid Scifo e Vazquez, la scattante ala destra Lentini e il bomber Casagrande), ma il Real Madrid è una squadra d’altra dimensione rispetto ai granata, ricca di campioni assoluti guidata dalla punta di diamante Emilio Butragueno.

Nonostante ciò i granata scendono bene in campo, non sentendo affatto il peso del blasone degli avversari, e anzi sfoderando una prova vogliosa e aggressiva, che porta addirittura il Toro in vantaggio all’ora di gioco, quando Casagrande approfitta di un errore del portiere avversario Buyo, che non trattiene un tiro-cross dalla sinistra di Policano. Lo schiaffo però sembra ridestare gli spagnoli, che pareggiano e addirittura vincono grazie all’immediato uno-due di Hagi e Hierro. 
Una sconfitta però indolore, visto che il risultato non blinda il discorso qualificazione, ma anzi regala certezze e convinzione nei propri mezzi ai ragazzi di Mondonico. Si va così al ritorno, quando il Torino deve tentare la rimonta attraverso una vera e propria impresa: al Delle Alpi il Torino si supera, tenendo bene il campo e il pallino del gioco senza concedere particolari occasioni ai suoi nobili avversari. In mezzo a tanta sostanza, due i lampi che illuminano la notte di Torino: prima Rocha, nel tentativo di anticipare uno scatenato Casagrande, trafigge il suo portiere Buyo, poi il timbro decisivo arrivato dal destro dell’accorrente Fusi.

1) Roma-Barcellona 3-0 – Champions League 2017-2018, quarti di finale

L’impresa sportiva più incredibile dell’anno scorso

Chiudiamo questo viaggio nel tempo e nella storia del calcio con la rimonta per eccellenza, andata in scena meno di un anno fa. La Roma, giunta ai quarti dopo aver superato un difficile girone con Chelsea e Atletico Madrid e aver eliminato lo Shakhtar Donetsk agli ottavi, resta vittima di un sorteggio a dir poco proibitivo: l’urna di Nyon sceglie per la squadra di Di Francesco nientemeno che il Barcellona. In più, il perentorio 4-1 con il quale i blaugrana vincono il primo round sembra sancire definitivamente il game over per i giallorossi.

Tuttavia all’Olimpico si presenta il pubblico delle grandi occasioni, che vuole sostenere la squadra e continuare una rimonta che sembra quasi impossibile. Già leggendo le formazioni si capisce che non sarebbe stata una partita come tutte le altre: Di Francesco infatti cambia pelle alla Roma, schierando la sua squadra con la difesa a tre, Kolarov e Florenzi come esterni a tutta fascia e Schick a dare supporto a Dzeko. La mossa disorienta i blaugrana, che dopo sei minuti devono già raccogliere il primo pallone dalla rete, scagliato in porta dal solito Dzeko. Il gol dà ancora più coraggio alla Roma, che va più volte vicino al raddoppio, trovandolo finalmente al 58′, quando l’incontenibile Dzeko viene atterrato in area da Piqué, con conseguente calcio di rigore che De Rossi trasforma con decisione. Il Barcellona è ancora avanti, ma è allo sbando, mentre i giallorossi ci credono sempre più col passare dei minuti, sentendo che quella era la notte in cui la grande rimonta poteva avverarsi: l’impresa arriva al minuto 82, quando su calcio d’angolo di Under Manolas salta più in alto di tutti e indirizza il pallone alle spalle di Ter Stegen. Non mancano i brividi nel finale, con un superbo Manolas a salvare per due volte la situazione in mezzo all’area: si tratta però solo degli ultimi piccoli brividi sulla schiena che accompagnano il count-down prima del fischio finale del francese Turpin, che manda in estasi una squadra e una città intera.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.