Interventi a gamba tesa

Recuperare Berardi

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Berardi sembrava la next big thing del calcio italiano. Poi è successo qualcosa.


Faccio una premessa, a mio parere doverosa. Quest’articolo è stato quasi interamente scritto prima di Frosinone-Sassuolo, la partita dove Berardi è tornato al gol dopo quasi quattro lunghi mesi di digiuno. In Italia, si sa, basta poco per salire e poco per scendere, soprattutto se si parla di sport. Per questo vi sarà capitato in settimana di leggere articoli o news di mercato che appaiono abbastanza in controtendenza con quanto scritto nelle prossime righe. Ma non fatevi impressionare troppo dai titoloni: Berardi è ancora un giocatore da recuperare.

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È sorprendente vedere con che velocità abbiamo tutti fatto finta di non aver mai considerato per almeno due stagioni Domenico Berardi il futuro del calcio italiano. Mimmo continua a prendere polvere in Emilia da ormai 5 anni e la sensazione è che nessuno abbia più tanta voglia di starci a perdere tempo. Ogni tanto continua a uscire qualche news di calciomercato che lo accosta una volta alla Roma, una volta all’Inter, ma ormai sembra più una questione di inerzia, di ripetere il giro di interviste ai ds delle big ogni volta da capo, come una punizione. Wikipedia gli ha già preparato l’elegia funebre “Mancino, attaccante esterno o seconda punta, era considerato uno dei giovani più promettenti al mondo nel 2014”. Berardi ha 24 anni, un’età in cui la maggior parte dei suoi coetanei ancora non sa che mestiere fare da grande. Eppure è pressapoco considerato da tutti un giocatore ormai ai limiti dell’ inutilizzabilità, un artista che ha venduto un sacco di copie con il primo cd ma poi non ne ha più azzeccata mezza.

La disgregazione del talento di Berardi dura ormai da tre stagioni. Dopo i primi strepitosi due anni di Serie A, Berardi ha iniziato a smettere di giocare a calcio, rimanendo sempre uguale a se stesso, spegnendosi lentamente, facendo continuamente le stesse cose ma ogni volta un po’ peggio di prima. L‘avvio era stato folgorante. Debutta a 19 anni e fa 16 gol in Serie A. L’anno dopo si conferma e ne fa 15. Un tornado sul campionato italiano. La stampa era andata completamente fuori di testa. Non conoscevamo ancora nessun vero limite al talento di questo ragazzo.

La pagina Facebook ufficiale della Lega Serie A fece uscire questa statistica nel 2015. Il Corriere dello Sport ci mise poco a fare l’equazione e il titolone “Berardi meglio di Messi. Lo dicono i numeri”. Oggi tutto questo magari ci fa sorridere ma all’epoca ci credevamo, almeno un pò.

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Poi inizia il declino. Sette, cinque e quattro gol nelle tre stagioni successive. Ogni anno un numero più piccolo come stesse cercando la particella più piccola del suo talento dissipato. Quest’anno come spesso gli succede è partito a fionda, con due gol nelle prime due partite. Poi è arrivata la canonica pausa delle nazionali di settembre, due settimane in cui capita spesso a Berardi di perdere completamente la bussola per motivi misteriosi dopo ottimi avvii. L’anno scorso non ha segnato un solo gol tra la seconda e la trentesima giornata. Due anni fa in autunno non ha proprio mai giocato. Quest’anno ha digiunato per tredici lunghe giornate prima di sbloccarsi domenica scorsa a Frosinone e mettere dentro il terzo gol della stagione. Passa il caldo afoso, arriva l’autunno e Mimmo scompare dalla circolazione, ogni volta come una filastrocca. Berardi va in letargo, come una talpa.

Il calabrese, anche nel suo massimo splendore, puó essere definito un giocatore completamente pazzo, che fa dell’istinto e dell’estemporaneità le sue doti principali. D’altronde non potrebbe essere altrimenti per quello che é fondamentalmente un autodidatta del pallone. La sua storia personale calcistica oscilla tra la poesia e il nonsense. A 15 anni Domenico parte con mamma e papà da Bocchigliero provincia di Cosenza per andare a Modena a trovare il fratello maggiore, che studia Scienze Infermieristiche in Emilia. A differenza del fratello Mimmo sembra poco portato per lo studio e preferisce di gran lunga il pallone: eppure per ragioni ad oggi ancora ignote in quel momento Berardi era a casa, senza squadra, scaricato dal Castello di Cosenza la squadra giovanile in cui militava. Il fratello organizza una partitella tra amici e si porta dietro il piccolo Domenico. Un amico del fratello rimane letteralmente strabiliato dal talento di Mimmo e gli promette di metterlo in contatto con una sua conoscenza dello staff del Sassuolo, per procuragli un provino. Berardi farà quel provino e non tornerà più in Calabria, rimanendo a Modena a condividere l’affitto con il fratello. Inizia a trovare spazio nelle giovanili neroverdi, gioca un campionato pazzesco con la Primavera, Di Francesco lo nota in ritiro estivo e lo aggrega in prima squadra per la nuova stagione di Serie B. Il Sassuolo vince il campionato, Berardi fa 14 gol ed é pronto a debuttare in Serie A circa 4 anni dopo quella partitella tra amici. Una storia surreale per un qualsiasi giocatore professionista di Serie A e che aiuta a comprendere la sua assoluta mancanza di raziocinio in campo.

Il primo Berardi era un’ala d’attacco estremamente atipica. Largo nel 4-3-3 di Di Francesco (“È il modulo perfetto per lui” ha detto più volte il tecnico abruzzese) non si caratterizzava nè per una capacità di dribbling eccezionale, nè per una fisicità prorompente e tutto sommato nemmeno per una così velocità devastante, anche se di certo il passo non mancava. Le sue doti principali erano la capacità di accentrarsi, sia palla al piede che senza palla sgusciando alle spalle dei difensori, e soprattutto una potenza balistica da fuori davvero notevole. I suoi margini di miglioramento sembravano peró vastissimi. Berardi si dimostrava perfettamente a suo agio in ogni zona della trequarti, con un velo di elettricità adesso quasi percepibile fisicamente: sebbene mai in grado di dare la percezione di dominare la partita grazie alle sue qualità, il numero 25 riusciva a entrare nella gravità di ogni gol grazie a movimenti senza palla completamente imprevedibili e alla capacità di calciare la palla in ogni condizione, anche quando il senso comune del calcio direbbe di fare altro. Il secondo gol dei quattro al Milan, in quella sua serata magica entrata ormai nell’epica del calcio italiano, è emblematico in tal senso: la difesa del Milan, guidata da un Bonera in serata no è messa malissimo su uno spiovente da metà campo. Il sapiente movimento incontro la palla di Zaza libera Berardi che si trova come spesso gli capitava in quel periodo nel posto giusto al momento giusto. Il calabrese fa rimbalzare la palla e inizia a correre verso Abbiati: lì compie peró un mezzo disastro perchè riesce nell’impresa di farsi raggiungere sulla corsa da Bonera. Il difensore del Milan interviene dritto sulla palla, allontanando Berardi dal centro dell’area. La palla rimbalza a mezz’altezza, Berardi è spalle alla porta e ha due difensori addosso. La sensazione è che abbia fatto una bruttissima figura: qualsiasi attaccante in quel caso avrebbe scaricato la palla per poi andare magari a posizionarsi al centro dell’area per aspettare un cross a rimorchio. Berardi invece fa la cosa più pazza e banale che potrebbe fare un giocatore di calcio. Contorce il corpo in maniera quasi innaturale e tira al volo senza vedere la porta, come stesse giocando a tedesca. Una scelta improvvisa e priva di una vera logica. Tralasciando la reattività di Abbiati decisamente discutibile, il gol è un paradigma del primo Berardi, un giocatore di grandi capacità intuitive, grezzo nei fondamentali ma in grado di vedere la porta con una facilità impressionante e di pensare meglio e prima del difensore. La sensazione comune era quella di trovarci di fronte ad un cavallo pazzo che una volta inserito in meccanismi tattici collaudati e con un po’ di maturità caratteriale, sarebbe diventato distruttivo.

Berardi ha realizzato otto gol contro il Milan. Dopo quei quattro gol Allegri venne esonerato e la storia del calcio italiano cambiò.

Di quel giocatore spavaldo e irrazionale in realtà ad oggi è rimasto poco. Berardi sembra la copia sbiadita di se stesso, prigioniero di un talento pigro e ripetitivo. Si accentra molto meno, lavora più per la squadra, non vede praticamente mai la porta. Anche in un contesto felice come quello del Sassuolo di De Zerbi, Berardi non riesce ad emergere, trasformato in esterno più di fatica che di estro, con scarse capacità di determinare le partite con l’aiuto della sua tecnica individuale, sempre più scarico e demotivato nell’accentrarsi dentro il campo. L’esplosione preventivata non è arrivata e Berardi non si è evoluto, diventando con il tempo un organismo magari più collegato nel contesto tattico, ma ormai facilmente decifrabile dai difensori avversari. Caratterialmente non ha fatto grandi progressi anche se a quanto dice lui è migliorato “Una volta la vena mi si tappava al terzo fallo subìto, se arrivavo al quarto era tanto. Era più forte di me, prendere botte mi mandava al manicomio. Adesso non sono diventato un santo, ma credo di aver imparato a controllarmi: non mi si tappa neanche al ventesimo fallo”. Berardi è una vera e propria cintura nera di cartellini gialli: in Serie A ne ha presi 51 su 158 presenze, una media francamente inaccettabile considerando che stiamo parlando di un attaccante. La sua insofferenza alle regole oltre che esplicitarsi perfettamente in campo con atteggiamenti nei confronti degli arbitri ai confini dell’insolenza di un tredicenne che sbuffa alla madre per essersi alzato troppo presto da tavola, si esemplifica perfettamente con un altro episodio surreale della sua carriera, forse il più patetico. Convocato nel 2014 dall’Under 19 di Di Biagio, Berardi non si presentó in ritiro. La sua giustificazione fu che la sveglia sventuratamente non suonó.

Berardi tira in faccia a Sorrentino da zero metri e lo stordisce. Giaccherini appoggia la palla con l’atteggiamento di uno che passa di lì per caso. Sorrentino è ancora steso per terra e la palla entra incredibilmente in porta. Berardi è a terra, osserva la scena e ride come un matto.

Berardi fu acquistato in comproprietà dalla Juventus già nel 2013 per 4 milioni e mezzo, prima ancora di esordire in Serie A. Venne peró lasciato a Sassuolo con la possibilità di esercitare un giorno una recompra, un destino simile a quello del suo compare Zaza. La Juve non sfruttò mai quella recompra e Berardi è diventato un giocatore interamente del Sassuolo nell’estate del 2017: il club di Squinzi ha versato nelle casse della Juventus 10 milioni di euro. Qui entriamo dritti nelle pieghe più misteriose e indecifrabili della parabola Berardi. Dopo due stagioni fantastiche in Emilia, la Juve si frega le mani per i suoi gioiellini. Zaza e Berardi vanno come treni e sono due giovanotti che possono far comodo alla causa bianconera in piena ricostruzione dopo il triplice addio Pirlo-Vidal-Tevez: uno dei due è forse meno talentuoso ma più maturo e verosimilimente più pronto, mentre l’altro dimostra un potenziale superiore ma cede ancora a qualche blackout caratteriale. Marotta prende Zaza che arriva a Torino e veste la maglia numero 7. Berardi rimane ancora al palo a Sassuolo, ma la sensazione è che il suo tempo stia per arrivare. Zaza non diventa esattamente un attore protagonista allo Juventus Stadium, ma riesce comunque a regalarsi quella notte magica il 13 febbraio con il gol al Napoli. Chiude l’annata con 24 presenze complessive e 8 gol. Dopo di che va in Francia per giocare l’Europeo e purtroppo per lui l’esperienza finisce così male da diventare un meme famoso in tutto il mondo e da portare qualcuno a preoccuparsi sulla sua salute psichica.

La Juve non è in vena di seconde occasioni e lo scarica senza colpo perire, destinandolo in prestito in Inghilterra, al West Ham dove non la butta dentro nemmeno una volta. Da lì in poi, a parte qualche fiammata in Spagna, la carriera di Zaza sembra un po’ impantanata nel fango. Berardi dal suo fortino neroverde assiste con interesse alle peripezie del suo vecchio amico lucano, mentre per la prima volta da quando è un professionista non raggiunge la doppia cifra in campionato, complici anche i primi infortuni di troppo. Il Sassuolo peró ha concluso un’annata strepitosa e l’anno prossimo andrà a giocarsi l’Europa League. Sembra che in quell’estate sia arrivata la chiamata di Marotta, pronto ad effettuare la famosa recompra. Berardi fiuta l’aria, pensa a Zaza con la valigia in mano, conta i minuti che ha giocato l’amico in bianconero, si guarda intorno. Sembra lo voglia anche l’Inter, la sua squadra del cuore. Alla fine Mimmo dice di no. Decide di rimanere a Sassuolo almeno per un’altra stagione, per giocarsi l’Europa da protagonista. Poi si vedrà: quell’anno parte bene come sempre, poi non gioca praticamente una partita per tutto l’autunno, inizia a sbagliare rigori, prende cartellini, si immalinconisce. L’estate successiva la Juve si libera del cartellino e il Sassuolo è praticamente obbligato ad acquistarlo a titolo definitivo. Da allora spesso, appena ne ha l’occasione Berardi strizza l’occhio all’Inter. “Sono nato con il cuore nerazzurro” ha detto alla Gazzetta. “Da bambino mi riempì gli occhi Ronaldo il Fenomeno, a 15 anni toccò a Milito: la sera di Madrid presi la mia bandiera e andai con gli amici a festeggiare. Leggo che mi seguono, nel loro progetto ci sono nuovi acquisti e possibilmente italiani, per forza se ne parla. Ma io non ne parlo, a fine stagione si vedrà”. Era il maggio 2017. Tre campagne acquisti sono passate e Mimmo è sempre al Mapei Stadium a sparare tiri in tribuna con capitan Magnanelli a tirarlo su di morale.

Capitano e vicecapitano.

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L’unico vero colpo di fortuna capitato a Domenico Berardi negli ultimi tre anni, è che Roberto Mancini nel frattempo stava probabilmente pensando ad altro e non si è accorto che Mimmo non è più quello che dispensava triplette in giro per l’Italia. Il calabrese è in pianta stabile nel gruppo di Mancini, dopo essere stato completamente ignorato da Conte prima e da Ventura dopo (anche se nel periodo stazionava più o meno costantemente in Under 21). Mancini lo ha schierato titolare nel suo 4-3-3 contro Francia e Stati Uniti. Addirittura quando per il match di San Siro contro il Portogallo, Immobile sembrava in dubbio per problemi fisici, era Berardi la prima alternativa di Mancini in mezzo il tridente. Di certo in Italia non è venuta fuori gente come Mbappè o Sancho, ma è curioso vedere nelle gerarchie di Mancini il calabrese davanti a gente come El Shaarawy, Verdi o Politano, tutte ali d’attacco che sicuramente hanno fatto molto meglio di Berardi nelle ultime stagioni. È un attestato di stima e fiducia molto importante, sotto certi versi probabilmente immeritato, ma che Berardi dovrà fare in modo di dimostrare di meritare in ogni modo. Gli Europei 2020 possono essere un obiettivo concreto, di tempo ce ne è.

Non c’è comunque dubbio che il Berardi di quest’anno è un giocatore migliore rispetto a quelle due ultime stagioni. Se non altro è un giocatore integro e non è poco. Fin qui ha marcato sempre presenza, nemmeno un raffreddore: De Zerbi non lo ha messo solo a Ferrara contro la Spal, quando è rimasto 90 minuti in panchina. Adesso un giocatore più sobrio, meno confusionario, forse con un pò di fiducia in meno nelle proprie capacità, con meno ambizione. Un giocatore quasi innocuo, comune, con limiti caratteriali ancora palesi. Per tornare a vedere quella miccia improvvisa esplosa sulla Serie A tre anni fa, la sensazione è che per Berardi non ci sia altra strada che non quella di cambiare squadra e fare finalmente il decisivo salto. La tranquillità della provincia ha narcotizzato Berardi: chiuso nel suo recinto piccolo e felice è però evidente che non possa dare al Sassuolo altro che non gli abbia già dato. Il gol di Frosinone è stato il numero 50 con questa maglia. E’ tempo adesso di vederlo alla prova in una piazza esigente, che sappia mettergli pressione, che lo faccia confrontare in Europa e che lo faccia allenare tutti i giorni con grandi campioni. Mimmo è diventato grande, è tempo di dargli un occasione. Non è tardi per recuperarlo ma non è rimasto nemmeno molto tempo di disposizione. 


 

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Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.