Interventi a gamba tesa

I dolori del non più giovane Pipita

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Gonzalo, figlio di Jorge Nicolás Higuaín, nasce a Brest nel dicembre del 1987, non certo in condizioni di disagio economico. Suo padre è detto “el Pipa” per l’importanza del suo naso ed è un difensore particolarmente quotato in Argentina negli anni ’80, malgrado non giunga mai ad indossare la maglia dell’albiceleste. Nel nord della Francia era giunto dal Boca, per indossare la maglia della squadra locale nel campionato francese di massima serie. Passarono pochi mesi, giusto il tempo di arrivare alla fine della stagione calcistica europea e la famiglia Higuaín lasciò Brest, per tornare nella propria patria: a Buenos Aires nell’elegante barrio Palermo.


E’ qui che “el Pipa” viene ingaggiato dal River per volere del Flaco Menotti.

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Nato da un calciatore affermato e da una pittrice, destinato non certo ad una vita di stenti, il destino sembrava ben disposto, instradando il piccolo Gonzalo su una vita che pareva sorridergli. Eppure le cose erano molto meno scontate di come potevano sembrare. Passò solo qualche mese dal loro arrivo in Argentina e la serenità familiare degli Higuaín dovette subire una profonda incrinatura, proprio per un’improvvisa avversità capitata al piccolino. Non aveva compiuto ancora 1 anno, Gonzalo, e un giorno aveva la febbre troppo alta. La corsa in ospedale e un responso terribile. La meningite. Per fortuna, però, avevano fatto in tempo. Prima che l’irreparabile succedesse. In tempo per salvargli la vita. Così, i primi anni di vita di quel bambino furono decisamente complicati. Tra visite continue, cure e medicine. Se su di voi fa presa quella teoria secondo cui sono i primi anni di vita ad essere i più decisivi e incisivi nella formazione del carattere di un essere umano, tenete a mente questa vicenda. Ad ogni modo il destino era effettivamente ben disposto con lui, tanto più che a Gonzalo aveva pure fatto un dono speciale. Il suo straordinario talento emerse fin da subito nel Club Palermo, la squadra del suo quartiere, paracadutandolo ben presto nel River Plate, nelle file dei Millionarios. Da lì il figlio del Pipa divenne subito el Pipita, malgrado egli il naso l’avesse preso dalla madre.

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All’inizio il Pipita non era il centravanti che ormai tutto il mondo ha imparato a conoscere. Le sue sfolgoranti proprietà tecniche, le sue illuminanti doti nel palleggio e nel controllo della palla parevano configurarlo come un 10 piuttosto che come un 9. E all’inizio proprio in quel ruolo giocava. Quando poi approdò al calcio dei grandi, nel River, cominciò sì da attaccante, ma neanche da centravanti puro. E neanche quando giunse tra i galacticos del Real, compiuti da poco 19 anni nel gennaio del 1987, nella squadra più ricca e blasonata del mondo, era ancora un centravanti puro. Al tempo l’allenatore delle merengues era Fabio Capello, pronto a scommettere, con la sua proverbiale convinzione, sul talento del giovane argentino. Non lesinò d’impiegarlo sin da subito, magari inserendolo più spesso a partita in corso. Il giovane Pipita allora amava partire decisamente da un po’ più lontano, confidando anche su una progressione atletica favorita dalla gioventù dei suoi garretti.

Questo gol, per quanto casuale, ne è la perfetta dimostrazione: Higuain all’epoca amava addiritura svariare sull’esterno per superare con la sua progressione i difensori avversari.

Quello era ancora il Real innanzitutto di Raul e poteva inoltre contare sui gol di Ruud Van Nistelrooy.  Higuaín si ritagliò comunque il suo spazio, partendo un po’ più da lontano, cominciando sin da subito a metterla dentro di tanto in tanto. Vinsero la Liga. A fine stagione Capello andò via e sulla panchina del Real arrivò il tedesco Bernd Schuster. Il primo anno rivinsero la Liga e il Pipita pareva proseguire sulla strada intrapresa fin dall’inizio, proseguendo lungo il suo percorso di crescita. La stagione seguente fu meno fortunata per la squadra. Schuster fu esonerato, in Champions si fece poca strada e la Liga la vinse il Barca. L’anno dopo alla presidenza tornò Florentino Perez, comprò Cristiano Ronaldo, e sulla panchina si sedette Manuel Pellegrini, un connazionale e un estimatore del Pipita. La Liga la vinse ancora il Barcellona, ma il Pipita esplose. Con Pellegrini giocava di più, più vicino all’area, favorito anche dall’avanzare dell’età di Raul. Fatto sta che il Pipita quell’anno ne mise dentro 27, uno in più di Cristiano Ronaldo.

Nel pieno della maturità, nella squadra più blasonata del mondo, al completamento della propria maturazione tecnica che l’aveva portato alfine a diventare un autentico numero 9,  potendovi aggiungere il campionario tecnico e la visione di gioco degni di un numero 10 che si portava in dote, ormai per lui sembrava giunto il momento della definitiva consacrazione nel firmamento del calcio mondiale. Invece quel salto definitivo non venne spiccato. Con José Mourinho sulla panchina iniziò il dualismo con Karim Benzema. A volte nelle grazie del portoghese pareva prevalere uno, a volte l’altro, mentre la stella di Cristiano Ronaldo prendeva a diventare così luminosa da rischiare in ogni caso di relegare i propri partner d’attacco al rango di comprimari. Il nostro soffriva il dualismo con Benzema e soffriva pure il sentirsi all’ombra di Ronaldo. In definitiva, prese ad emergere un elemento della sua personalità che man mano diverrà più evidente. Forse la potremmo chiamare “sindrome del figlio prediletto”, dato che non si tratta tanto dell’ossessiva ricerca del centro della scena e neanche dell’attenzione, quanto piuttosto di un bisogno, all’interno di un gruppo, di sentirsi un po’ più uguale degli altri, una sorta di “primus inter pares”. Proverà a sgomitare per altre tre stagioni, a conquistarsi il suo spazio, a resistere, ma quando avrà l’occasione e la possibilità di lasciare la propria indelebile impronta, lasciando anche il marchio del suo nome nella favolosa storia del Real, non ci riuscirà. Come per esempio nel doppio confronto in semifinale di Champions contro il Borussia di Klopp. Mourinho puntò su di lui dall’inizio in entrambe le occasioni, ma lui non riuscì ad incidere e in finale ci andarono i tedeschi. Fu così che la storia con le merengues arrivò al capolinea e, per poter fare un passo avanti, il Pipita si convinse che era necessario farne prima qualcuno indietro.

Difficile trovare giocatori con così tanti gol sbagliati in partite da dentro o fuori. Qui dopo soli 3 minuti da uno così obbligatorio aspettarsi di più.

Il Napoli era già stabilmente una squadra ai vertici del calcio italiano, era stata la squadra di Maradona e per un argentino questo non può certo essere un dettaglio insignificante, ma si trattava pur sempre di un club non più illuminato dai riflettori del calcio internazionale. Quell’anno era arrivato Benitez, che un suo peso e una sua credibilità internazionale invece ce l’aveva eccome. Dal Real al Napoli non è possibile nascondere che si trattasse di un salto all’indietro, ma Rafa riuscì a convincere il Pipita. A guardare in retrospettiva, con l’attuale consapevolezza degli avvenimenti e dei fatti, la cosa appare ancora più sorprendente. Eppure Gonzalo ebbe la forza e soprattutto la voglia di fare una scelta coraggiosa ed anche l’umiltà e la perseveranza di calarsi nella parte, nel suo primo anno, riuscendo a reggerla fieramente fino in fondo. Si mise particolarmente in luce nel girone di Champions, dove il Napoli schiantò al San Paolo il Borussia Dortmund e l’Arsenal, pur cavandone solo un’eliminazione con  il record di 12 punti conquistati.

Poi ci furono i Mondiali e lì un’altra di quelle che alcuni amano chiamare sliding doors, solo che al nostro la porta gli sbatté violentemente sulla faccia. Finale con la Germania, palla sul suo destro per mandare tutta l’Argentina in paradiso (Messi compreso) con un suo tiro, grazie a lui. Ma lui al momento della conclusione, invece, si rattrappisce, e tira fuori (vedi sopra, appunto). Erano ancora i minuti iniziali della partita, ma era davvero l’opportunità di cambiare tutta la storia. Certe ferite sulla pelle di un calciatore rimangono, sempre pronte a riaprirsi al prossimo graffio del destino.

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(Photo by Robert Cianflone/Getty Images)

Con il peso della delusione e del rimorso nel corpo visse una seconda stagione piuttosto negativa a Napoli. Il suo rapporto con Benitez s’incrinò e cominciarono anche i suoi ripensamenti. Difatti, a fine stagione sembrava destinato ad andare via, poi però accade una cosa strana. Arriva un allenatore di provincia, per quanto brillante. Pure un po’ fissato con il perfezionismo e la teoria, ancorato ad una retorica del lavoro e del sacrificio. Eppure, come per magia, scatta la scintilla. Chi l’avrebbe mai detto? Eppure Maurizio Sarri da Figline tocca le corde giuste, il Pipita risorge dalle sue ceneri e ne mette addirittura 36. Non basteranno per l’apoteosi partenopea e per il successo di squadra, ma per la sua apoteosi personale senza dubbio sì. Tanto è vero che il Pipita non intende farsi nessuno scrupolo pur di raccoglierne fino in fondo i frutti.  Rivelandosi disposto a tutto e pronto a passare sopra a tutto e tutti, pur di farlo. All’ultima giornata di campionato canta e balla sotto la curva dei suoi tifosi, “chi non salta juventino è”, celebrando il suo record. Nel corso dell’anno non aveva certo lesinato le frecciatine alla Vecchia Signora, né lui e nemmeno il suo fratello procuratore, Nicola. Toccare il tasto dei presunti “aiutini” e agitare lo spettro del “potere” bianconero, è un modo piuttosto facile per soffiare sul consenso popolare dei tifosi, e i due non lo disdegnano affatto nei momenti decisivi della corsa scudetto. Ad Udine, nella partita in cui i sogni di scudetto degli azzurri evaporano, emerge pure un aspetto che finora il Pipita era riuscito a tenere celato; una fragilità emotiva pronta ad esplodere in inopinate e irrefrenabili crisi di nervi.

Eppure, qualche settimana dopo i canti e i salti sotto quella curva, firmerà proprio per la Juventus.  Era tornato di nuovo a quel fatidico momento, quando senti di dover spiccare il salto definitivo. Lì il Pipita era caduto, a Madrid e nel Mondiale brasiliano. Ora voleva riprovarci e Napoli, all’improvviso, gli andava troppo stretta e gli era bastato un colpo di spugna per passare con il nemico. Direttamente, da un giorno all’altro. Quei tifosi insieme ai quali cantava e saltava, dichiarando di appartenere a loro, contro proprio quelli che adesso andava ad abbracciare ricambiato, se ne dovevano fare una ragione. E se ne doveva fare una ragione pure quel Maurizio Sarri, che pure egli aveva detto di considerare come un secondo padre e che, in un primo momento dirà, con il tono dell’amico ferito: “non è passato neanche a salutarci”.  Per provare a rendere le cose più facili, lui e il fratello, punteranno sul bersaglio più grosso e quindi facile, sparando sul presidente De Laurentiis. Il quale, dal canto suo, con più di 90 milioni in tasca, una ragione se la farà alla grande. I tifosi, invece, una ragione non se la faranno per niente.

L’Italia bianconera vivrà un innamoramento precoce, da cui scaturirà un’apertura di credito immediata. Fin da subito, malgrado una condizione atletica e un appesantimento fisico che all’inizio si rivelarono inquietanti, egli la ripagherà, segnando un gol decisivo (entrando dalla panchina) contro la Fiorentina già nella prima allo Stadium. In campionato sarà effettivamentente un trascinatore. Quando giungerà, però, quel fatidico momento, il Pipita rimarrà per l’ennesima volta giù, con il sedere a terra. A Cardiff. E l’anno seguente, puntuali, arrivano i primi dissidi, le prime incrinature con l’allenatore, più o meno taciute e celate. Risulterà comunque decisivo nel portare i bianconeri ai quarti di Champions nella doppia sfida con il Tottenham, oltre a siglare gol decisivi in campionato all’Inter e al Napoli. Nei quarti però, al Bernabeu, nella serata della grande gioia tramutatasi in rabbia da ricacciare dolorosamernte in gola, di nuovo verrà meno, arrivando goffo e imbolsito su una respinta di Navas, mancando così il gol che avrebbe chiuso la pratica e silenziato il fischietto di Oliver. Stavolta a decidere che è finita non sarà lui, ma saranno gli altri. Dimostrando di non credere più nelle possibilità di un ultratrentenne un po’ appesantito e dalla chioma decisamente non più folta, di poter effettivamente essere il deus ex machina, colui che ti porta per mano in paradiso. E affidandosi, per questo compito, a un portoghese che avrà pure due anni più di lui, ma se li porta dannatamente bene.

Così il Pipita si è trovato in estate a doversi trovare un posto da qualche altra parte, dovendosi portare dietro la sua fantasmagorica valutazione di due anni prima e il suo ingaggio faraonico. Alla fine, per motivi che rischiano di apparire misteriosi, era venuto fuori il Milan, con formule economiche che, nella migliore delle ipotesi, risultano creative. Qualcuno aveva pensato che potesse ripetersi lo stesso percorso di qualche anno prima, a Napoli. Invece si è trattato di una storia corta, bruttina e pure abbastanza assurda. Di cui rimarrà il sottile ricordo qualche golletto malinconico come una pioggia d’autunno, ma le piogge d’autunno possono essere romantiche, e qui di romanticismo non puoi trovarci proprio niente. Più forte, invece, rimarrà il ricordo di un rigore sottratto ad un suo compagno di squadra e poi sbagliato, di un’altra crisi di nervi, lasciando dietro di sè di nuovo l’insinuante ombra del tradimento.

Fragilità emotiva dicevamo…

Sembrerebbe davvero la fine triste di una storia, se non fosse che a Londra lo aspetta di nuovo lui; in un altro posto e in un’altra vita. Quel secondo padre che a suo tempo lasciò senza un saluto, ma che proprio come un padre ha perdonato. O naufragheranno insieme, o potrà essere una nuova rinascita, una nuova primavera. Sarri pare crederci. Lui c’è da supporre che ci creda davvero, interpretando quest’ennesima giravolta come l’ennesimo, estremo tentativo di rincorrere ciò che poteva essere e non è stato, quella luna che credeva di poter toccare, ma non ha mai toccato. Prima che sia troppo tardi. Prima che, per correre dietro a ciò che non riesce a raggiungere, il Pipita si costringa ad accorgersi di aver passato la propria vita a scappare.


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Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.