Interventi a gamba tesa

Le 10 canzoni più brutte del Festival di Sanremo

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Un capolavoro è definito come “un’opera di grande eccellenza” o “la migliore in una serie di opere di un artista, di un periodo, di una scuola“. In 68 edizioni del Festival di Sanremo ci sono sicuramente canzoni che possono rientrare in questa fattispecie come Ciao amore ciao, Almeno tu nell’universo, Ti regalerò una rosa, Ancora, Quello che le donne non dicono, ecc. (la lista sarebbe ancora lunghissima). Ma quali sono state, nella storia, le canzoni più brutte e inverosimili che abbiamo ascoltato sul palco dell’Ariston?


Ho provato a selezionarne 10, in rigoroso ordine di classifica.

#10 Jovanotti – Vasco (1989)

Il Festival del 1989, noto anche come il Sanremo dei figli di papà per via dei 4 conduttori, meriterebbe un capitolo a parte. Insieme ai tanti grandi nomi della musica italiana in gara c’è anche un esordiente, Jovanotti, perfetto per strizzare l’occhio al pubblico più giovane. Il Jovanotti del 1989 è quanto di più lontano dalla figura di guru/motivatore che si è costruito negli ultimi anni. E’ un 23enne stella di RadioDeejay, amatissimo dai teenagers per tormentoni (terribili) come “Gimme Five”, che si presenta a Sanremo da star e affitta pure una discoteca per ricevere gli amici alla fine di ogni serata. La canzone che porta in gara è “Vasco”: oltre al testo che rimarrà una pietra miliare del trash e all’enorme mole di stonature, ci regala anche una caduta in mezzo ai fiori del palco mentre si tocca il pacco saltando qui e là.

#9 Sabina Guzzanti e La Riserva Indiana (1995)

Una perla passata colpevolmente quasi inosservata è questa pseudo canzone impegnata per l’ecologia e l’amore universale. Dopo qualche apparizione televisiva, la Guzzanti provò a lanciare (dalla finestra) la sua carriera dal palco sanremese, avvalendosi del gruppo di accompagnamento più folle ed eterogeneo mai visto sul palco dell’Ariston. Oltre al suo compagno di allora David Riondino (autore di Maracaibo), i componenti de “La riserva indiana” erano infatti: Nichi Vendola (con il nome di “Alce e Martello“), Sandro Curzi (col nome Sioux di “Grande Capo Vento Nei Capelli”), Mario Capanna, Remo Remotti, Bruno Voglino, Daria Bignardi, Antonio Ricci, Ermete Realacci e Milo Manara.
Come se non bastasse, il brano ha un testo da scuola elementare e una melodia inesistente, la resa canora della Guzzanti riscrive il concetto di “fastidio” e una casino simile sul palco si vedrà solo 10 anni dopo con la mitologica “Respirare remix”.

Io voglio molto bene al lupo perché ulula alla luna
è veramente mio fratello quando ulula alla luna
Battono i tamburi, battono i tamburi, battono sotto la luna
Io danzo sulle nuvole, io danzo al chiaro di luna

#8 Al Bano e Romina Power – Cara terra mia

Sempre nel mitologico Festival del 1989, Al Bano e Romina cantano un brano impegnato. Già fa ridere così, ma il testo merita un approfondimento.

Ogni sera dal telegiornale
Vedo che c’è tutto che non va
Mafia, droga e gente che sta male
E la colpa di chi mai sarà?
Il mare sta morendo di dolore
I fiumi di vergogna e impurità
Quel buco nell’ozono fa rumore
Che cos’altro poi succederà?

Il duo si chiede chi sia il colpevole dei mali del mondo, identificati in mafia, droga e gente che sta male (definizioni giusto un po’ generiche). Poi fa urlare di dolore il buco dell’ozono e prospetta il peggio per l’umanità. Ma il meglio arriva nel ritornello:

Cara terra mia,
Nei tuoi giardini i fiori sono già
Siringhe, vetri e oscenità.

Se volete star male, questa canzone (terza) e quella di Jovanotti (quinta) si classificarono meglio di “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini.

#7 Emanuele Filiberto ft. Pupo e Luca Canonici – Italia amore mio

Cosa si può fare non solo per riabilitare ma anche per rendere un personaggio televisivo un nipote dell’ultimo Re d’Italia, pochi anni dopo la cessazione dell’esilio? Ovviamente mandarlo a Sanremo con una canzone brutta e leggermente vittimista a sfoggiare le sue nulle doti canore, affiancato da un tenore che a cantava alle feste degli ex reali e da Pupo (che quando fiuta della poesia è sempre pronto a lanciarsi sul treno).
Il trio monnezza viene eliminato già alla prima serata, ma riesce nell’impresa di essere ripescato e arrivare nel terzetto dei finalisti, scatenando le proteste dell’orchestra che inizia a lanciare gli spartiti (con la Clerici che gestisce la situazione peggio di Megan Gale con i Placebo nel 2001). Il loro secondo posto resterà negli annali, offuscando persino l’altrettanto inverosimile vittoria di Valerio Scanu con “in tutti luoghi e in tutti i laghi“.

#6 Maria Grazia Impero – Tu con la mia amica

Un testo scartato (chissà perché) da Loredana Bertè a metà anni ’70 viene riesumato quasi vent’anni dopo per una sconosciuta cantante Sarda che partecipa tra le “Nuove Proposte“. Sale sul palco vestita come in un film western di Vito Colomba, suscitando l’ironia di Pippo Baudo che la descrive come “rrrrock”, e a colpi di calci volanti inizia una performance destinata a rimanere negli annali. Non si ha più traccia di lei in ambito discografico, ma sembra abbia aperto un bar in Sardegna. Noi non ti dimentichiamo, Maria Grazia.

Tu con la mia amica
La migliore amica mia, no, no
Lasciala stare
Non la toccare e vieni qui, hey vieni qui
Hula hula hoop, hula hula hoop

#5 Lollipop – Batte forte

Le Spice Girls de noantri, prima di cadere nel dimenticatoio, ci regalano tre minuti al Festival nei quali riescono a non prendere nemmeno una nota.

#4 Leandro Barsotti – Fragolina

Barsotti è un giornalista professionista, laureato in criminologia, che affianca alla sua professione la carriera musicale. Sulla sua pagina Wikipedia ha scritto che in seguito a un furto di strumenti(!) ha mollato il suo gruppo per passare a fare il solista. Alla terza partecipazione al Festival ci regala un testo delirante, in cui lascia intendere velatamente di gradire il didietro della sua “fragolina”.

Divento un calabrone intorno al tuo alveare
Aspetto che mi lasci entrare
Un pezzo a te un pezzo a me
Non andar mai via fragolina mia
Non lo vedi che lo adoro il tuo culetto d’oro

#3 Leo Leandro – Caramella (1993)

Hai sedici anni, ma guarda tu
Ormai io li ho passati da un po’
Ma tu mi piaci troppo però

Corsi e ricorsi storici: i Dear Jack e Pierdavide Carone saranno contenti di sapere che 26 anni da c’è stato un brano “caramelle”, che contrariamente al loro rischiava di essere quasi un inno alla pedofilia. Leo Leandro sale sul palco vestito da benzinaio maniaco e canta la fierezza di provarci con una 16 enne.
Non avrebbe nemmeno una brutta voce, ma l’assolo di oboe completamente toppato e un testo tanto delirante quanto ai limiti della legalità lo collocano d’obbligo almeno sul podio.

Caramella all’albicocca, guarda che bocca
Caramella alla mora, guarda che bona
Caramella stammi stretta, ma quanta frutta
Ti chiedo un bacio e ti fai brutta
Caramella alla pera, che merendera
Caramella anche alla mela, che seno a pera
Vieni a casa mia stasera

#2 Jo Chiariello – Che brutto affare

Anche le grandi penne come Califano hanno preso degli abbagli e il testo di “Che brutto affare” è uno di questi casi. Ma se di canzoni brutte ne sono state scritte tante, questa spicca grazie alla voce di Jo Squillo (piacevole quanto un allarme in piena notte) e ai primi 30 secondi in cui sembra di essere catapultati in un cartone animato giapponese di terza fascia. I capolavori sono tali se sanno coinvolgere tutti i sensi, dunque la povera Jo si mette a fare anche un balletto a dir poco ridicolo e ci regala continui ammiccamenti guardando dritta in camera. Non trionfa in questa classifica solo perché davanti ha un vero fuoriclasse.

#1 Giacomo Celentano – You And Me

Nonostante il suo ego ipertrofico, Adriano Celentano sarà costretto a riconoscere che persino il multimilionario flop del suo show-cartoon Adrian è nulla in confronto alla tanto tragica quanto indimenticabile esibizione di suo figlio Giacomo sul palco dell’Ariston. A impreziosire uno dei miei momenti preferiti della storia del Festival c’è il meraviglioso commento della Gialappa’s band, con il signor Carlo che perde completamente il suo aplomb iniziando a ridere senza sosta.
Giacomo Celentano viene presentato come trentaseienne, ma sale sul palco con fare insicuro e una faccia da diciottenne con annesse un’improbabile bandana sulla fronte e delle occhiaie da antologia. Oltre alle difficoltà nel comprendere le parole di un testo adolescenziale e alla netta impressione che fosse lì per sbaglio o costrizione paterna, rimarrà nella storia il momento da teatro-canzone della telefonata della ragazza gelosa che sale sul palco (“lo sai che Celentano non può avere una pattumiera in casa sennò la scambia per la fidanzata?”, chiosarono i Gialappi).

Per rendere ancora più memorabile il ricordo, godetevi anche il commenti post-esibizione della Gialappa’s, tra rivelazioni sulla volontà di Giacomo e fidanzata di arrivare illibati al matrimonio, scoop sull’età e il signor Carlo che anche a un’ora di distanza continua a ridere ogni volta che sente la parola “Celentano”.


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Classe '90, laureato magistrale in Relazioni Internazionali. Presentatore e speaker radiofonico, ha diretto per 3 anni RadioLuiss, per la quale continua a curare alcuni programmi, e collaborato con numerose emittenti. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, Guardiolista e Spallettiano convinto. Oltre allo sport, le sue passioni sono la politica, gli USA, i linguaggi radiotelevisivi ed il Festival di Sanremo, che segue da anni come inviato stampa.