Interventi a gamba tesa

Icardi: dubbi e domande, tra palco e realtà

(Photo by Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images)


Si potrebbe dir la propria sul caso Icardi. La dico anch’io? No, io no. Analizzare puntualmente i suoi post e i suoi like, e gridare “Aiuto, aiuto, il degrado dei social”, esprimendo tutto il nostro sdegno in un tweet. Lo scrivo anch’io? No, io no. Vengo anch’io? No, io no. Ma perché? Perché no.


Preferisco rifugiarmi in un monumentale pezzo di Enzo Jannacci,  di più di 50 anni fa, correndo il rischio di cadere nel ridicolo, riformulandone indegnamente alcune strofe. Vengo anch’io no tu no, malgrado sia così vecchia, l’avrete riconosciuta certamente.  Io non vengo, anche se leggo, un po’ di nascosto, i tweet al vetriolo che la Wandona dei nostri sogni rifila a qualche tifoso dell’Inter lì di passaggio. E non ho mancato di vederla pure, in uno scorcio preso in prestito da youtube, battibeccare con Cassano e Riccardo Ferri nell’ultima puntata di Tiki Taka, inguainata fin sopra al ginocchio in un paio di stivali di pelle nera.

Scontro tra titani.

icardi

Io non vengo. Da qui uso assistere, ormai da qualche anno, alle gesta del Maurito nerazzurro sui campi della Serie A contemporanea. Quest’anno ho potuto ammirarlo anche in Champions (sebbene non oltre il girone eliminatorio) segnare un bellissimo gol al Tottenham. E segnare poi anche al Barça, lui che può vantare l’onore di essere stato allevato nella cantera blaugrana. Da quasi un mese Icardi qui non si fa vedere più. Sul campo non ce n’è più traccia. Solo su Instagram.

Che poi questo Mauro Icardi, fin quando lo si poteva vedere in campo, è uno che mi ha dato pure spunto e modo di dibattere e di discutere. Tanto più che su di lui posso pregiarmi di detenere un’opinione certamente di minoranza, che specie quando mi trovavo al cospetto di tifosi interisti, mi prestava anche al rischio di sbeffeggiamento. Perché questo tizio qui, al di fuori di Instagram, è indiscutibilmente un gran pezzo di attaccante. Uno di quelli che ha la vocazione. Chi non ce l’ha, poverino, non può capire e gliela può soltanto invidiare, ma chi la vocazione ce l’ha non può far altro che rispondere. La porta avversaria lo chiama, lo invoca appunto, e lui ci scaraventa i palloni dentro. Su questo mai mi sono sognato minimamente di controbattere pur io. D’altronde i numeri lasciano poco spazio a contestazione e infatti sono proprio i numeri la prima cosa che i suoi più fervidi estimatori tirano in ballo. Io ho sempre ribattuto, piuttosto, che una partita di calcio non è un’espressione algebrica e, inoltre, persino nell’algebra esistono i numeri relativi. Nel pallone a rendere relativi i numeri non è però il segno “-“ davanti, bensì il fatto che se fai 4 gol in una partita che finisce 5-4 per gli avversari, quei tuoi 4 gol valgono decisamente meno di quel singolo gol segnato da un altro in un’altra squadra, che vince la sua partita per 1 a 0.  Oppure può avere valore relativo segnare nell’intero campionato tipo il 70 per cento dei gol della squadra per cui giochi. Se tu segni il 70 per cento dei gol il problema potrebbe essere nel resto della tua squadra; tuttavia potrebbe farsi, al contrario, l’ipotesi che con un altro attaccante al tuo posto, con altre caratteristiche e diverse abilità e attitudini di gioco, magari costui farebbe meno gol, ma segnerebbero più gol tutti gli altri. Per cui, a tirare le somme, i gol della tua squadra potrebbero rimanere invariati o addirittura crescere di numero. E magari potrebbero diminuire anche i gol subiti, se quest’altro attaccante ha un diverso impatto nel sostegno e nello sviluppo del gioco, oltre che una diversa attitudine nella fase di non possesso.

Dubbi. Dubbi che assumono una forma ancora più inquietante coagulandosi nella figura di Krzysztof Piątek, nella settimana del sorpasso operato dai cugini, a 10 giorni dal derby. Quegli altri vanno a prendere a gennaio un attaccante polacco resosi a noto a suon di gol al grande pubblico soltanto da qualche mese, a cui non possono che essere universalmente riconosciuti lignaggio e caratura nettamente inferiori rispetto all’argentino, e questo ti ribalta il destino della squadra di Gattuso dalla sera al mattino. A suon di gol, di svariate foggia e fattura, ma soprattutto con la fame di calcio, di campo, di lotta anche, e non solo appunto di gol, che egli riversa invariabilmente sul campo. Icardi, sebbene finora abbia dimostrato certamente di più e soprattutto più a lungo del suo rivale polacco in un campo di calcio, un impatto del genere sulla sua squadra l’ha mai avuto? Domande, dubbi.

Tutti i gol (tranne quello con l’Empoli) realizzati dal polacco da quando veste rossonero.

Insomma, magari su Icardi ho torto io a sostenere che egli sia sì un attaccante di razza, ma che per una squadra di primissimo piano (l’Inter di questi anni non lo è e non lo è stata) ne prenderei uno diverso, e invece hanno ragione quelli che dicono che sono stati solo i difetti e i limiti strutturali dell’Inter di questi anni ad averlo frenato. Ciò non toglie che sia il dibattito su di lui e specificamente questo dubbio siano assolutamente legittimi. E non mi sorprenderei che non si celi anche proprio questo dubbio nel retropalco, mentre la scena è occupata da tutto il resto. In quel consesso in cui, da poco, c’è anche un Marotta in più, magari, si stanno chiedendo se valga davvero la pena destinare una parte così importante delle proprie risorse ad assecondare le puntuali ed altresì esose richieste della moglie procuratrice, oppure garantirsi un importante spazio d’investimento lasciando andare la glamourosa coppia lì dove li porterà il cuore. A prezzo di costo.

Fatto sta che lo spettacolo sta sfuggendo decisamente di mano e sta trascinando tutti in acque un po’ troppo alte, dove è sicuro che né gli uni né gli altri avrebbero avuto intenzione di avventurarsi. Ora come ora rischiano di essere seri danni innanzitutto per l’Inter. Perché, sempre ora come ora, Lautaro sta sì dando segnali incoraggianti, ma uno come Icardi a questa Inter serve. Poi perché, con o senza Icardi, le alluvioni mediatiche e da social tendono a non agevolare i risultati della squadra in campo. E poi ancora perché trascinare questo “mal di ginocchio” ancor più a lungo provocherebbe inevitabilmente una flessione del prezzo di costo di cui sopra.

Lautaro versus Sampdoria. Una delle migliori prestazioni dell’argentino da quando arrivato in Italia.

Farebbero però bene a non sottovalutare i danni che rischiano di fare a loro stessi anche Mauro e Wanda, perdurando sulla strada dell’ammutinamento, dei dolorini al ginocchio, delle letterine affidate ad autori di dubbia levatura (quell’inciso sugli occhi dei figli che non mentono, buttato lì così  avulso da qualsiasi parvenza di contesto e di senso, induce a sincero raccapriccio). E non mi riferisco a presunti danni d’immagine, perché l’immagine non ho mai capito bene cosa effettivamente sia, specie nel 2019. Mi riferisco proprio alla credibilità di professionista di entrambi e, soprattutto, alla credibilità di Mauro come protagonista di primo piano nel calcio contemporaneo. Il protrarsi di questo teatrino potrebbe pesare anche per loro, quando si troveranno a dover decidere dove li porta il cuore, perché magari potrebbe pure fargli trovare qualche porta inopinatamente chiusa. E poi, quando parlo di credibilità di Mauro Icardi, al di là delle discussioni tecniche e tattiche sul conto di uno che ha pur sempre segnato 120 gol in serie A, c’è una questione su cui, invece, davvero non c’è da discutere. In qualsiasi sport e in qualsiasi ambito della vita, coloro che sono davvero destinati ad essere campioni e (in ambiti diversi dallo sport) a trasmettere qualcosa agli altri, sono coloro che hanno dentro di sé una passione, una spinta irrefrenabile che talvolta si trasforma addirittura in ossessione. Essi amano davvero quello che fanno, sono nati per fare quello e non potrebbero vivere senza. Se, invece, quando  ti tolgono la fascia di capitano, deludendoti e magari anche umiliandoti, la tua prima reazione è smettere di scendere in campo, rinunciare a fare quello per cui sei nato e che sarebbe anche il modo migliore per dimostrare a tutti che sono stati loro a sbagliarsi, rifiutandoti di giocare a pallone, allora prende ancora più corpo il dubbio che tu non sia un campione vero.

Non lo puoi certo dimostrare posando con un berretto in testa, non potrai mai dimostrarlo con un post su Instagram. E forse anche quella che io ho chiamato vocazione, forse non era davvero una vocazione. Non so a questo punto come dovremmo chiamarla, forse solo questione di feeling, come diceva Cocciante.


Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.