Interventi a gamba tesa

Atalanta o la prevedibile virtù della progettualità

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Avere un modello, nello sport, significa possedere un’identità. Ezra Pound diceva: “Se un uomo non intende correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. Una citazione che, trapiantata in ambito calcistico, si adatta perfettamente ad una squadra in particolare: l’Atalanta di Gasperini. La squadra bergamasca possiede infatti, a livello italiano, il modello sportivo-gestionale più riconoscibile del panorama, e questo perchè ha saputo rischiare come nessuno, ma soprattutto lottare per difendere i propri rischi. 


Per riuscire a capire meglio i meccanismi di questa società ho provato un esperimento. Per un giorno ho scelto di cambiare il punto di vista, immaginando di essere un giovane calciatore dell’Atalanta, uno di quelli che gioca in primavera, ma che ogni tanto assaggia il clima della prima squadra. Per intenderci ciò che fino a qualche anno fa erano i vari Gagliardini, Conti e Caldara e che ora sono i Bastoni e i Pessina. Da questo momento in poi, dunque, dimenticatevi di me. Ciò che leggerete sono infatti solamente le cose che ho effettivamente visualizzato nella mia testa durante questo “esperimento” a tinte nerazzurre. Pronti? Via.

Mi trascino dietro il borsone e metto piede nello spogliatoio della primavera. La prima cosa che penso è “Che figata, questa è una società che punta sui giovani”, prendo il mio smartphone incuriosito e guardo le statistiche. Scopro una cosa: il settore giovanile dell’Atalanta è ormai da anni tra i primi in Italia. Questo fatto mi rivela due cose: in primis certifica la qualità del lavoro degli osservatori atalantini (quelli che hanno selezionato anche me) e della profonda fiducia che ad essi viene accordata dalla società, ma in seconda battuta è soprattutto un immediato aiuto psicologico per tutti i giovani giocatori come sono anch’io, perché qui si viene spinti a tirare fuori il meglio dalla consapevolezza di avere esempi tangibili di ragazzi tali e quali a noi, ma che “ce l’hanno fatta”. Hanno reso il proprio sogno realtà. E questa è una promessa differente da quella che la maggior parte delle altre squadre italiane offrono. Poso il telefono, mi guardo intorno e vedo Zingonia. È qui che tutto nasce. Qui dove il concetto di famiglia, prima di quello di società sportiva, si respira e si vede in ogni singolo filo d’erba di ciascuno dei campi del centro d’allenamento.

La casa dell’Atalanta.

Ho terminato il mio allenamento, ma oggi non ho voglia di tornare subito a casa. C’è la prima squadra che si allena in vista della prossima partita, vedo i giocatori esercitarsi sulle soluzioni tattiche, guidate dalla voce squillante di mister Gasperini, che il mio allenamento se l’è guardato tutto. Di colpo realizzo, non c’è nulla di casuale. Nulla di casuale in una formazione capace di conquistare un quarto ed un settimo posto negli ultimi due campionati di Serie A. E allora ecco che, mentre i giocatori si allenano sulle palle inattive, io mi ritrovo di colpo a ragionare su quale sia il mestiere più difficile al mondo. Fino a ieri ero convinto che non ci fosse nulla di più complicato di costruire un orologio, ma oggi questa mia convinzione vacilla. Ma quanto è difficile costruire una squadra di calcio che funziona perfettamente?

L’Atalanta di Gasperini spiegata bene (il video risale a 2 anni fa, ma pur cambiando gli interpreti, i concetti sono sempre quelli).

Eppure davanti a me ho l’esempio che ciò è possibile. L’Atalanta è un sistema in perfetto equilibrio in cui ogni ingranaggio gira nel modo corretto, proprio come in un orologio. L’unica differenza è che qui ad ogni ingranaggio  devi insegnare singolarmente a girare in quel modo. E poi guardate com’è composto lo spogliatoio. Il capitano è un argentino ballerino, il portiere compone pezzi trap, un difensore è stato coinvolto nel caos del calcioscommesse e poi ci sono tre olandesi, un belga, un colombiano, un gambiano… Ma che è? Una barzelletta? Come potrebbe mai funzionare? Beh, funziona e basta.

Funziona perché dietro tutti loro c’è una società, c’è Gasperini e c’è il suo 3-4-3. E non serve necessariamente parlare la stessa lingua se si è tutti alla stessa pagina tattica, se chiunque giochi conosce a memoria i principi tattici. Il pressing in avanti uomo contro uomo, l’importanza della superiorità numerica sugli esterni, l’occupazione degli spazi tra le linee, la concentrazione sugli sviluppi delle palle inattive, ma soprattutto, la consapevolezza di avere un’identità propria, che non si snatura né in casa né in trasferta, né in Italia né in Europa. E allora poco conta che giochi Rigoni o Gomez, Castagne o Hateboer, Zapata o Barrow, Mancini o Palomino, anzi, ad ognuno è consentito apportare le proprie variazioni sullo spartito comune. L’unica condizione è che non venga mai meno la dedizione per la Dea e per tutti quei tifosi che ci seguono ovunque. Ecco allora qual è il segreto: qui tutti lottano per un obiettivo comune, dal presidente Percassi all’ultimo dei magazzinieri, tutti mettono l’Atalanta al primo posto. È la virtù della progettualità. Solo così anche un’eliminazione ai rigori nei preliminari di Europa League ed un inizio di campionato così così possono essere superati…


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Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.