Interventi a gamba tesa

Napoli: “Cosa resterà di questa Champions League?”


Fischio finale ad Anfield. Game over. Il Liverpool vince 1-0 e condanna, vista anche la contemporanea vittoria del PSG a Belgrado, il Napoli all’eliminazione dalla Champions League. Smaltita (più o meno) la rabbia e la delusione per il verdetto, forse ingiusto non fosse altro perché quella di Anfield è stata l’unica sconfitta in cui sono incappati gli azzurri lungo il loro cammino continentale, adesso è il momento di guardare avanti.
O quantomeno di provarci.


Prima di farlo però è giusto fare esercizio di ulteriore masochismo e tornare un’ultima volta alla serata di Anfield e cercare in essa i messaggi che ha lasciato al Napoli e ai suoi tifosi. Insomma cercare di capire effettivamente cosa resterà di questa Champions League, tanto esaltante quanto deludente per l’amarissimo finale.

Resterà questa orribile sensazione di coito interrotto sul più bello: sono parole volutamente forti, che descrivono appieno ciò che resta dopo l’epilogo di questo girone. Un girone nel quale in fin dei conti il Napoli ha ottenuto ciò che ci aspettavamo quando il 30 agosto dall’urna uscirono quelle che sembravano due sentenze di morte certa: il PSG dei milionari, di Mbappé e del figliuol prodigo Cavani; e il Liverpool vice-campione in carica. E però a vedere la sfida d’andata coi Reds e il doppio confronto coi francesi Ancelotti e i suoi su quel patibolo proprio non ci volevano salire, anzi ne sono stati il più lontano possibile per quasi tutto il girone, quasi accarezzando fra le mani lo scalpo riccioluto di Salah o quello biondo platino di Neymar, credendoci per davvero che a cadere alla fine sarebbe stata una delle regine del girone.

PSG-Napoli: la partita che cambiò l’idea che ci eravamo fatti. E anche il primo rimpianto di oggi: what if Di Maria non avesse pescato il jolly a tempo quasi scaduto?

Resterà la realtà che, purtroppo, la storia la fanno i campioni: che l’ordinata disposizione in campo e la sagacia tattica mostrate da Ancelotti in questa prima parte di stagione, specie in Champions, competizione in cui ha varato per la prima volta il Napoli con la difesa a 3 e mezzo, mai più abbandonata nel resto del cammino europeo, sono state sì fondamentali per portare il Napoli a un passo dall’impresa, ma che per compiere l’ultimo passo avere chi con una sola giocata può risolvere tutto è condizione spesso e volentieri sufficiente.

Al Liverpool è stata sufficiente l’unica finta di corpo con cui Salah ha mandato a gambe all’aria Koulibaly, fino ad allora (e per il resto della gara) semplicemente perfetto.

Resterà il rimpianto di un’impresa sfumata a causa di un gol: quello del carneade Ben Nabouhane, dalle Isole Comore, senza il quale persino il risultato di ieri sera ad Anfield sarebbe stato sufficiente, o più ancora quello fallito da Callejon o quello sparato da Milik addosso ad Alisson da zero metri. Un gol che avrebbero cancellato una prestazione bruttissima degli azzurri, rendendola indolore.

Resterà la consapevolezza del divario tuttora esistente fra il top del top europeo, rappresentato ieri sera dal Liverpool, che non a caso lo scorso anno è arrivato a un passo dalla Champions e quest’anno sta guidando ancora invitto la Premier League. I Reds infatti hanno saputo mettere in scena, nel momento decisivo, una prova gagliarda dando sfoggio di tutte le sue migliori qualità: il gegenpressing che ha schiacciato il Napoli troppo vicino alla propria area, rendendo quasi impossibile l’inizio di una qualsiasi manovra per gli azzurri; i ritmi altissimi imposti da Wijnaldum e un ringiovanito Milner, semplicemente insostenibili per Hamsik, in ritardo quando si trattava di fare filtro e impreciso come non mai nella misura dei passaggi; una difesa che ha pochi eguali quando si tratta di difendere alti con molto campo alle proprie spalle; e un tridente offensivo, quello composto da Mané-Salah-Firmino, semplicemente perfetto nel completarsi in tutte le sue caratteristiche.

Resterà questo sentore di essere marchiati a fuoco dalla sfortuna che perseguita il Napoli e i suoi tifosi: una mania che per quanto irrazionale può sembrare in un certo senso anche piuttosto comprensibile. Al Napoli sono toccate in pochi anni due delle eliminazioni più assurde da quando la Champions League ha assunto questo format. Detto ampiamente di quest’anno e di tutte le combinazioni e gli incastri possibili e immaginabili che avrebbero potuto far pendere il destino degli azzurri in un senso o nell’altro, brucia ancora sottopelle il girone della Champions 2013-2014: il Napoli, sorteggiato in quarta fascia, pescò l’Arsenal, il Borussia Dortmund vice-campione d’Europa in carica allenato da Klopp (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?…) e il Marsiglia. Un girone che vide comunque il Napoli condannato allo stesso esito di quest’anno: terzo posto, ancora una volta deciso dai cervellotici criteri della differenza reti, nonostante i 12 (!!!) punti raccolti.

Interpreti diversi, avversari diversi, stesso tristissimo epilogo: azzurri in lacrime ed eliminati. Curiosità vuole che questa partita si sia giocata esattamente cinque anni prima di quella di Anfield. Come diceva il maestro del teatro partenopeo Eduardo De Filippo: “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

Resterà però anche il grande cammino fatto dagli azzurri, quello che niente e nessuno potrà cancellare. Le grandi prestazioni offerte dagli azzurri durante tutto il girone Champions, seppur non sono state sufficienti per sedersi al tavolo delle migliori 16 squadre d’Europa, non devono demoralizzare i ragazzi di Ancelotti: da Anfield infatti può sempre capitare di uscire sconfitti, anche ai migliori, visto che il rendimento dei Reds fra le mura amiche è a dir poco strabiliante. Gli azzurri al contrario devono far tesoro dell’esperienza maturata in questi tre mesi di Champions League, dove ha dimostrato che al tavolo dei grandi può sedersi a pieno diritto, avendone tutti i mezzi tattici e tecnici a legittimarne l’ambizione, che la realtà dice il contrario solo perché il sorteggio ha voluto tre squadre meritevoli a battagliare per soli due posti. Un classico caso in cui la domanda è dannatamente inferiore all’offerta, e quindi gli standard sono decisamente più alti rispetto a quelli richiesti ad esempio a Porto o Schalke 04.
Che saranno sì agli ottavi, ma da qui a dire che sono superiori a questo Napoli ce ne passa…

Resterà l’Europa League: la tanto bistrattata, borghese, priva di nobiltà, odiata, mal digerita Europa League. Che, chiariamoci bene, è come passare da Scarlett Johansson a Rosi BindiMa che quest’anno più che mai può e deve diventare un obbiettivo concreto per il Napoli, nonostante a De Laurentiis possa non piacere il fatto che porti con sé una dote poverissima rispetto alla sorella più famosa che ha sedotto e abbandonato la sua squadra. È anche attraverso un buon cammino in questa competizione di secondo livello che ci si costruisce la nomea di squadra vincente, come la storia recente di Siviglia e soprattutto Atletico Madrid stanno lì a testimoniare; e questo Ancelotti lo sa bene. Specialmente quando all’interno dei confini nazionali purtroppo c’è una squadra fuori portata che, dall’alto degli 8 punti di vantaggio accumulati dopo solo 15 giornate, rende velleitario qualsiasi sogno di gloria tricolore.

Per dare un senso anche alla serata amara di ieri Baku può e deve diventare un obbiettivo. Un obbiettivo che, nonostante la presenza di squadre blasonate come Chelsea, Arsenal, Inter, Benfica e Valencia solo per citarne qualcuna, può essere alla portata del Napoli, specialmente di quello visto durante le prime cinque partite del girone di Champions.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.