Interventi a gamba tesa

La forza delle idee

de zerbi

Roberto De Zerbi è uno degli allenatori più interessanti del panorama calcistico italiano. Da Foggia a Sassuolo, passando per Palermo e Benevento, l’allenatore bresciano sta facendo strada con la forza delle sue idee.


Nonostante sia un allenatore ancora in ascesa, Roberto De Zerbi è già una figura divisiva. L’allenatore italiano propone un gioco organizzato e propositivo in ogni contesto, e questo ha portato a dei giudizi superficiali sul suo tipo di calcio, viziati da una cultura calcistica italiana che basa le sue analisi esclusivamente sul risultato: “La mia proposta di calcio è diversa da quella classica. La conseguenza è che quando le cose vanno bene mi esaltano oltre i miei meriti e quando vanno male mi massacrano. Da questo punto di vista i colleghi più tradizionali sono meno sotto pressione. Lo accetto, ma vorrei si cambiasse qualcosa nell’analisi delle partite, invece si banalizza troppo”.

Da calciatore De Zerbi è stato un trequartista dotato di buona tecnica e visione di gioco, tanto che a Foggia veniva soprannominato “la Luce”. Queste caratteristiche probabilmente hanno condizionato la sua visione da allenatore, che ha trovato espressione pratica nelle squadre di Guardiola, di cui De Zerbi non nasconde di essere un ammiratore e di averlo studiato al Bayern Monaco.

Dopo la prima esperienza al Darfo Boario, si inizia a parlare di De Zerbi allenatore del Foggia, come se la città pugliese fosse un laboratorio calcistico naturale. La classica e noiosa etichetta di nuovo Zeman arriva puntuale ma è De Zerbi il primo a rifiutarla, infatti il suo calcio è diverso da quello del boemo. Il calcio di Zeman era molto più verticale mentre quello di De Zerbi è più elaborato, utilizza il possesso palla sia come arma di offesa per risalire il campo dal basso e far arrivare la palla pulita agli attaccanti, che come arma di difesa, facendo salire la squadra in blocco e mantenendo le distanze corrette tra i giocatori, in modo da favorire un’eventuale riaggressione in caso di perdita del possesso. L’accusa superficiale di non curare la fase difensiva lo infastidisce: “Quando mi dicono che non curo la fase di non possesso divento matto, se uno viene con me una settimana capisce che l’ aspetto difensivo per me è prioritario però utilizzo modalità diverse, non tradizionali e lontane dalla cultura italiana. Spesso la stampa arriva a conclusioni facili, dettate solo dal risultato: mi sta bene, però devi fermarti alla cronaca. Se invece vuoi giudicare devi avere gli strumenti per capire la partita e spiegarla, non partire dal risultato e andare in retromarcia”. De Zerbi è riuscito a portare in una realtà di provincia il calcio di posizione, che ha fruttato una Coppa Italia di Serie C e una finale play-off persa contro il Pisa di Gattuso.

Dopo questa esperienza si sente già pronto per la Serie A e accetta l’incarico che gli offre Zamparini a stagione in corso per salvare il Palermo, ma le caratteristiche della rosa non si adattano bene alle sue idee di calcio e il tempo per svilupparle in una squadra che ha Zamparini presidente è ridotto, quindi viene esonerato dopo solo tre mesi di lavoro. Da allenatore del Benevento analizzerà l’esperienza palermitana con lucidità e ironizzando su Zamparini, che il lunedì mattina non si sfoga come tutti litigando in coda al semaforo ma esonera allenatori:“Mi è servita tantissimo. Ho conosciuto la Serie A, creandomi così un bagaglio tattico. Lì tutti contestavano Zamparini, c’era un’aria pesante ma sapevo a cosa andavo incontro. Tutti conosciamo Maurizio Zamparini, purtroppo fa fatica a gestire i lunedì”.

In Campania ha la sua seconda occasione. Viene chiamato ad allenare la squadra per una salvezza impossibile (che infatti non arriverà) dopo 9 sconfitte consecutive di Marco Baroni. Ne perderà altre 5 prima di realizzare il primo storico punto in Serie A contro il Milan di Gattuso con un gol del portiere all’ultimo minuto. A gennaio la squadra viene rivoluzionata e finirà la stagione con 21 punti. Arrivano diversi giocatori necessari per le idee di De Zerbi: Sandro, a cui viene chiesto un lavoro di raccordo tra centrocampo e difesa e di collegamento tra i due lati del campo; Sagna, fondamentale nella costruzione bassa quando in possesso i campani formano una difesa a tre con l’ex City che stringe dentro il campo e il terzino sinistro Letizia che si alza per dare ampiezza; Diabatè come riferimento offensivo e Djuricic e Guilherme  per alzare la qualità della squadra tra le linee. Il Benevento riesce a proporre sempre un calcio propositivo anche in campi importanti come San Siro, con l’Inter giocando un ottima gara e con il Milan prendendo i tre punti. Contro le squadre della parte destra della classifica riesce spesso ad esercitare un dominio con il pallone, toccando picchi di 70% di possesso palla e una precisione dei passaggi del 89%. Come detto, il calcio di De Zerbi prevede una salita della palla dal basso e della squadra in blocco, quando la palla viene persa in questa fase però c’è il rischio che la squadra risulti sbilanciata, se non posizionata correttamente, lasciando spazio da attaccare agli avversari. La media degli xG subiti a fine stagione è di 2.21 a partita. Questo tipo di calcio infatti è molto ambizioso e richiede dei calciatori oltre che dotati di buona tecnica anche capaci di continue letture di gioco, e di difensori in grado di coprire ampie porzioni di campo e abili a iniziare l’azione.

La vittoria più rotonda del Benevento in Serie A.

Il gioco espresso al Benevento ha portato i dirigenti del Sassuolo ad affidargli la panchina per risollevarsi dalla depressione tecnica in cui erano caduti dopo l’addio di Eusebio Di Francesco. Anche in Emilia la sua idea di gioco non è ancorata a sistemi prestabiliti, e alterna un 4-3-3 ad un 3-4-3, basandosi anche sul numero degli attaccanti della squadra avversaria. Consigli è il portiere, i terzini sono Lirola e Rogerio e al centro si alternano Ferrari, Marlon e Magnani. Davanti alla difesa giocano Magnanelli o Locatelli mentre le mezzali sono Sensi e Duncan, sugli esterni agiscono Berardi e Di Francesco e Boateng gioca da falso 9. Contando anche ricambi di buon livello come Djuricic, Babacar e Bourabia questa è indubbiamente la squadra più forte allenata fin’ora da De Zerbi.

Questa è la pass map dei neroverdi nel primo match di campionato contro l’Inter, dove si possono notare degli indirizzi di gioco che il Sassuolo ripeterà anche nelle partite successive. I ripetuti triangoli e rombi formati dai giocatori  favoriscono il possesso e la salita del pallone, con il portatore di palla che ha almeno due opzioni di passaggio. I terzini sono alti e sopratutto Lirola è pronto ad attaccare la fascia quando Berardi si accentra, Magnanelli non si abbassa tra i centrali ma gli gioca davanti per offrire una linea di passaggio verticale e le mezzali si muovo in avanti e lateralmente per consolidare il possesso, l’ispessimento delle linee infatti indica come il Sassuolo costruisca una parte importante della sua mole di gioco attraverso le catene laterali. La posizione media di Boateng è più bassa rispetto ai due esterni, infatti il ghanese si muove tantissimo tra le linee per disordinare la struttura difensiva avversaria, creando degli spazi nei quali si buttano gli esterni e una delle due mezzali. Oggi il Sassuolo è sesto in campionato (pari alla Roma) ed ha il settimo attacco della Serie A.

Quello che è interessante di De Zerbi, oltre alle soluzioni che propone in campo, è l’approccio al calcio che sembra diverso da quello degli altri allenatori italiani, come ha spiegato nella bella intervista a Libero: “Se non abbiamo meritato io vado in conferenza stampa e mi autodenuncio. Con il Genoa abbiamo vinto ma ero insoddisfatto e l’ ho detto. Con la Juve abbiamo giocato una delle nostre migliori partite, ma abbiamo perso e allora il Sassuolo si è sgonfiato. Per me il risultato non è importante, è importante come arrivo al risultato. Se vinco per caso non mi interessa”. De Zerbi sembra provare quasi fastidio per le vittorie che arrivano dopo una prestazione al di sotto delle sue aspettative, ribaltando la prospettiva che vede il risultato come unico giudice. Se all’inizio della carriera ha chiarito le distanze tra il suo gioco e quello di Zeman, con queste affermazioni sembra abbracciare una filosofia che ha reso famoso il boemo: “Il risultato è casuale, la prestazione no”.


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Luca Sausa nasce nel 1996 a Milano, vive a Monza ma è di origini meridionali (Sicilia e Puglia). Un passato da giocatore di tennis, si innamora del calcio a tal punto da provare a farne un lavoro per tre motivi: i gol di Alessandro Del Piero, le partite del Barcellona di Pep Guardiola e qualsiasi cosa fatta da Federico Buffa.